lunedì 21 settembre 2020

Nuove verità scientifiche sui disturbi dell’apprendimento

 


Nel 2014 dopo anni di esperienza con i bambini come pedagogista e insegnante, cominciai a scrivere di come a mio avviso i disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia, discalculia eccetera) non fossero tutti su base organica geneticamente determinati espressioni di disfunzione cerebrale, ma piuttosto mettevo l’accento sulla carenza di pedagogia, ovvero di educazione e di didattica adeguata*.

I miei studi di psicologia sulla teoria di Massimo Fagioli a supporto del mio lavoro, mi avevano portata alla conclusione che determinati comportamenti, parole e modalità di interazione degli adulti causavano specifiche risposte negative o positive nell’apprendimento dei bambini.

martedì 15 settembre 2020

Bambini trattati come macchine che poi si inceppano.


Come si fa a spiegare a un genitore che i bambini hanno bisogno di tempo per imparare, capire e… ancora di più per recuperare?

Forse perché sono cambiati i tempi, perché tutto va fatto in fretta, perché la tecnologia ci ha dato la presunta conoscenza di tutto e subito. Quando non sappiamo qualcosa cosa facciamo? Velocemente apriamo internet, digitiamo la parola che ci interessa ed esce immediatamente tutto lo scibile su quella parola. In questo modo ci siamo abituati a pensare che imparare sia facilissimo e velocissimo. Ma devo darvi una profonda delusione: non è così.


L’apprendimento ha bisogno di tempi lunghi e non solo per i bambini, anche per gli adulti, piaccia o non piaccia. Conoscere il significato di una parola, leggere tre righe su un argomento non significa conoscere, non significa aver appreso, né forse compreso.

Ai nostri bambini chiediamo troppo in troppo poco tempo e così li facciamo ‘inceppare’. E dopo che si sono inceppati gli diciamo pure che sono stupidi, che non sono come gli altri e gli togliamo tutta la possibilità per costruirsi un’autostima capace di farli andare avanti da soli, di lasciarli studiare serenamente. A me, come insegnante, tutto questo mi fa indignare.

venerdì 11 settembre 2020

A scuola per essere portatori di vita, non di morte. Elogio della mascherina.

 


È diventato il tormentone di questi ultimi giorni, mascherina sì, mascherina no, difficoltà degli insegnanti a comunicare con i bambini che non comprenderanno più i sorrisi. Bene, è vero, la pandemia ci ha tolto parte di quella quotidianità che molti insegnanti reputano sostanziale. Ma non è colpa di nessuno di noi: i virus nella storia ci sono sempre stati e hanno sempre fatto dei danni enormi, oggi dobbiamo difenderci.

Eppure, a pensarci bene, siamo un popolo di polemiconi. 


Tiriamo qualche somma.

Il Covid-19 uccide, lo abbiamo visto tutti eccetto chi nega, ma sono fortunatamente una piccolissima parte della popolazione.

La polemica che nasce sul presunto male che farebbe la mascherina, la osserverei con più occhio ‘clinico’ in quanto i chirurghi lavorano indossandole tutto l’arco della loro vita professionale e non mi risulta che mai qualcuno di loro abbia sollevato la questione di malattie respiratorie per l’uso della mascherina. I nostri bambini le indosserebbero per un anno scolastico, quale danno mai potrebbero provocare loro se non garantirgli la salute?

La mascherina insieme ad altri accorgimenti (lavare le mani e distanziamento), è il nostro più importante dispositivo di sicurezza per non contagiare ed essere contagiati, pertanto trovo inutile polemizzare su questo, chi lo fa, non ha capito contro chi sta lottando. Dovremmo essere anzi molto contenti di avere un dispositivo che ci consenta di evitare di ammalarci continuando a vivere tutto sommato normalmente. E invece ci insultiamo e polemizziamo per l’utilizzo che gli esperti, gli scienziati, ci chiedono di farne. Io personalmente se avessi un figlio che va a scuola per otto ore gli chiederei di indossarla il più possibile anche se gli fosse consentito non tenerla, gli chiederei di continuare a essere portatore di vita e non di morte.

martedì 8 settembre 2020

Una lettera dolcissima di una mamma per le altre mamme

 


Cara maestra Tiziana, le scrivo in risposta a tutti i suoi articoli che ogni volta leggo con piacere e con un pizzico di rammarico per non averla conosciuta prima o, per meglio dire, per non avere avuto prima la salute mentale che mi serviva a comprenderla.

Sono una mamma di un bambino che oggi fa la seconda media con un po’ di fatica ma decisamente molto meglio di come sono andate le scuole elementari (mi permetta di chiamare le classi come si faceva prima della riforma).

Non le scrivo solo per ringraziarla, ma soprattutto perché vorrei che lei, che si trova nel settore della scuola, pubblicasse questa mia storia, vorrei dare un mio contributo al mondo dell’infanzia.

Quando il mio bambino iniziò le scuole elementari le insegnanti mi dissero subito che poteva avere dei problemi perché non stava al passo con gli altri e, a loro dire, aveva un comportamento non consono; ma di tutto questo lei ne ha già parlato tanto nei suoi articoli e il mio racconto su mio figlio sarebbe solo una ripetizione.

