Lettera aperta alla politica e all’informazione per una rivoluzione gentile contro il conformismo
Scrivo questa lettera dopo aver vissuto un’esperienza personale dolorosa, ma non desidero raccontarla per ottenere compassione né per regolare un conto privato. La racconto perché temo che ciò che mi è accaduto rappresenti il sintomo di un clima culturale sempre più diffuso: un clima nel quale avere determinate idee, manifestarle civilmente e non corrispondere al modello dominante può diventare un ostacolo persino nell’accesso al lavoro.
Una scuola che aveva deciso di assumermi ha cambiato idea dopo aver ricevuto informazioni scorrette sul mio conto. La mia preparazione, la mia esperienza e il lavoro concretamente svolto nel corso degli anni sono passati in secondo piano. A pesare sono state alcune convinzioni religiose e politiche che mi sono state attribuite, anche sulla base di una frase rintracciata sul mio profilo Facebook.
È stata inoltre messa in dubbio una parte fondamentale della mia competenza professionale. Da una lettura superficiale dei miei articoli è stata ricavata l’idea che io non attribuisca valore alle certificazioni e che, di conseguenza, non sia disposta a seguire adeguatamente i bambini con difficoltà.
È un’accusa particolarmente grave, perché non nasce dall’osservazione del mio modo di insegnare, ma dalla deformazione del pensiero pedagogico sul quale ho costruito la mia intera professione. Ho dedicato anni di studio e di lavoro proprio all’inclusione, alla personalizzazione dell’insegnamento e alla ricerca di strumenti capaci di accompagnare i bambini che incontrano maggiori difficoltà.
Sostenere che un bambino non debba mai essere ridotto alla propria diagnosi non significa negare il valore delle certificazioni. Significa riconoscere che la certificazione può essere necessaria e preziosa, ma che il bambino viene prima del documento che descrive una parte dei suoi bisogni. Significa osservare prima di etichettare, comprendere prima di giudicare e intervenire prima che una difficoltà si trasformi in una condanna.
Il punto politico della vicenda, tuttavia, va oltre la mia persona e la mia professione.
Mi è stato fatto comprendere che anche essere considerata di sinistra avrebbe rappresentato un problema. E allora la domanda non può più riguardare soltanto una mancata assunzione: in quale Paese stiamo vivendo, se un orientamento politico democratico può diventare un elemento di sospetto nella scelta di una lavoratrice?
Negli ultimi anni avverto un cambiamento profondo. Non ricordo, nella mia esperienza, un clima tanto pervasivo di sospetto verso chi esprime idee progressiste, difende l’inclusione, contesta le disuguaglianze o rifiuta una rappresentazione autoritaria della società. Essere di sinistra viene sempre più spesso raccontato non come una legittima posizione politica, ma come una colpa da giustificare, un’anomalia da sorvegliare, quasi un segno di inaffidabilità.
Non parlo della normale contrapposizione tra idee diverse. Il confronto politico, anche duro, appartiene alla democrazia. Parlo di qualcosa di più sottile e pericoloso: della creazione di un clima nel quale molte persone cominciano a domandarsi se sia opportuno dichiarare ciò che pensano, pubblicare un articolo, esprimere solidarietà, criticare il potere o manifestare la propria appartenenza politica.
È una forma di intimidazione culturale che non ha bisogno di divieti ufficiali. Non occorre impedire formalmente la libertà di espressione: basta far comprendere che esercitarla potrebbe costare un’opportunità, una reputazione o un posto di lavoro.
Il risultato è il conformismo.
Le persone imparano a cancellare le proprie tracce, a chiudere i profili social, a rimuovere riferimenti, a misurare le parole e a nascondere parti di sé. Non perché abbiano commesso qualcosa di illecito, ma perché temono che un’opinione democratica possa essere estratta dal suo contesto e trasformata in un capo d’accusa.
Io stessa, dopo quanto accaduto, ho sentito il bisogno di proteggere maggiormente la mia vita privata e professionale. E questo dovrebbe interrogare chiunque abbia responsabilità politiche: una democrazia è davvero libera quando i suoi cittadini possiedono formalmente il diritto di parlare, ma hanno paura delle conseguenze concrete delle proprie parole?
La destra politica e culturale dovrebbe interrogarsi seriamente sulla responsabilità che assume quando alimenta una continua contrapposizione tra persone considerate “normali” e persone dipinte come ideologiche, pericolose o estranee ai valori della comunità. Perché un linguaggio ripetuto nei dibattiti pubblici non rimane confinato nei palazzi della politica o negli studi televisivi: entra nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle relazioni sociali e nei criteri attraverso i quali le persone vengono giudicate.
