giovedì 10 dicembre 2020

Quali sono i regali educativi?

 

Quali sono i regali educativi

Ieri a Radio Cusano, la giornalista Annalisa Colavito mi ha posto questa domanda alla quale ho dato una risposta che vorrei maggiormente specificare.

Per essere più chiari sul concetto di quali sono i regali educativi innanzitutto dobbiamo sapere cos’è l’educazione e se eventualmente esisterebbero dei regali educativi. 

Vi deluderò subito, non esistono regali (oggetti) educativi, al più esistono regali (oggetti) istruttivi. Facciamo degli esempi: il gioco del corpo umano, delle costellazioni, quelli che trattano della storia o della geografia ecc, sono regali istruttivi, ovvero insegnano dei contenuti nozionistici-culturali giocando. La bambola, la macchinina, il trenino o la Barbie, sono considerati giocattoli non istruttivi, anche se io non sono d’accordo nel pensare che non veicolino istruzione, perché ad esempio è possibile comprendere come è fatto il corpo umano (almeno esteriormente) semplicemente guardando una bambola, o capire come è fatta una macchinina aprendo gli sportelli o girando le ruote. Certo è che l’apprendimento di nuove conoscenze dipende anche dall’età del bambino: se a tre anni posso imparare le prime nozioni del corpo umano guardando una bambola, a 6/7 anni vorrò sapere di più e allora magari il libro con il gioco del corpo umano annesso è quello che mi aiuta a comprendere meglio, idem per la macchinina. 

Ma tutti i giochi fin qui citati non sono educativi*. Perché?

In pochissime parole, anche se il discorso è molto complesso, i giochi non sono educativi perché l’educazione è la capacità dell’adulto di creare una relazione con il mondo infantile che lascia un segno; l’educazione è l’essenza dell’adulto. È la relazione che educa, non il gioco.

Pertanto, educo nel momento in cui, con qualunque oggetto regalato al mio bambino o alla mia nipotina, ci gioco insieme. Fuori dal contesto relazionale non c’è educazione. Pertanto non esistono giocattoli educativi, ma esistono relazioni che educano attraverso il gioco.


Dr.ssa Tiziana Cristofari

© Tutti i diritti riservati


*Cos’è l’educazione e come si educa. Perché si ammalano i bambini. La pedagogia una prevenzione primaria, Tiziana Cristofari, in corso di stampa.



Per saperne di più sulla pedagogia e la pedagogista vai al sito www.tizianacristofari.it



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domenica 6 dicembre 2020

Mamma, i compiti li faccio da sola altrimenti non cresco!

 

Mamma, i compiti li faccio da sola altrimenti non cresco

Le mamme chiocce italiane sono sempre molto attente ai piccoli quando cominciano la scuola e una delle caratteristiche che le distingue è proprio la quasi “ossessione” nel seguire i propri figli nei compiti per casa. Per quanto possa sembrare una situazione positiva, di fatto non lo è. Ma andiamo per punti.

martedì 3 novembre 2020

I bambini non sono malati, i bambini vanno educati!*

I bambini non sono malati, i bambini vanno educati!

Trovo alquanto sconfortante quello che sta succedendo ai nostri bambini.

Come si può pensare di giustificare ogni loro atteggiamento, ogni difficoltà incontrata sul percorso di crescita con una patologia (anche se gli studiosi ipocritamente la definiscono “difficoltà” di apprendimento). Se fosse realmente considerata una difficoltà, ci dovrebbe essere l’adulto (genitore o insegnante che sia) a tendere una mano per superare quella salita in senso pedagogico. E invece no, ci vuole il medico, lo specialista che faccia la certificazione e poi sia quel che sia del futuro del bambino.

Siamo talmente soggiogati dalla medicina a tutti i costi, per deresponsabilizzarci dalle nostre competenze genitoriali ed educative, da non renderci conto di come la scuola sia diventata un ospedale: ci sono più insegnanti di sostegno e psicologi che docenti!

Come si può chiudere gli occhi davanti ai propri figli che arrancano dicendogli: “non preoccuparti, ora facciamo una bella visita dal neuropsichiatra infantile che ti darà la pillolina giusta per calmarti o il foglio di via per passare l’anno scolastico”. Ma quasi mai si sente dire dall’adulto, genitore o insegnante che sia, “forse sto sbagliando io; forse non ho capito cosa significa educare; forse devo aggiornarmi con la didattica; forse il mio atteggiamento nei confronti dei miei studenti o dei miei figli, non va bene. Forse dovrei conoscere meglio la pedagogia… l’educazione”. 

venerdì 30 ottobre 2020

La pedagogia che rendere i figli autonomi.


 Visione paternalistica* della scuola e della cultura in genere rendono dipendenti i bambini dagli insegnanti e dai genitori sia nell’attività scolastica sia nel pensiero, rendendoli fragili davanti all’adulto più forte e più aggressivo. È questo quello che sta accadendo ai nostri figli/studenti.