Quello che si dice molto meno, o meglio quello che le mamme non dicono —perché lei lo ha fatto spesso anche se ha utilizzato altri termini—, è dichiarare quanto male, quanto disagio, noi genitori possiamo creare ai nostri figli.

giovedì 3 settembre 2020

L’inascoltato urlo dei più piccoli. La verità sulla scuola e l’istruzione nel periodo Covid-19

 


Ci sono moltissime situazioni nel mondo della scuola che non mi piacciono: la superficialità con cui si affrontano le realtà difficili dei bambini, le insegnanti anaffettive, le violenze psicologiche sugli studenti eccetera. Tutte realtà che se si vogliono vedere indignano genitori e la società tutta.

Recentemente però, con il problema del Coronavirus, ce ne è una che mi salta all’occhio più di tante altre e di cui se ne fa spesso un uso strumentale. Ma l’uso strumentale è il minore dei danni. Si sta diffondendo la notizia, infondata, che i bambini non si ammalano di Covid-19 e pertanto, a loro dire, tutto il chiasso che si fa sulla questione parlando di scuola sarebbe terrorismo. 

Forse è il caso che si metta qualche punto fermo sul danno ‘non fisico’ o non solo, che il virus sta portando nelle scuole e che il mondo della politica e dell’informazione tacciono.

martedì 1 settembre 2020

Perché falliscono i corsi di aggiornamento degli insegnanti


Pubblicato su Aganews il 18 ottobre 2019.

Parto da un dato: i risultati dei test Invalsi, resi noti a luglio di quest’anno, hanno certificato che il 35% degli studenti delle superiori di primo grado (ex terza media), ha difficoltà a comprendere un testo di italiano. 
Il dato più allarmante però — visto che nonostante i risultati Invalsi, la politica non si attiva per modificarne gli esisti —, è che la dispersione scolastica non accenna a diminuire: siamo il Paese europeo con più abbandoni superata l’età dell’obbligo scolastico.
Mauro Boarelli sostiene che gli insegnanti sono sempre più preparatori ai test Invalsi e meno insegnanti; in tal modo gli Invalsi andranno poi a descrivere la realtà che gli insegnanti hanno istruito con i test stessi. Perché, sempre secondo Boarelli (con il quale concordo pienamente), oggi non c’è alcun interesse a formare un pensiero critico. L’orientamento di tutto il sistema scolastico è quello di produrre competenze. 

Classi 1^ e 2^ primaria, decisive per il rendimento scolastico

 



Nel mestiere di insegnante ci sono moltissimi momenti che danno soddisfazione: quando vedi i bambini imparare argomenti nuovi, quando superano ostacoli, quando ti sorridono compiacenti e compiaciuti, quando ti cercano perché tu sei diventata uno dei loro punti di riferimento. Ma ce ne è uno in particolare che mi dà soddisfazione più di tutti gli altri: quando dopo aver lavorato sodo, i piccoli non hanno nessuna intenzione di andare via. Lì capisci che sei riuscita a dare di più di quello che ti chiedono, capisci che sentono che l’obiettivo non è finalizzato a imparare quell’argomento o quella competenza, ma a fargli amare lo studio, a farli star bene. E quando si raggiunge questo, loro, ma anche io, abbiamo vinto per sempre.

Molti anni fa leggendo il libro Pigmalione in classe, scoprii una cosa che mi impressionò moltissimo e che feci diventare mia. Scoprii cosa permetteva a ogni bambino di poter amare la conoscenza non come strumento per diventare tutti dottori, ma come arma pacifica per affrontare la vita. Robert Rosenthal, l’autore del libro, aveva scoperto che i bambini che ricevevano stima e fiducia da parte dei propri docenti, non solo ottenevano enormi risultati a scuola, ma gli stessi li mantenevano nel tempo anche se gli insegnati successivi non riponevano in loro le stesse aspettative.

giovedì 20 agosto 2020

Temi che tu@ figli@ a scuola si possa ammalare? Ecco cosa si può fare!

 


In effetti quest’anno a causa del Covid-19 andare a scuola sarà un vero problema. 

  1. Sarà affidato alla famiglia l’onere di assicurarsi che il/la propri@ figli@ non abbia la febbre: sarei pronta a scommettere su quanti genitori misureranno la febbre ogni mattina ai propri figli prima di andare a scuola!
  2. Tutti i giorni prima di entrare a scuola ogni bambino dovrà detergersi le mani con il disinfettante: ma succederà esattamente come sta succedendo per i negozi. All’inizio c’erano i flaconi pieni e il personale non ti faceva entrare se non ti sanificavi le mani; ma c’erano anche le telecamere delle televisioni a evidenziare quanto eravamo tutti bravi. Oggi i flaconi il più delle volte sono vuoti e nessuno controlla che le tue mani vengano sanificate; e sono passati solo tre mesi dalla fine del lockdown! Stessa cosa accadrà alle scuole.

lunedì 17 agosto 2020

Homeschooling: un’alternativa efficace a questo difficile periodo!

Homeschooling: un'alternativa efficace a questo difficile periodo


Guardando come vanno le cose in generale nella scuola pubblica, fatta qualche eccezione, ho sempre pensato che l’homeschooling fosse la soluzione più adatta per dare ai bambini una buona istruzione e una serenità di diritto, che spesso la scuola nega.

