domenica 28 giugno 2020

Se i genitori si alleano

Fin dai tempi della scuola materna, siamo andati in caccia della scuola giusta, della maestra giusta. Abbiamo fatto, posso dirlo?, “carte false”, pur di procurare a nostra figlia una certa scuola: quella che ci permettesse di fare ’fronte unico' con la maestra, di lavorare insieme nella stessa direzione, senza disfare l'uno il lavoro dell'altro. Per la scuola elementare, sarebbe quasi un romanzo raccontare come abbiamo agito. Il fatto essenziale mi pare quello di aver avuto una strategia. Avevamo bisogno di una scuola moderna, non dogmatica, non intollerante, aperta; una scuola in cui i bambini contassero più dei registri, il loro lavoro più dei voti con cui la legge fa obbligo di classificarli, la loro comunità più delle loro piccole competizioni, la loro sincerità più dell'ortografia, la loro libertà più dello schema imposto dall'alto. L'abbiamo cercata e trovata. Per anni abbiamo visto crescere nostra figlia, tra casa e scuola, proprio come avevamo desiderato che crescesse: sincera, attiva, amica di tutti, capace di avere opinioni e di difenderle; anche dura, dove e quando occorre cercare la durezza, per non costruire sulla sabbia. Un miracolo? Bene, noi abbiamo trovato questo miracolo nella scuola di tutti, nella scuola di Stato. La media, vedremo, sarà quel che sarà. Ma quegli anni conteranno per sempre. Del resto, anche per la media, non siamo mica rimasti con le mani in mano. Ci siamo messi, un gruppo di genitori, decisi a far restare insieme i nostri figli anche dopo la quinta, in cerca della scuola giusta: non troppo lontana dalle abitazioni (Roma è sterminata!), disposta ad accoglierli in blocco, come una comunità già costruita, non come atomi disgregati; disposta a tener conto della loro storia passata, a costruire su quella, non sul vuoto dei programmi e dei regolamenti. Così, siamo andati da un preside. Mancavano mesi all'apertura delle scuole, i bambini non avevano ancora fatto l'esame di quinta. Ci rendevamo conto che la nostra richiesta era, a dir poco, insolita. Siamo stati ascoltati con attenzione, con intelligenza. Una scuola pubblica ha fatto una classe apposta per noi. Un altro miracolo? Questa volta no. Questa volta debbo precisare la lezione che ricavo dall'esperienza: si ottiene di più, per il proprio figlio, si ottiene il meglio, per lui (il meglio possibile...) se non si agisce soli, se i genitori si alleano, se ognuno di noi si sente padre... di un gruppo, se supera l'egoismo della paternità (della maternità) per far qualcosa che contribuisca a creare una responsabilità collettiva della società adulta nei confronti della società bambina.

- Gianni Rodari -


lunedì 11 maggio 2020

Perché al pedagogista non serve la certificazione di DSA. Chi è e cosa fa il pedagogista.


Cominciamo col fare chiarezza. Il pedagogista non svolge alcun tipo di prestazione medica o paramedica, non c'entra nulla con la clinica seppur esiste un corso post universitario, riconosciuto dal MIUR denominato “Pedagogista clinico”. Non esiste il “pedagogista clinico” nella misura in cui per clinico si intende (come si vorrebbe far intendere) con un indirizzo o cultura specifica per i malati. Questo perché non esiste corso universitario che abilita il pedagogista “semplice” differenziandolo dal pedagogista “clinico” o viceversa. Il pedagogista viene abilitato dall’Università uscendo da un’unica facoltà, ovvero quella di Scienze dell’Educazione e abilitandolo a un unico indirizzo in Scienze Pedagogiche, ovvero quale esperto in educazione, istruzione e crescita; pertanto il pedagogista per svolgere la professione pedagogica non ha bisogno di competenze mediche seppur conosce molto bene la psicologia, che utilizza unicamente come strumento per relazionarsi agli altri nel migliore dei modi. Il pedagogista nello svolgimento delle sue mansioni, ha bisogno solo di strumenti e teorie pedagogiche.