Quando la politica trasforma l’avversario in un nemico morale, qualcuno, nella vita quotidiana, si sente autorizzato a trattarlo come una persona meno affidabile, meno degna di ascolto e persino meno meritevole di lavorare.
La responsabilità non riguarda però soltanto la destra. Riguarda anche una sinistra che troppo spesso ha rinunciato a difendere apertamente la propria identità, lasciando sole le persone che continuano a credere nella giustizia sociale, nella scuola inclusiva, nella dignità del lavoro, nella libertà di coscienza e nella tutela dei più fragili.
Essere di sinistra non significa essere contro la famiglia, contro la fede o contro la libertà. Non significa disprezzare chi possiede idee diverse. Significa, per me, credere che nessuna persona debba essere lasciata indietro; che il lavoro non possa diventare uno strumento di ricatto ideologico; che una scuola debba educare al pensiero e non alla conformità; che la dignità non dipenda dall’origine, dalla condizione economica, dalla religione o dall’appartenenza politica.
Non chiedo che le strutture private rinuncino alla propria identità. Chiedo che l’identità non diventi una pretesa di uniformità interiore. Rispettare un progetto educativo non significa consegnare al datore di lavoro la propria coscienza. Una persona può agire con correttezza, rispettare l’ambiente nel quale lavora e svolgere con serietà la propria professione senza dover dimostrare di pensare esattamente come chi la assume.
Non chiedo vendetta contro chi mi ha esclusa. Non farò nomi e non indicherò luoghi. Non desidero sostituire un’intolleranza con un’altra. Chiedo alla politica e all’informazione di osservare ciò che sta accadendo nel tessuto quotidiano del Paese, prima che la paura diventi abitudine e il conformismo venga scambiato per normalità.
La mia vicenda, fortunatamente, non si è conclusa con quella porta chiusa. Un’altra realtà scolastica ha scelto di accordarmi la propria fiducia e lì comincerò una nuova esperienza. Questo non cancella la ferita, ma dimostra che il giudizio di una struttura non definisce il valore di una persona.
Scrivo anche per chi non ha incontrato subito un’altra possibilità. Per chi ha taciuto perché aveva un mutuo, dei figli o semplicemente il bisogno di arrivare alla fine del mese. Per chi ha sorriso, annuito o negato una parte di sé perché la paura di rimanere senza reddito può essere più forte del desiderio di affermare la propria identità. Non giudichiamo queste persone: domandiamoci piuttosto quale società le abbia costrette a scegliere tra la sincerità e la sicurezza economica.
La mia vuole essere una protesta politica, ma anche il proseguimento di una rivoluzione gentile iniziata oramai da tempo con queste email alle Istituzioni.
Gentile (rivoluzione) non significa debole. Significa rifiutare la violenza senza rinunciare alla fermezza. Significa denunciare il conformismo senza costruire nuovi nemici. Significa difendere la libertà di chi è di sinistra insieme alla libertà di chi è di destra, di chi crede e di chi vive diversamente la propria dimensione spirituale. Perché un diritto che vale soltanto per chi ci somiglia non è un diritto: è un privilegio.
Chiedo alla politica di tornare a proteggere il pluralismo nei luoghi di lavoro e nella scuola. Chiedo all’informazione di non limitarsi ai grandi scontri istituzionali, ma di raccontare anche le piccole intimidazioni quotidiane attraverso le quali una società impara lentamente ad avere paura. Chiedo alle scuole di ricordare che non si può educare alla libertà selezionando gli insegnanti sulla base della loro conformità ideologica.
Soprattutto, chiedo a ciascuno di noi di non diventare complice del silenzio.
Una democrazia non finisce soltanto quando vengono cancellate le libertà. Comincia a indebolirsi quando le persone conservano formalmente il diritto di parlare, ma imparano che, per vivere e lavorare tranquillamente, è preferibile non usarlo.
La mia rivoluzione gentile parte da qui: dal diritto di non nascondersi, dalla responsabilità di non giudicare superficialmente e dalla convinzione che il valore di una persona debba essere cercato in ciò che sa fare, nel modo in cui tratta gli altri e nella serietà con cui svolge il proprio lavoro.
Non nella sua disponibilità a conformarsi.
Dott.ssa Tiziana Cristofari



