Certo, non tutti i genitori che vorrebbero praticarlo si sentono pronti a sostituirsi alla scuola: è comprensibile, è democratico e forse hanno compreso che la cultura, i saperi della prima alfabetizzazione, non sono prerogativa di ogni adulto che sappia leggere, scrivere e far di conto.

Oggi però i genitori vorrebbero potersi occupare personalmente dell’istruzione dei propri bambini, perché hanno timore che la situazione pandemica possa entrare anche nella loro casa con tutto ciò che ne consegue, primo fra tutti l’isolamento dei bambini. Un conto è mettere in isolamento un adulto, ma farlo con i bambini a mio avviso diventa inaccettabile. Pertanto comprendo la paura delle famiglie.

martedì 21 luglio 2020

Lettera aperta alla Ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina

Gentile Ministra Azzolina, dopo aver sentito della possibilità di assumere non laureati per bambini della materna e della primaria, mi permetto di ricordarLe che c’è una categoria laureata e molto qualificata, quella dei pedagogisti, che viene sistematicamente ignorata nonostante sia tra i professionisti più qualificati per diventare insegnanti di scuola primaria. Non capisco per quale motivo il pedagogista è titolato a fare aggiornamento ai docenti e progetti per elevare l’educazione e l’istruzione dei bambini, ma poi non sarebbe idoneo all’insegnamento. Lei pensa veramente che fare molti laboratori tecnici (come è previsto nel corso di Scienze della Formazione Primaria) renda veramente competenti i laureati per affrontare un periodo delicato come quello dell’infanzia che avrebbe bisogno come l’acqua di pedagogia? Io ho molte perplessità in tal senso; e Lei vorrebbe far salire in cattedra degli studenti senza alcuna qualifica, facendo così tornare indietro di 10 anni e più la scuola primaria, come quando in cattedra salivano solo i diplomati? Perché invece non usare i pedagogisti quando ne avete a disposizione tanti, più che qualificati e veramente idonei per i bambini della primaria? Le chiedo di pensarci a questo, perché la categoria dei pedagogisti avrebbe un valore inestimabile a scuola, e che oggi non è minimamente apprezzato né valorizzato.
Lei ha detto che la scelta dei non laureati ricade perché almeno sono coloro che hanno scelto quell’indirizzo di studi per passione e che quindi lo porteranno avanti bene. Le garantisco che quando io 25 anni fa decisi di iscrivermi a Scienze dell’Educazione (Scienze dell’Educazione Primaria non esisteva) fu proprio perché amavo e amo tutt’ora, insegnare. Era l’unico indirizzo universitario per l’insegnamento. Ma noi pedagogisti siamo diventati invisibili con il nuovo indirizzo di studi, non più idonei all’insegnamento, ma i maggiori esperti di pedagogia, educazione e istruzione. Non Le sembra una contraddizione? Esperti ma non idonei!
Non so se Lei avrà modo di leggere questo scritto; ma se lo farà Le chiedo solo di approfondire cosa sia la pedagogia e l’educazione, quale ruolo ha con l’istruzione per comprendere il valore dei laureati in tale disciplina. Per comprendere quanto —con il nuovo piano di studi di Scienze della Formazione Primaria che si esalta tanto, che è a numero chiuso come fosse una prerogativa per i soliti eletti—, si sta togliendo invece ai nostri bambini, e quanti professionisti, a Vostra disposizione, preparati e idonei per quella fascia di età si stanno ignorando. Dalla scomparsa della Montessori non c’è più stata a scuola la pedagogia e la sua mancanza è sotto gli occhi di tutti.
Ora Lei vorrebbe rimettere in cattedra i non idonei? I non preparati? Forse è giunto il momento che sulla scuola della prima infanzia da 0 a 11 anni, si faccia un vero passo avanti.
Cordiali saluti


Dr.ssa Tiziana Cristofari



sabato 11 luglio 2020

Ecco come aiutare i nostri anziani a rimanere attivi

Si dice spesso che quando un adulto diventa anzian@, torna a essere un po’ bambin@, soprattutto in riferimento all’indipendenza: il suo movimento richiede tempi più lunghi, i nostri gesti devono essere più delicati, hanno bisogno di essere ascoltati.

In realtà però non ci si sofferma mai a considerare che anche il loro pensiero torna ad avere delle esigenze che sono diverse, perché l’anzian@ è altro rispetto all’adulto.

E quando il pensiero cambia, anche la situazione intorno a lei/lui deve cambiare, altrimenti potrebbero innescarsi meccanismi di autodifesa che lo/la portano a lasciarsi andare, fino al punto da inficiare al sua stessa autonomia.

Quando un anziano comincia a pensare di non essere più efficiente come prima, di non essere più utile alla famiglia, di non meritare più la loro attenzione perché i giovani sono sempre troppo indaffarati, allora succede qualcosa nel loro pensiero che inibisce anche ciò che potrebbero fare tranquillamente in autonomia e lentamente si spengono. I figli vedono giorno dopo giorno i loro padri e le loro madri chiudersi alla vita e lo fanno perdendo la vitalità che fino a poco tempo prima dimostravano. Una vitalità che non dovrebbe spegnersi fino alla fine dei loro giorni, perché non corrisponde all’energia fisica, ma piuttosto a quella psichica che se mantenuta in buona salute e attiva permette alle donne e agli uomini della terza età di continuare a godersi la vita. 