Il problema però si pone quando nella formazione pedagogica universitaria (culturalmente un po’ arretrata e priva di un coerente tirocinio), il professionista che ne esce abilitato, non ha compreso il suo ruolo fino in fondo, andando a cercarsi nelle professioni altrui altre competenze che lo definiscano meglio, che sono più delineate, socialmente più riconosciute e comprese, e illudendosi così di saperne di più e di aver compreso quali siano le sue mansioni e i suoi interventi. Ma non è così. Ha solo fatto molta più confusione. O meglio, gli hanno fatto fare solo molta più confusione, oltre ad aver speso un sacco di soldi!


Cerchiamo di fare ulteriore chiarezza.

giovedì 23 aprile 2020

Lettera aperta al Comandante della Stazione dei Carabinieri di Villa Bonelli a Roma

Al Comandante
Stazione dei Carabinieri di Villa Bonelli di Roma
carabinieri@pec.carabinieri.it

e p.c. 

AMA 

11° Municipio Comune di Roma 

Sindaca Virginia Raggi
protocollo.gabinettosindaco@pec.comune.roma.it 

Gentile Comandante della Stazione dei Carabinieri di Villa Bonnelli, mi chiamo Tiziana Cristofari e vivo nel quartiere; nello specifico nel palazzo che si trova davanti alla Sua Caserma.
Da quando Lei è arrivato (se non ricordo male circa 2/3 anni fa) ha chiesto e ottenuto una manutenzione del pezzettino di strada di Via della Magliana Nuova dove si trova appunto la Stazione dei Carabinieri di Villa Bonelli, che per anni non è mai stato risistemato: potatura degli alberi (i cittadini di via della Magliana hanno ottenuto la potatura solo un mese fa dopo almeno un decennio), il semaforo davanti alla Caserma con rifacimento delle strisce pedonali (dopo anni che sopportavamo gli incidenti stradali), oltre allo spostamento dei cassonetti dell’immondizia (utili solo alla Caserma) che sono stati situati davanti al mio palazzo e sotto le mie finestre; perché a Lei, Gentile Comandante, nonostante gli stessi fossero ubicati dalla parte opposta alla Sua dimora, sicuramente Le disturbavano la vista.
Le faccio notare che lo spostamento dei cassonetti ha causato una discarica a cielo aperto che prima non esisteva, in quanto erano posizionati in modo tale da non permettere che l’immondizia fosse accatastata anche per terra. Oggi invece, oltre a togliere dei parcheggi essenziali al quartiere —Lei sicuramente viene portato fin dentro la Caserma e la Sua auto ha sempre il posto assicurato—, ha permesso una discarica a cielo aperto in quanto resta un enorme spazio tra il marciapiede e i cassonetti, per cui gli incivili si sentono autorizzati a farne un immondezzaio.
Ma perché le dico tutto questo dopo anni dal Suo insediamento? Certo avrei potuto protestare prima per i miasmi che mi arrivano in casa (stando al primo piano) della Sua spazzatura Comandante, e di cui Lei se ne disinteressa in quanto Le è sufficiente che non disturbino la Sua vista quando dall’ultimo piano della Caserma si affaccia per onorare il Suo quartiere. Per non parlare poi del Suo disinteressamento anche per quegli automobilisti disonesti che, dato lo spostamento dei cassonetti lontano dalle telecamere, si fermato tutti i giorni, più volte al giorno, provenienti da quartieri diversi, per scaricare chissà quali materiali e chissà da dove provenienti, sotto gli occhi di tutti, ma forse non sotto i Suoi. Questo tipo di illecito non è forse di Sua pertinenza(?).
Quindi dicevo, Comandante, perché oggi questa lettera. Forse perché sfruttando il Suo potere, l’altro ieri 21 aprile alle 7,30 circa della mattina, Lei è riuscito anche a farsi pulire in modo impeccabile, come mai si vede nel quartiere, il famoso pezzettino di strada davanti alla Sua dimora. Lei è fortunato. Rientrando a casa e notando la sporcizia che la circonda ha potuto “ordinare” all’AMA la pulizia del tratto di strada che Le interessa, questo perché naturalmente, tutta la pattumiera che è rimasta lungo via della Magliana Nuova, non è certo affar Suo. 
Vede Comandante, da quando siamo rinchiusi in casa, io personalmente con il “vantaggio” di una cagnolina, fino a un mese e mezzo fa la prendevo e me ne andavo a passeggiare in un quartiere che aveva più dignità in termini di pulizia. Oggi invece, non solo mi sento una carcerata in casa come tutti gli italiani, ma anche prigioniera di un quartiere che sprofonda nell’immondizia e nei topi. Come da Decreto Covid-19 è da quasi due mesi che faccio con la mia cagnolina il giro intorno al mio palazzo e davanti al Suo affinché possa espletare i suoi bisogni, di cui poi, da cittadina con senso civico e rispetto per gli altri, raccolgo le feci e le butto nel cassonetto, anche se continuo a camminare letteralmente sopra la Sua spazzatura e a quella degli incivili. 