Ma anche la gravissima situazione scolastica degli ultimi tempi, la didattica a distanza (DAD), l’impossibilità e la difficoltà dei più piccoli a seguire le lezioni porteranno a gravi conseguenze in termini di autonomia e indipendenza.

martedì 27 ottobre 2020

Sono un bambino che va male a scuola? Maestra, non mi turbare

 

Maestra, non mi turbare

Quando hai a che fare con i bambini, quando la relazione diventa importante come quella tra docente e studente, li senti un po’ tutti parte di te. Non ho mai capito come si possa provare indifferenza per alcuni di loro o peggio ancora come si possa provare a ferirli, a mortificarli. Gli insegnanti a volte si sentono un po’ psicologi, fanno discorsi che dovrebbero farti immaginare chissà quale conoscenza del mondo infantile, ma poi commettono scivoloni inaccettabili. Certo non tutti, ma ancora troppi.

Quando quei bambini diventano parte del tuo mondo, ogni loro frustrazione, mortificazione, diventa la tua. È come quando muore di incidente stradale un bambino o un adolescente e tutti gli altri genitori, immedesimandosi, sentono quel bambino o quell’adolescente come se fosse il loro e gli sale la rabbia.

Io provo esattamente la stessa cosa quando penso ai bambini del mio studio, quando loro o i genitori mi riportano episodi sgradevoli vissuti in classe. Nello specifico faccio riferimento a un paio di esperienze che vengono reiterate continuamente e che non provocano più solo una frustrazione nei bambini, ma diventano lesioni della propria immagine interna, della propria psiche, ovvero del pensiero di quei piccoli che gli insegnanti dovrebbero saper tutelare.

domenica 11 ottobre 2020

Maestra, cos’è la pedagogia?

 



Tutto potevo immaginare tranne che questa domanda me la facesse un bambino di quinta elementare e mi portasse via parte dell’ora destinata a lui. Ma il suo pensiero in quel momento triste non mi avrebbe seguita nella didattica, pertanto gli chiesi perché lo volesse sapere:

Bambino: Ho sentito mamma dire di non conoscere la pedagogia e che per questo ha sbagliato con me. Ma la pedagogia è un medicinale? 

Ovviamente era giusto e doveroso dargli delle spiegazioni. E dopo avergli detto che la pedagogia non era un medicinale, il nostro dialogo è stato grossomodo questo.

domenica 27 settembre 2020

Psicopedagogia e neuropedagogia sono solo un’illusione

 


L’utilizzo delle parole è fondamentale soprattutto se dobbiamo comunicare un messaggio ad altri e lo dobbiamo fare comunicando il vero. È per questo che torno per specificare come l’utilizzo di alcune terminologie potrebbero indurre a fraintendimenti e di cui il web e non solo, ne sono pieni.

Più volte ho spiegato la confusione che le persone hanno, soprattutto le famiglie, sul concetto di educazione e pertanto di pedagogia. Se la pedagogia è lo studio scientifico dell’educazione, va da sé che i due termini pur non essendo sinonimi (in quanto il primo studia e il secondo applica), contribuiscono tutti e due a parlare di educazione e solo di educazione.

Allora facciamo delle precisazioni.

lunedì 21 settembre 2020

Nuove verità scientifiche sui disturbi dell’apprendimento

 


Nel 2014 dopo anni di esperienza con i bambini come pedagogista e insegnante, cominciai a scrivere di come a mio avviso i disturbi specifici dell’apprendimento (dislessia, discalculia eccetera) non fossero tutti su base organica geneticamente determinati espressioni di disfunzione cerebrale, ma piuttosto mettevo l’accento sulla carenza di pedagogia, ovvero di educazione e di didattica adeguata*.

I miei studi di psicologia sulla teoria di Massimo Fagioli a supporto del mio lavoro, mi avevano portata alla conclusione che determinati comportamenti, parole e modalità di interazione degli adulti causavano specifiche risposte negative o positive nell’apprendimento dei bambini.

martedì 15 settembre 2020

Bambini trattati come macchine che poi si inceppano.


Come si fa a spiegare a un genitore che i bambini hanno bisogno di tempo per imparare, capire e… ancora di più per recuperare?

Forse perché sono cambiati i tempi, perché tutto va fatto in fretta, perché la tecnologia ci ha dato la presunta conoscenza di tutto e subito. Quando non sappiamo qualcosa cosa facciamo? Velocemente apriamo internet, digitiamo la parola che ci interessa ed esce immediatamente tutto lo scibile su quella parola. In questo modo ci siamo abituati a pensare che imparare sia facilissimo e velocissimo. Ma devo darvi una profonda delusione: non è così.


L’apprendimento ha bisogno di tempi lunghi e non solo per i bambini, anche per gli adulti, piaccia o non piaccia. Conoscere il significato di una parola, leggere tre righe su un argomento non significa conoscere, non significa aver appreso, né forse compreso.