Eppure per molti di loro che perdono la vitalità basterebbe davvero poco. Devono riuscire a ritrovare la motivazione per sentirsi ancora in gioco, ma soprattutto la devono ritrovare negli affetti che non appartengono esclusivamente alla sfera familiare. Per molti di loro la pedagogia può fare tantissimo perché è in grado di costruire attraverso un progetto pedagogico la motivazione per andare avanti e ritrovare l’entusiasmo di fare. Vi racconto una mia esperienza per spiegarvi quanto vi sto dicendo.

domenica 28 giugno 2020

Se i genitori si alleano

Fin dai tempi della scuola materna, siamo andati in caccia della scuola giusta, della maestra giusta. Abbiamo fatto, posso dirlo?, “carte false”, pur di procurare a nostra figlia una certa scuola: quella che ci permettesse di fare ’fronte unico' con la maestra, di lavorare insieme nella stessa direzione, senza disfare l'uno il lavoro dell'altro. Per la scuola elementare, sarebbe quasi un romanzo raccontare come abbiamo agito. Il fatto essenziale mi pare quello di aver avuto una strategia. Avevamo bisogno di una scuola moderna, non dogmatica, non intollerante, aperta; una scuola in cui i bambini contassero più dei registri, il loro lavoro più dei voti con cui la legge fa obbligo di classificarli, la loro comunità più delle loro piccole competizioni, la loro sincerità più dell'ortografia, la loro libertà più dello schema imposto dall'alto. L'abbiamo cercata e trovata. Per anni abbiamo visto crescere nostra figlia, tra casa e scuola, proprio come avevamo desiderato che crescesse: sincera, attiva, amica di tutti, capace di avere opinioni e di difenderle; anche dura, dove e quando occorre cercare la durezza, per non costruire sulla sabbia. Un miracolo? Bene, noi abbiamo trovato questo miracolo nella scuola di tutti, nella scuola di Stato. La media, vedremo, sarà quel che sarà. Ma quegli anni conteranno per sempre. Del resto, anche per la media, non siamo mica rimasti con le mani in mano. Ci siamo messi, un gruppo di genitori, decisi a far restare insieme i nostri figli anche dopo la quinta, in cerca della scuola giusta: non troppo lontana dalle abitazioni (Roma è sterminata!), disposta ad accoglierli in blocco, come una comunità già costruita, non come atomi disgregati; disposta a tener conto della loro storia passata, a costruire su quella, non sul vuoto dei programmi e dei regolamenti. Così, siamo andati da un preside. Mancavano mesi all'apertura delle scuole, i bambini non avevano ancora fatto l'esame di quinta. Ci rendevamo conto che la nostra richiesta era, a dir poco, insolita. Siamo stati ascoltati con attenzione, con intelligenza. Una scuola pubblica ha fatto una classe apposta per noi. Un altro miracolo? Questa volta no. Questa volta debbo precisare la lezione che ricavo dall'esperienza: si ottiene di più, per il proprio figlio, si ottiene il meglio, per lui (il meglio possibile...) se non si agisce soli, se i genitori si alleano, se ognuno di noi si sente padre... di un gruppo, se supera l'egoismo della paternità (della maternità) per far qualcosa che contribuisca a creare una responsabilità collettiva della società adulta nei confronti della società bambina.

- Gianni Rodari -


lunedì 11 maggio 2020

Perché al pedagogista non serve la certificazione di DSA. Chi è e cosa fa il pedagogista.


Cominciamo col fare chiarezza. Il pedagogista non svolge alcun tipo di prestazione medica o paramedica, non c'entra nulla con la clinica seppur esiste un corso post universitario, riconosciuto dal MIUR denominato “Pedagogista clinico”. Non esiste il “pedagogista clinico” nella misura in cui per clinico si intende (come si vorrebbe far intendere) con un indirizzo o cultura specifica per i malati. Questo perché non esiste corso universitario che abilita il pedagogista “semplice” differenziandolo dal pedagogista “clinico” o viceversa. Il pedagogista viene abilitato dall’Università uscendo da un’unica facoltà, ovvero quella di Scienze dell’Educazione e abilitandolo a un unico indirizzo in Scienze Pedagogiche, ovvero quale esperto in educazione, istruzione e crescita; pertanto il pedagogista per svolgere la professione pedagogica non ha bisogno di competenze mediche seppur conosce molto bene la psicologia, che utilizza unicamente come strumento per relazionarsi agli altri nel migliore dei modi. Il pedagogista nello svolgimento delle sue mansioni, ha bisogno solo di strumenti e teorie pedagogiche.

Il problema però si pone quando nella formazione pedagogica universitaria (culturalmente un po’ arretrata e priva di un coerente tirocinio), il professionista che ne esce abilitato, non ha compreso il suo ruolo fino in fondo, andando a cercarsi nelle professioni altrui altre competenze che lo definiscano meglio, che sono più delineate, socialmente più riconosciute e comprese, e illudendosi così di saperne di più e di aver compreso quali siano le sue mansioni e i suoi interventi. Ma non è così. Ha solo fatto molta più confusione. O meglio, gli hanno fatto fare solo molta più confusione, oltre ad aver speso un sacco di soldi!