lunedì 13 aprile 2020

Lo spauracchio delle lezioni scolastiche perse

Molti dei bambini che venivano al mio studio, oggi che è arrivato il Covid-19, sono rimasti insieme a me con un collegamento internet. Inizialmente avevo pensato che avrei perso un po’ dei risultati ottenuti con loro, perché, mi dicevo “la relazione in presenza è il cardine di tutto”. E invece ho dovuto ricredermi. Hanno saputo mantenere il ricordo di quella relazione che gli ha permesso di avere una costante e determinata volontà per andare avanti, dandomi grandi soddisfazioni di riuscita e di cambiamento, anche se il lavoro si è svolto solo attraverso uno schermo. Questo atteggiamento che hanno saputo coltivare e tenere vivo anche a distanza si chiama speranza. Una realtà interna dei bambini che non dovremmo mai permettere venga alterata, distrutta, annientata, come spesso purtroppo accade…

Chi invece sta in qualche modo perdendo la calma, sono proprio i genitori. Mi ripetono spesso che sono delusi dalla situazione perché pensano che i loro figli perderanno parte del programma scolastico e che forse non lo recupereranno più, che rimarranno indietro. 
Questo perché molti di loro percepiscono la scuola come una fucina di soli saperi sterili e/o una competizione ai voti, anziché come una fonte di costruzione di relazioni, un modo per comprendere, attraverso quei saperi imparati o ancora da imparare, il senso delle vicende umane, o affinché le stesse possano essere una modalità per dare risposte alla loro crescita.

sabato 11 aprile 2020

Il Covid-19 ha fatto emergere l’umanità

Angeli in camice bianco. I nostri eroi. Il popolo italiano mostra la sua grande solidarietà. Lettere d’amore private tra chi amandosi, non può incontrarsi. La spesa sospesa. Situazioni di resistenza e umanità che giornalmente compaiono alla televisione e sui giornali ci stanno inondando le esistenze. 
Gli striscioni “andrà tutto bene” sono appesi ovunque sui balconi, per le strade, oggi ne hanno fatto anche una canzone.
Ho pianto più volte (e chissà quanti come me) e mi sono emozionata sul racconto dei gesti altruistici di gente comune. Di persone povere che si sono e si stanno prendendo cura di altri poveri. Di popoli stranieri poveri pronti a soccorrere con le loro donne e i loro uomini il popolo italiano rendendomi estremamente felice; tutto ciò mi ha colpito il cuore, ed è sempre stato così: chi meno ha, più dà.
Sì, è vero c’è bisogno di tirare su il morale alle persone; c’è bisogno di alimentare il sentimento di solidarietà; c’è bisogno di sentirci vicini nonostante la lontananza. C’è bisogno di respirare un’aria nuova a fronte di quella viziata degli appartamenti diventati claustrofobici per tutti, anche per chi ne ha uno abbastanza grande da poter destinare una stanza per ogni attività e per ogni componente della famiglia.
E allora accendiamo più del solito la televisione e permettiamo a tutte le trasmissioni di parlarci del grande amore che ha riscoperto il popolo italiano verso il popolo italiano e non solo, della solidarietà che tutti dimostrano verso tutti. Ogni trasmissione parla di come il Covid-19 ci stia cambiando, di come ci permetta di riscoprire i valori umani, di riappropriarci della nostra vita familiare, di riscoprire il dialogo e la relazione. In ogni trasmissione c’è un vissuto ideale di come tutti noi sogniamo che possa diventare l’umanità dopo il Coronavirus. Quello che ci fanno vedere però, non è la realtà.

sabato 14 marzo 2020

Lezioni sul Sofà

Prova le lezioni sul sofà con la Dott.ssa Tiziana Cristofari

Imparare a leggere e scrivere o recuperare le carenze con un’insegnante specializzata anche a distanza, ora si può.