Cerchiamo di fare ulteriore chiarezza.

giovedì 23 aprile 2020

Lettera aperta al Comandante della Stazione dei Carabinieri di Villa Bonelli a Roma

Al Comandante
Stazione dei Carabinieri di Villa Bonelli di Roma
carabinieri@pec.carabinieri.it

e p.c. 

AMA 

11° Municipio Comune di Roma 

Sindaca Virginia Raggi
protocollo.gabinettosindaco@pec.comune.roma.it 

Gentile Comandante della Stazione dei Carabinieri di Villa Bonnelli, mi chiamo Tiziana Cristofari e vivo nel quartiere; nello specifico nel palazzo che si trova davanti alla Sua Caserma.
Da quando Lei è arrivato (se non ricordo male circa 2/3 anni fa) ha chiesto e ottenuto una manutenzione del pezzettino di strada di Via della Magliana Nuova dove si trova appunto la Stazione dei Carabinieri di Villa Bonelli, che per anni non è mai stato risistemato: potatura degli alberi (i cittadini di via della Magliana hanno ottenuto la potatura solo un mese fa dopo almeno un decennio), il semaforo davanti alla Caserma con rifacimento delle strisce pedonali (dopo anni che sopportavamo gli incidenti stradali), oltre allo spostamento dei cassonetti dell’immondizia (utili solo alla Caserma) che sono stati situati davanti al mio palazzo e sotto le mie finestre; perché a Lei, Gentile Comandante, nonostante gli stessi fossero ubicati dalla parte opposta alla Sua dimora, sicuramente Le disturbavano la vista.
Le faccio notare che lo spostamento dei cassonetti ha causato una discarica a cielo aperto che prima non esisteva, in quanto erano posizionati in modo tale da non permettere che l’immondizia fosse accatastata anche per terra. Oggi invece, oltre a togliere dei parcheggi essenziali al quartiere —Lei sicuramente viene portato fin dentro la Caserma e la Sua auto ha sempre il posto assicurato—, ha permesso una discarica a cielo aperto in quanto resta un enorme spazio tra il marciapiede e i cassonetti, per cui gli incivili si sentono autorizzati a farne un immondezzaio.
Ma perché le dico tutto questo dopo anni dal Suo insediamento? Certo avrei potuto protestare prima per i miasmi che mi arrivano in casa (stando al primo piano) della Sua spazzatura Comandante, e di cui Lei se ne disinteressa in quanto Le è sufficiente che non disturbino la Sua vista quando dall’ultimo piano della Caserma si affaccia per onorare il Suo quartiere. Per non parlare poi del Suo disinteressamento anche per quegli automobilisti disonesti che, dato lo spostamento dei cassonetti lontano dalle telecamere, si fermato tutti i giorni, più volte al giorno, provenienti da quartieri diversi, per scaricare chissà quali materiali e chissà da dove provenienti, sotto gli occhi di tutti, ma forse non sotto i Suoi. Questo tipo di illecito non è forse di Sua pertinenza(?).
Quindi dicevo, Comandante, perché oggi questa lettera. Forse perché sfruttando il Suo potere, l’altro ieri 21 aprile alle 7,30 circa della mattina, Lei è riuscito anche a farsi pulire in modo impeccabile, come mai si vede nel quartiere, il famoso pezzettino di strada davanti alla Sua dimora. Lei è fortunato. Rientrando a casa e notando la sporcizia che la circonda ha potuto “ordinare” all’AMA la pulizia del tratto di strada che Le interessa, questo perché naturalmente, tutta la pattumiera che è rimasta lungo via della Magliana Nuova, non è certo affar Suo. 
Vede Comandante, da quando siamo rinchiusi in casa, io personalmente con il “vantaggio” di una cagnolina, fino a un mese e mezzo fa la prendevo e me ne andavo a passeggiare in un quartiere che aveva più dignità in termini di pulizia. Oggi invece, non solo mi sento una carcerata in casa come tutti gli italiani, ma anche prigioniera di un quartiere che sprofonda nell’immondizia e nei topi. Come da Decreto Covid-19 è da quasi due mesi che faccio con la mia cagnolina il giro intorno al mio palazzo e davanti al Suo affinché possa espletare i suoi bisogni, di cui poi, da cittadina con senso civico e rispetto per gli altri, raccolgo le feci e le butto nel cassonetto, anche se continuo a camminare letteralmente sopra la Sua spazzatura e a quella degli incivili. 

lunedì 13 aprile 2020

Lo spauracchio delle lezioni scolastiche perse

Molti dei bambini che venivano al mio studio, oggi che è arrivato il Covid-19, sono rimasti insieme a me con un collegamento internet. Inizialmente avevo pensato che avrei perso un po’ dei risultati ottenuti con loro, perché, mi dicevo “la relazione in presenza è il cardine di tutto”. E invece ho dovuto ricredermi. Hanno saputo mantenere il ricordo di quella relazione che gli ha permesso di avere una costante e determinata volontà per andare avanti, dandomi grandi soddisfazioni di riuscita e di cambiamento, anche se il lavoro si è svolto solo attraverso uno schermo. Questo atteggiamento che hanno saputo coltivare e tenere vivo anche a distanza si chiama speranza. Una realtà interna dei bambini che non dovremmo mai permettere venga alterata, distrutta, annientata, come spesso purtroppo accade…

Chi invece sta in qualche modo perdendo la calma, sono proprio i genitori. Mi ripetono spesso che sono delusi dalla situazione perché pensano che i loro figli perderanno parte del programma scolastico e che forse non lo recupereranno più, che rimarranno indietro. 
Questo perché molti di loro percepiscono la scuola come una fucina di soli saperi sterili e/o una competizione ai voti, anziché come una fonte di costruzione di relazioni, un modo per comprendere, attraverso quei saperi imparati o ancora da imparare, il senso delle vicende umane, o affinché le stesse possano essere una modalità per dare risposte alla loro crescita.

sabato 11 aprile 2020

Il Covid-19 ha fatto emergere l’umanità

Angeli in camice bianco. I nostri eroi. Il popolo italiano mostra la sua grande solidarietà. Lettere d’amore private tra chi amandosi, non può incontrarsi. La spesa sospesa. Situazioni di resistenza e umanità che giornalmente compaiono alla televisione e sui giornali ci stanno inondando le esistenze. 
Gli striscioni “andrà tutto bene” sono appesi ovunque sui balconi, per le strade, oggi ne hanno fatto anche una canzone.
Ho pianto più volte (e chissà quanti come me) e mi sono emozionata sul racconto dei gesti altruistici di gente comune. Di persone povere che si sono e si stanno prendendo cura di altri poveri. Di popoli stranieri poveri pronti a soccorrere con le loro donne e i loro uomini il popolo italiano rendendomi estremamente felice; tutto ciò mi ha colpito il cuore, ed è sempre stato così: chi meno ha, più dà.
Sì, è vero c’è bisogno di tirare su il morale alle persone; c’è bisogno di alimentare il sentimento di solidarietà; c’è bisogno di sentirci vicini nonostante la lontananza. C’è bisogno di respirare un’aria nuova a fronte di quella viziata degli appartamenti diventati claustrofobici per tutti, anche per chi ne ha uno abbastanza grande da poter destinare una stanza per ogni attività e per ogni componente della famiglia.
E allora accendiamo più del solito la televisione e permettiamo a tutte le trasmissioni di parlarci del grande amore che ha riscoperto il popolo italiano verso il popolo italiano e non solo, della solidarietà che tutti dimostrano verso tutti. Ogni trasmissione parla di come il Covid-19 ci stia cambiando, di come ci permetta di riscoprire i valori umani, di riappropriarci della nostra vita familiare, di riscoprire il dialogo e la relazione. In ogni trasmissione c’è un vissuto ideale di come tutti noi sogniamo che possa diventare l’umanità dopo il Coronavirus. Quello che ci fanno vedere però, non è la realtà.

sabato 14 marzo 2020

Lezioni sul Sofà

Prova le lezioni sul sofà con la Dott.ssa Tiziana Cristofari

Imparare a leggere e scrivere o recuperare le carenze con un’insegnante specializzata anche a distanza, ora si può.

Dopo anni di esperienza nella comunicazione anche via Internet con i bambini, posso offrire un sevizio alle famiglie anche attraverso Internet.
Pertanto coloro che risiedono fuori Roma e per questo periodo di isolamento forzato, i bambini e preadolescenti possono approfittare di questo nuovo servizio stando tranquillamente a casa propria.
Non voglio illudere nessuno ed è bene essere realisti. L’attività didattica via Internet non è facile per tutte le materie ed è complessa, soprattutto per la relazione che è alla base della riuscita di un recupero. Ma per imparare a leggere, fare esercizio di comprensione ed esposizione lessicale, ho potuto constatare che si possono ottenere ottimi risultati dove la mediazione, anche per i più timidi, la fa proprio il testo e... l'esperienza di saper instaurare relazioni anche a distanza.
Per un buon lavoro con i bambini e gli adolescenti è necessario un collegamento internet e la possibilità di far svolgere la lezione in tranquillità, in una stanza dove il bambino può entrare in relazione con me senza interferenze di altre persone, senza pressioni di alcun genere e senza distrazioni, esattamente come avverrebbe al mio studio.
Con i bambini della primaria e secondaria di primo grado

lunedì 9 marzo 2020

Covid-19 e bambini: la pedagogia in aiuto


Questa estrema situazione di allarme per il nuovo Coronavirus, sta cambiando le abitudini delle famiglie. Tra queste abitudini molte torneranno a ripetersi come se mai fosse successo niente, altre diventeranno nuove e permanenti. Una che mi auguro possa diventare permanente è l’igiene personale: perché se io imparo a lavarmi spesso le mani e a rispettare delle accortezze quali starnutire in un fazzoletto o nell’incavo del mio gomito, forse mi tutelerò in futuro anche dalla semplice influenza, abbassando probabilmente in maniera decisa la diffusione invernale della già conosciuta e inevitabile influenza. E tutto questo sul piano della prevenzione medica.

Sul piano della realtà pedagogica, grazie (si fa per dire!) a questa situazione, potremmo imparare ad abituarci a una relazione più intensa con i nostri figli. Vediamo come.

giovedì 5 marzo 2020

Ecco come aiuto mi@ figli@ a leggere!