Dopo anni di esperienza nella comunicazione anche via Internet con i bambini, posso offrire un sevizio alle famiglie anche attraverso Internet.
Pertanto coloro che risiedono fuori Roma e per questo periodo di isolamento forzato, i bambini e preadolescenti possono approfittare di questo nuovo servizio stando tranquillamente a casa propria.
Non voglio illudere nessuno ed è bene essere realisti. L’attività didattica via Internet non è facile per tutte le materie ed è complessa, soprattutto per la relazione che è alla base della riuscita di un recupero. Ma per imparare a leggere, fare esercizio di comprensione ed esposizione lessicale, ho potuto constatare che si possono ottenere ottimi risultati dove la mediazione, anche per i più timidi, la fa proprio il testo e... l'esperienza di saper instaurare relazioni anche a distanza.
Per un buon lavoro con i bambini e gli adolescenti è necessario un collegamento internet e la possibilità di far svolgere la lezione in tranquillità, in una stanza dove il bambino può entrare in relazione con me senza interferenze di altre persone, senza pressioni di alcun genere e senza distrazioni, esattamente come avverrebbe al mio studio.
Con i bambini della primaria e secondaria di primo grado

lunedì 9 marzo 2020

Covid-19 e bambini: la pedagogia in aiuto


Questa estrema situazione di allarme per il nuovo Coronavirus, sta cambiando le abitudini delle famiglie. Tra queste abitudini molte torneranno a ripetersi come se mai fosse successo niente, altre diventeranno nuove e permanenti. Una che mi auguro possa diventare permanente è l’igiene personale: perché se io imparo a lavarmi spesso le mani e a rispettare delle accortezze quali starnutire in un fazzoletto o nell’incavo del mio gomito, forse mi tutelerò in futuro anche dalla semplice influenza, abbassando probabilmente in maniera decisa la diffusione invernale della già conosciuta e inevitabile influenza. E tutto questo sul piano della prevenzione medica.

Sul piano della realtà pedagogica, grazie (si fa per dire!) a questa situazione, potremmo imparare ad abituarci a una relazione più intensa con i nostri figli. Vediamo come.

giovedì 5 marzo 2020

Ecco come aiuto mi@ figli@ a leggere!

Una delle realtà che più motivano i bambini a leggere è vedere i propri genitori farlo.
E quale occasione migliore in questo periodo difficile a causa del Covid-19, che costringe mamma e/o papà a rimanere a casa con i propri figli e a cercare di occupare il tempo?

È cosa oramai risaputa che i bambini sono invogliati a fare ciò che fanno i genitori. E proprio una delle esperienze più belle è, per i piccoli, sedersi sul divano insieme a loro e imitarli nella lettura di un libro che a loro piace molto. 

Non solo, fare qualcosa insieme che è “scolastico” (come appunto imparare a leggere), ma farlo con interesse reciproco, ovvero la mamma con l’interesse per il suo libro e il bambino partecipe del suo, lo convincerà che imparare a leggere non è solo un “obbligo” scolastico, ma è anche un piacere relazionale e di vita.

Ecco come aiuto mi@ figli@ a leggere

lunedì 2 marzo 2020

La pedagogia scomoda. Ecco a chi e perché.

Può sembrare un’ironia, ma ogni volta che in ambito sociale e amichevole presento la mia professione, vedo i volti delle persone scurirsi… quasi fossi un’appestata. Non ne parliamo poi quando gli insegnanti sanno che sono una pedagogista e non una psicologa…
Inizialmente pensai che tutte queste persone avessero qualcosa contro la professione, poi ho compreso che in realtà ciò che fa paura è la scienza pedagogica, ovvero la pedagogia e non il pedagogista.
Vi spiego perché.

domenica 23 febbraio 2020

Competenze scolastiche? Anche no, grazie!