Una delle realtà che più motivano i bambini a leggere è vedere i propri genitori farlo.
E quale occasione migliore in questo periodo difficile a causa del Covid-19, che costringe mamma e/o papà a rimanere a casa con i propri figli e a cercare di occupare il tempo?

È cosa oramai risaputa che i bambini sono invogliati a fare ciò che fanno i genitori. E proprio una delle esperienze più belle è, per i piccoli, sedersi sul divano insieme a loro e imitarli nella lettura di un libro che a loro piace molto. 

Non solo, fare qualcosa insieme che è “scolastico” (come appunto imparare a leggere), ma farlo con interesse reciproco, ovvero la mamma con l’interesse per il suo libro e il bambino partecipe del suo, lo convincerà che imparare a leggere non è solo un “obbligo” scolastico, ma è anche un piacere relazionale e di vita.

Ecco come aiuto mi@ figli@ a leggere

lunedì 2 marzo 2020

La pedagogia scomoda. Ecco a chi e perché.

Può sembrare un’ironia, ma ogni volta che in ambito sociale e amichevole presento la mia professione, vedo i volti delle persone scurirsi… quasi fossi un’appestata. Non ne parliamo poi quando gli insegnanti sanno che sono una pedagogista e non una psicologa…
Inizialmente pensai che tutte queste persone avessero qualcosa contro la professione, poi ho compreso che in realtà ciò che fa paura è la scienza pedagogica, ovvero la pedagogia e non il pedagogista.
Vi spiego perché.

domenica 23 febbraio 2020

Competenze scolastiche? Anche no, grazie!


L’acquisizione delle competenze scolastiche sono per tutti?
Partiamo dal termine “competenza”. Lo dico subito: non mi piace affatto. Ricorda e rimanda alla competenza che bisogna avere in abito lavorativo. E non è un caso che sia stato scelto e diffuso anche per la scuola, visto che è resa sempre più uno strumento finalizzato solo al lavoro e pertanto per le acquisizioni delle “competenze”, anziché per la crescita umana e la cultura, come dovrebbe essere. 

Detto questo, dato che in qualche modo dobbiamo adeguarci senza però mortificare i nostri figli e studenti, cerchiamo di adattare un certo tipo di linguaggio e di approccio alla scuola senza creare problemi alla crescita e alla futura cultura dei nostri bambini.

Per competenza dobbiamo considerare ogni attività didattica proposta in classe. Pertanto è una competenza la matematica, piuttosto che imparare a leggere e scrivere. Ma com'è possibile acquisire queste competenze senza creare difficoltà nel bambino, per cui si ricorre poi alla certificazione pensando che quel bambino non è in grado di raggiungerle?
Ci sono delle conoscenze che ogni insegnante non può assolutamente sottovalutare, ma che anzi dovrebbero essere cultura e patrimonio pedagogico del docente stesso. Vediamo quali sono.

lunedì 3 febbraio 2020

Angeli e Demoni non solo a Bibbiano


È un fatto gravissimo, è evidente, l’incubo più grande di ogni genitore è un’ipotesi anche remota che qualcuno possa portarti via i figli, con la calunnia per giunta!
Ma purtroppo non credo che sia finita lì, soprattutto ci sono tantissime varianti di quell’orrore, di quelle torture psicologiche a genitori e figli, che penso sia arrivato il momento di dire come stanno le cose, tutte, non solo quelle che finiscono in tribunale e sulle prime pagine dei giornali e dei TG.

Viviamo in un’era in cui si fa molta attenzione alla violenza psichica dei bambini, giustamente direi, ed è scandaloso quando questo non avviene. E seppure lo troviamo scandaloso, succede di continuo, sotto gli occhi di tutti, che però rimangono spesso indifferenti o omertosi.
Faccio un lavoro che mi vede in contatto continuo con le difficoltà genitoriali e scolastiche che riguardano i bambini in prima persona. Quando quest’ultimi arrivano da me, intorno a loro ci sono problemi di relazione più o meno importanti e il più delle volte sono con le insegnanti e/o con la scuola in genere.

venerdì 17 gennaio 2020

La scuola di ‘classe’ è stata autorizzata dal Ministero: perché oggi tanto chiasso per quella romana?


Prima o poi il pensiero profondo delle persone viene a galla. 
L’Istituto comprensivo “Via Trionfale” di Roma, oggi scandalizza per avere distinto i vari plessi in base alle fasce socio-culturali dei suoi alunni: un plesso che accoglie famiglie del ceto medio-alto; uno per alunni con cittadinanza non italiana; un altro dell’alta-borghesia.
Come se non ci fosse spesso nelle scuole un pensiero palesemente discriminatorio e palesemente autorizzato dalla Pubblica Amministrazione ad essere discriminatorio.
Vi spiego perché.
Quando la Normativa Ministeriale del 27 dicembre del 2012 ha specificato chi sono i bambini con BES, ovvero con Bisogni Evolutivi Speciali, intendendo con questo acronimo i figli di immigrati, i bambini italiani con disagi sociali e/o economici, ha autorizzato di fatto gli insegnanti a fare un piano di studi personalizzato con la motivazione di rendere equa e possibile la loro formazione, in quanto si presuppone che questi bambini non riusciranno mai a raggiungere i livelli degli altri solo perché poveri o immigrati. Ma la realtà è che non si sta effettivamente aiutando il bambino (che avrebbe solo bisogno di attenzioni, pedagogia e interesse per la sua realtà personale), ma si sta dicendo a tutti che bisogna “discriminare” evidenziando, ghettizzando e isolando, i bambini figli di una certa classe sociale, da quelli di alto ceto. Si sta autorizzando subdolamente insegnanti, dirigenti e genitori a pensare che ci sono bambini di serie A e bambini di serie B, ovvero coloro che possono usufruire della didattica ordinaria, da quelli che hanno necessità di una straordinaria. Ove la prima ovviamente porterebbe a risultati ovvi per la prosecuzione degli studi fino ai massimi livelli, mentre l’altra porterebbe o all’abbandono scolastico o al più, a una scuola professionale, facendoci così ritornare indietro di quarant’anni. 
E vi stupite che una Dirigente Scolastica con quoziente intellettivo probabilmente molto scarso possa postare sul sito della propria scuola discriminazioni di questo tipo? A me non stupisce affatto. Invece di formare gli insegnanti ad una competenza adeguata per ogni tipologia di studente, di realtà cognitiva o sociale, e farli così arrivare tutti al traguardo, si è fatta una legge che semplificasse estremizzandolo il lavoro del docente, togliendogli letteralmente ogni professionalità pedagogica/didattica, e innescando così un meccanismo discriminatorio nei confronti dei bambini di ceto sociale basso e delle loro famiglie.
Tutta la polemica perbenista sulla discriminazione imposta da questa maldestra Dirigente Scolastica, è solo un fatto di cronaca su una realtà che è sotto gli occhi di tutti e che tutti fanno finta di non vedere. 
La Normativa Ministeriale parla di bambini BES, ovvero di bambini poveri che in quanto tali sono incapaci di capacità cognitive. Ma M. Montessori non aveva già dimostrato ampiamente cento anni fa che la povertà non è indice di incapacità cognitiva, ma solo di una sofferenza del bambino, che in quanto tale gli impedisce una concentrazione adeguata tipica della vita facile di chi ha il benessere? E se così è, allora la Normativa è ampiamente discriminatoria. 
Pertanto se per i bambini definiti BES è previsto un piano didattico personalizzato, perché non dovrebbe essere prevista una classe tutta per loro, dove quel piano didattico anziché essere individuale, diventa collettivo? Esattamente come quando esistevano le classi speciali! Gli insegnanti in questo modo farebbero ancora meno fatica! E la politica sarebbe più soddisfatta di mettere ai margini i soliti noti.
Mi dispiace dirlo, ma la causa di tutta questa polemica assolutamente giustificata, non è della Dirigente Scolastica. Se di causa si può parlare, questa risiede nei piani alti della nostra Amministrazione Pubblica, in quei piani del Ministero in cui non si vuol vedere che la riforma della scuola (una riforma vera) non può più essere prorogata. Che la formazione dei docenti deve essere rivalutata con una cultura pedagogica adeguata e non solo nozionistica della materia di competenza. Che la pedagogia e il pedagogista devono entrare a scuola per sostenere una didattica efficace ed efficiente di docenti probabilmente non tutti sufficientemente autonomi per affrontare gli studenti di oggi.

Dott.ssa Tiziana Cristofari
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giovedì 9 gennaio 2020

Cos’è la didattica compensativa



Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di didattica compensativa legata soprattutto a bambini con difficoltà scolastica, ovvero definiti con disturbo dell’apprendimento.
A prescindere dal PDP (ovvero Piano Didattico Personalizzato), che fa riferimento a strumenti dispensativi e compensativi specifici per un bambino, la didattica compensativa dovrebbe essere una metodologia utilizzata dal docente per integrare e agevolare tutti i bambini di una classe nel migliore dei modi. Quindi è una didattica utilizzata non per un singolo studente  con difficoltà ma per tutta la classe.

La didattica compensativa è un insegnamento che tiene conto delle difficoltà di ciascuno agevolando i diversi stili di apprendimento personali*. Pertanto è una didattica che non penalizza nessuno, tanto meno i più bravi, come spesso si sente dire impropriamente da persone non competenti.

La compilazione del diario
Uno dei primi passi da fare in classe per esprimere la didattica compensativa è partire dalla possibilità di assicurare il tempo necessario a tutti i bambini per una corretta compilazione del diario. La compilazione del diario non è una difficoltà esclusiva di bambini con disturbi dell’apprendimento, ma una difficoltà spesso di molti bambini senza alcun disturbo dell’apprendimento soprattutto nei primi due anni di scuola. Per assicurarsi che tutti scrivano i compiti correttamente, l'unica soluzione è anticipare l'inizio delle operazioni. Ovvero, invece di scrivere i compiti a fine lezione, l'insegnante dovrebbe assegnarli prima ancora di iniziare la lezione. In seguito l'insegnante dovrà assolutamente verificare la correttezza delle trascrizioni per i bambini più lenti. Tengo a precisare che la compilazione del diario è un atto educativo e formativo, che permette l'autonomia e l'indipendenza del bambino, e che pertanto deve essere un obiettivo fondamentale di ogni docente.