L’acquisizione delle competenze scolastiche sono per tutti?
Partiamo dal termine “competenza”. Lo dico subito: non mi piace affatto. Ricorda e rimanda alla competenza che bisogna avere in abito lavorativo. E non è un caso che sia stato scelto e diffuso anche per la scuola, visto che è resa sempre più uno strumento finalizzato solo al lavoro e pertanto per le acquisizioni delle “competenze”, anziché per la crescita umana e la cultura, come dovrebbe essere. 

Detto questo, dato che in qualche modo dobbiamo adeguarci senza però mortificare i nostri figli e studenti, cerchiamo di adattare un certo tipo di linguaggio e di approccio alla scuola senza creare problemi alla crescita e alla futura cultura dei nostri bambini.

Per competenza dobbiamo considerare ogni attività didattica proposta in classe. Pertanto è una competenza la matematica, piuttosto che imparare a leggere e scrivere. Ma com'è possibile acquisire queste competenze senza creare difficoltà nel bambino, per cui si ricorre poi alla certificazione pensando che quel bambino non è in grado di raggiungerle?
Ci sono delle conoscenze che ogni insegnante non può assolutamente sottovalutare, ma che anzi dovrebbero essere cultura e patrimonio pedagogico del docente stesso. Vediamo quali sono.

lunedì 3 febbraio 2020

Angeli e Demoni non solo a Bibbiano


È un fatto gravissimo, è evidente, l’incubo più grande di ogni genitore è un’ipotesi anche remota che qualcuno possa portarti via i figli, con la calunnia per giunta!
Ma purtroppo non credo che sia finita lì, soprattutto ci sono tantissime varianti di quell’orrore, di quelle torture psicologiche a genitori e figli, che penso sia arrivato il momento di dire come stanno le cose, tutte, non solo quelle che finiscono in tribunale e sulle prime pagine dei giornali e dei TG.

Viviamo in un’era in cui si fa molta attenzione alla violenza psichica dei bambini, giustamente direi, ed è scandaloso quando questo non avviene. E seppure lo troviamo scandaloso, succede di continuo, sotto gli occhi di tutti, che però rimangono spesso indifferenti o omertosi.
Faccio un lavoro che mi vede in contatto continuo con le difficoltà genitoriali e scolastiche che riguardano i bambini in prima persona. Quando quest’ultimi arrivano da me, intorno a loro ci sono problemi di relazione più o meno importanti e il più delle volte sono con le insegnanti e/o con la scuola in genere.

giovedì 9 gennaio 2020

Cos’è la didattica compensativa



Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di didattica compensativa legata soprattutto a bambini con difficoltà scolastica, ovvero definiti con disturbo dell’apprendimento.
A prescindere dal PDP (ovvero Piano Didattico Personalizzato), che fa riferimento a strumenti dispensativi e compensativi specifici per un bambino, la didattica compensativa dovrebbe essere una metodologia utilizzata dal docente per integrare e agevolare tutti i bambini di una classe nel migliore dei modi. Quindi è una didattica utilizzata non per un singolo studente  con difficoltà ma per tutta la classe.

La didattica compensativa è un insegnamento che tiene conto delle difficoltà di ciascuno agevolando i diversi stili di apprendimento personali*. Pertanto è una didattica che non penalizza nessuno, tanto meno i più bravi, come spesso si sente dire impropriamente da persone non competenti.

La compilazione del diario
Uno dei primi passi da fare in classe per esprimere la didattica compensativa è partire dalla possibilità di assicurare il tempo necessario a tutti i bambini per una corretta compilazione del diario. La compilazione del diario non è una difficoltà esclusiva di bambini con disturbi dell’apprendimento, ma una difficoltà spesso di molti bambini senza alcun disturbo dell’apprendimento soprattutto nei primi due anni di scuola. Per assicurarsi che tutti scrivano i compiti correttamente, l'unica soluzione è anticipare l'inizio delle operazioni. Ovvero, invece di scrivere i compiti a fine lezione, l'insegnante dovrebbe assegnarli prima ancora di iniziare la lezione. In seguito l'insegnante dovrà assolutamente verificare la correttezza delle trascrizioni per i bambini più lenti. Tengo a precisare che la compilazione del diario è un atto educativo e formativo, che permette l'autonomia e l'indipendenza del bambino, e che pertanto deve essere un obiettivo fondamentale di ogni docente.

domenica 29 dicembre 2019

Quando il disturbo dell’attenzione è rifiuto


Se d’un tratto vi trovaste con il datore di lavoro che vi chiede prestazioni lavorative più complesse del solito; se vi incalzasse continuamente nel dirvi che non siete abbastanza attenti, abbastanza svelti, abbastanza capaci di fare ciò che vi comanda. Poi tornaste a casa e vostra madre vi apostrofasse dicendovi che con vostro figlio non siete abbastanza madre o padre, abbastanza severo, abbastanza rigorosa nel punire l’irruenza del vostro bambino. Immaginate poi che in serata arrivasse anche vostro padre dicendovi che la casa non è abbastanza pulita, non siete abbastanza bravi a fare piccoli lavoretti di idraulica o di elettricità, non siete abbastanza svelti nel potare le piante. E poi arrivasse addirittura vostra cugina rimproverandovi che dovete essere più disponibili con i vostri figli, che è essenziale che pratichino l’attività sportiva, e che in fondo dovreste passare più tempo con loro. 
Bene; come vi sentireste? O come vi sentite se tutto ciò già vi accade?

Adesso immaginate vostro figlio o vostra figlia, che vive esattamente la stessa cosa: va a scuola e trova una docente che non le dà fiato perché non è abbastanza attenta, abbastanza svelta, abbastanza brava, abbastanza disponibile. Poi torna a casa e trova una madre che, spaventata da tutti i “non abbastanza” segnati sul quaderno, comincia a fare ramanzine verbali continue perché si impegni, perché sia più veloce, perché sia più attenta, più brava, più prestante, più simpatica, più estroversa, più disciplinata, compiacente in ogni aspetto. Poi arriva di sera anche il papà, che vedendo i compiti ancora non finiti o fatti male, ricomincia con la solfa: “Ancora non hai finito? È quasi ora di cena, possibile che sei così lenta? Qui hai sbagliato: era tre più due e non meno due; perché non stai più attenta? Dobbiamo rifarli tutti; sei sempre la solita distratta.” E magari incalza pure: “Allora ha ragione la tua insegnante!”
Bene; come pensate che si possa sentire?

mercoledì 25 dicembre 2019

Le mamme che sbagliano fanno così!


Le mamme che sbagliano fanno così

Perché le mamme o i papà sbagliano con i propri figli quando quest’ultimi hanno difficoltà nello studio?

Perché trovano giustificazioni personali o solleciti ingiustificati dei docenti in una teoria, quella neurobiologica-genetica, che pretende di diagnosticare tutti i bambini con alterazioni cognitive per ogni difficoltà scolastica, anche se la stessa ha profonde radici nella didattica e nella pedagogica.

Nelle indagini mediche cui sottoponiamo i bambini con difficoltà scolastiche nessuna analisi viene fatta sul metodo e le capacità del docente. Nessuna analisi sulla relazione che il docente instaura o non instaura con il bambino. Nessuna analisi per comprendere la realtà familiare del piccolo che influisce enormemente sulle sue potenzialità per lo sviluppo cognitivo. 

martedì 10 dicembre 2019

Cosa impedisce lo sviluppo cognitivo sano dei bambini.


Dopo essermi laureata pensavo che mi sarei occupata della formazione degli adolescenti. Mi è sempre piaciuto il mondo adolescenziale e per qualche forma di alchimia il mio rapporto con loro, nonostante le difficoltà della loro età, è sempre riuscito, sono stata capace di trovare un canale di comunicazione per appassionarli alla materia scolastica, alla discussione, forse anche alla mia persona… anche se l’attività come docente l’ho iniziata in realtà con i diversamente abili dell’università, quindi con un’età ancora superiore.
Poi lentamente le cose sono cambiate. Un destino diverso ha deciso che io cominciassi a occuparmi dei più piccoli: dopo gli studenti del liceo ho lavorato con i preadolescenti delle scuole secondarie di primo grado, poi sono passata alle scuole primarie. 
Una volta qui il mio percorso è stato tutto in salita, inteso come una grande sfida e un grande lavoro oltre che un pesante nuovo impegno conoscitivo: il mondo dei disturbi dell’apprendimento ha richiesto per me una nuova responsabilità nella ricerca e pertanto nei nuovi studi pedagogici/scientifici, che mi hanno portata fino ai bambini del nido e della materna e conseguentemente a fare formazione ai loro educatori.
Insomma un percorso a ritroso affascinante e unico che mi ha permesso di approfondire la radice dei disturbi dell’apprendimento e di riscoprire il ruolo fondamentale e direi quasi unico, degli educatori di nido e materna.

lunedì 18 novembre 2019

La verità sul neurosviluppo, eccola!


La verità sul neurosviluppo, eccola


Nella quasi totalità dei libri di testo e persino su gran parte degli articoli più recenti si legge che i disturbi del neurosviluppo e tra questi, in particolare, i disturbi dello spettro autistico (DSA o ASD in inglese) avrebbero una forte componente genetica, come, del resto, alcune tra le principali patologie neuropsichiatriche, in particolare la schizofrenia. D'altro canto, in tutto il mondo, si segnala da alcuni decenni un aumento costante e significativo di tali patologie e questo mette fortemente in discussione la tesi dell'origine genetica delle stesse, visto che, almeno nell'ambito dell'attuale modello genomico, le variazioni significative stabili della sequenza del DNA in grado di determinare variazioni in senso patologico del nostro fenotipo sarebbero stocastiche (ovvero che variano in base alle leggi probabilistiche e non deterministiche*) e rare
(tratto da D. Lucangeli, Psicologia dello sviluppo, Mondadori Università, Milano 2019, cit. p. 41).

Finalmente qualcuno comincia a parlare con chiarezza e veridicità sui disturbi specifici dell’apprendimento.

dott.ssa Tiziana Cristofari

*Corsivo mio.



Il libro lo puoi acquistare sul nostro sito o su Amazon





sabato 2 novembre 2019

Ma se non me lo dice, come faccio ad imparare?

Rubrica: Le voci dei bambini.


Una mattina un bambino di 4 primaria che incontro per i corridoi della scuola mi apostrofa così:
«Ciao Maestra, ti cercavo». 
«Ciao, perché mi cercavi?»
Apre un foglietto che aveva in tasca e mi chiede leggendo:
«Cosa sono i… disturbi specifici dell’apprendimento?»
Lo guardo incuriosita e gli chiedo perché mi fa questa domanda.
«Perché la maestra Silvia ha detto ad Antonio che ha i…» riguarda il foglietto e dice nuovamente: «…disturbi specifici dell’apprendimento…»
«Tu cosa pensi che siano?» gli chiedo.
«Non lo so ma sicuramente qualcosa di brutto…»
«Perché?» insisto.
«Perché ha guardato Antonio con una faccia arrabbiata e poi gli ha chiuso il quaderno dicendogli che lui non ce la poteva fare perché aveva…» e riguarda il foglietto «… i disturbi specifici dell’apprendimento…»
«E a te è dispiaciuta questa cosa?»
«Ho avuto paura. Lui è un mio amico. La maestra era arrabbiata.»
«Perché pensi che la maestra fosse arrabbiata?»
«Perché gli ha chiuso il quaderno e lo ha buttato sul tavolo. Di solito ci dice cosa non va di quello che facciamo, ma a lui no, non glielo ha detto…»
«Capisco. E poi cosa è successo?»
«Antonio si è messo a piangere, ma la maestra non se ne è accorta…»
«E tu cosa hai fatto?»
«Niente, ho avuto paura e ho pensato che i… uffa non mi ricordo mai come si dice…» e riguarda ancora il foglietto, poi visibilmente irritato: «Insomma questi disturbi dell’apprendimento devono essere una cosa molto brutta. Perché lo ha sgridato? E se ce li ho anche io, io non lo so se ce li ho…»
«Aspetta, non correre. Quindi la maestra lo ha sgridato?»
«Sì, altrimenti perché piangeva? Non ha alzato la voce come fa di solito, però Antonio ha pianto, quindi lo ha sgridato, altrimenti non piangeva…»
«Pensi che la maestra abbia fatto qualcosa che non doveva fare?»
«Non doveva chiudere il quaderno e non doveva dirgli che ha i…» lo aiuto «disturbi dell’apprendimento»
«Ecco sì, non so cosa siano, ma non lo doveva dire.» Gli rispondo:
«Concordo con te, hai ragione. Non lo doveva dire. Ma tu non devi avere paura, perché i disturbi dell’apprendimento sono un modo diverso per dire che Antonio ha qualche difficoltà con la matematica…»
«E se è così perché non gli ha detto dove ha sbagliato come fa con me e gli ha chiuso il quaderno? Io avrei potuto aiutarlo…»
«Sì, hai ragione anche su questo, tu avresti potuto aiutarlo…»
«La prossima volta non avrò più paura della maestra e lo aiuterò io, perché Antonio è un mio amico e non voglio vederlo piangere.»
«Bravissimo! Non bisogna avere paura delle difficoltà scolastiche, bisogna affrontarle, sei d’accordo?» Annuisce con la testa e poi aggiunge:
«Maestra, perché tu sei sempre così gentile con me? Se chiedo le cose alla maestra Silvia mi risponde sempre che devo crescere e che prima o poi imparerò, ma se lei le cose non me le dice, come faccio ad imparare?»

Luca, IV primaria




lunedì 28 ottobre 2019

I disturbi specifici dell’apprendimento non si curano! Ma...


È questo il mantra che ruota nel web: i disturbi specifici dell’apprendimento non si curano e non sono una malattia. Giusto, non sono una malattia, sono un disturbo! Certificato dal medico come incurabile, ma non sono una malattia. Difatti si dispensa e si facilita, ma non si cura, è bene chiarirlo. Il certificato, proprio perché non è possibile attuare la cura, non serve al bambino, ma all’insegnante perché non si accanisca sul bambino che è “disturbato”, non malato, però certificato, quindi assolutamente va dispensato, facilitato e compatito. In poche parole va lasciato al suo destino. Anzi no, scusate ci sono i logopedisti che si occupano di linguaggio, ma vogliono ficcare il naso anche nella didattica. Questo perché non essendo malato, ma comunque certificato, il bambino va indirizzato verso una professione sanitaria che giustifichi la certificazione del medico e anche il costo dell’intervento, altrimenti la certificazione che cosa ci sta a fare?

giovedì 17 ottobre 2019

L’apprendimento: perché mio figlio non apprende come gli altri


Paura e apprendimento: quale la relazione

Spesso nella vita di tutti i giorni può capitare che per la paura di sbagliare e del giudizio dell’altro si dicano delle bugie. Quindi la paura di commettere un errore arriva a farci comportare in modo socialmente scorretto. Questo capita agli adulti, ma anche ai bambini se sanno che poi l’errore lo pagheranno con il giudizio, il rimprovero, la gogna.
Questa paura nasce perché nella nostra vita, fin da bambini, non ci è stato consentito l’errore e la nostra autostima non è delle migliori. Non c’è niente di più umano che commettere errori, però gli stessi ci mettono terribilmente a disagio e pertanto mentiamo. Ecco come ripensando agli studi sullo stimolo-risposta di Ivan Pavlov (1849-1936), possiamo affermare che da piccoli siamo stati talmente “scottati” dagli adulti quando abbiamo sbagliato, che oggi la nostra risposta all’errore è diventata mentire (anziché scusarsi), pur di non ammettere di averlo commesso o arrivando addirittura a negare di averlo commesso.

domenica 13 ottobre 2019

Le certificazioni per DSA distruggono la capacità di continuare ad apprendere


Siamo tutti a conoscenza del raccontino che spesso si fa per giustificare una certificazione di disturbo dell’apprendimento; ovvero che prima delle certificazioni questi bambini con varie difficoltà nella lettura o nel calcolo, venivano tacciati nel passato come degli svogliati, dei pigri, bambini insomma che non avevano voglia di impegnarsi nella scuola. Oggi, secondo la favoletta, tutti questi bambini che dimostrano di avere difficoltà nell'apprendimento scolastico, vengono riconosciuti nella loro “condizione diversa”, diagnosticati come bambini che hanno disturbi dell’apprendimento e pertanto “aiutati” a sentirsi “come gli altri”. Nessun adulto però chiede mai a questi bambini se veramente si sentono come gli altri. Anche perché se lo facessero, la risposta sarebbe un secco “No, mi sento un diverso”, come tutti coloro che vengono da me confessano chi prima chi dopo.