Ai nostri bambini chiediamo troppo in troppo poco tempo e così li facciamo ‘inceppare’. E dopo che si sono inceppati gli diciamo pure che sono stupidi, che non sono come gli altri e gli togliamo tutta la possibilità per costruirsi un’autostima capace di farli andare avanti da soli, di lasciarli studiare serenamente. A me, come insegnante, tutto questo mi fa indignare.

venerdì 11 settembre 2020

A scuola per essere portatori di vita, non di morte. Elogio della mascherina.

 


È diventato il tormentone di questi ultimi giorni, mascherina sì, mascherina no, difficoltà degli insegnanti a comunicare con i bambini che non comprenderanno più i sorrisi. Bene, è vero, la pandemia ci ha tolto parte di quella quotidianità che molti insegnanti reputano sostanziale. Ma non è colpa di nessuno di noi: i virus nella storia ci sono sempre stati e hanno sempre fatto dei danni enormi, oggi dobbiamo difenderci.

Eppure, a pensarci bene, siamo un popolo di polemiconi. 


Tiriamo qualche somma.

Il Covid-19 uccide, lo abbiamo visto tutti eccetto chi nega, ma sono fortunatamente una piccolissima parte della popolazione.

La polemica che nasce sul presunto male che farebbe la mascherina, la osserverei con più occhio ‘clinico’ in quanto i chirurghi lavorano indossandole tutto l’arco della loro vita professionale e non mi risulta che mai qualcuno di loro abbia sollevato la questione di malattie respiratorie per l’uso della mascherina. I nostri bambini le indosserebbero per un anno scolastico, quale danno mai potrebbero provocare loro se non garantirgli la salute?

La mascherina insieme ad altri accorgimenti (lavare le mani e distanziamento), è il nostro più importante dispositivo di sicurezza per non contagiare ed essere contagiati, pertanto trovo inutile polemizzare su questo, chi lo fa, non ha capito contro chi sta lottando. Dovremmo essere anzi molto contenti di avere un dispositivo che ci consenta di evitare di ammalarci continuando a vivere tutto sommato normalmente. E invece ci insultiamo e polemizziamo per l’utilizzo che gli esperti, gli scienziati, ci chiedono di farne. Io personalmente se avessi un figlio che va a scuola per otto ore gli chiederei di indossarla il più possibile anche se gli fosse consentito non tenerla, gli chiederei di continuare a essere portatore di vita e non di morte.

martedì 8 settembre 2020

Una lettera dolcissima di una mamma per le altre mamme

 


Cara maestra Tiziana, le scrivo in risposta a tutti i suoi articoli che ogni volta leggo con piacere e con un pizzico di rammarico per non averla conosciuta prima o, per meglio dire, per non avere avuto prima la salute mentale che mi serviva a comprenderla.

Sono una mamma di un bambino che oggi fa la seconda media con un po’ di fatica ma decisamente molto meglio di come sono andate le scuole elementari (mi permetta di chiamare le classi come si faceva prima della riforma).

Non le scrivo solo per ringraziarla, ma soprattutto perché vorrei che lei, che si trova nel settore della scuola, pubblicasse questa mia storia, vorrei dare un mio contributo al mondo dell’infanzia.

Quando il mio bambino iniziò le scuole elementari le insegnanti mi dissero subito che poteva avere dei problemi perché non stava al passo con gli altri e, a loro dire, aveva un comportamento non consono; ma di tutto questo lei ne ha già parlato tanto nei suoi articoli e il mio racconto su mio figlio sarebbe solo una ripetizione.

Quello che si dice molto meno, o meglio quello che le mamme non dicono —perché lei lo ha fatto spesso anche se ha utilizzato altri termini—, è dichiarare quanto male, quanto disagio, noi genitori possiamo creare ai nostri figli.

giovedì 3 settembre 2020

L’inascoltato urlo dei più piccoli. La verità sulla scuola e l’istruzione nel periodo Covid-19

 


Ci sono moltissime situazioni nel mondo della scuola che non mi piacciono: la superficialità con cui si affrontano le realtà difficili dei bambini, le insegnanti anaffettive, le violenze psicologiche sugli studenti eccetera. Tutte realtà che se si vogliono vedere indignano genitori e la società tutta.

Recentemente però, con il problema del Coronavirus, ce ne è una che mi salta all’occhio più di tante altre e di cui se ne fa spesso un uso strumentale. Ma l’uso strumentale è il minore dei danni. Si sta diffondendo la notizia, infondata, che i bambini non si ammalano di Covid-19 e pertanto, a loro dire, tutto il chiasso che si fa sulla questione parlando di scuola sarebbe terrorismo. 

Forse è il caso che si metta qualche punto fermo sul danno ‘non fisico’ o non solo, che il virus sta portando nelle scuole e che il mondo della politica e dell’informazione tacciono.

martedì 1 settembre 2020

Perché falliscono i corsi di aggiornamento degli insegnanti


Pubblicato su Aganews il 18 ottobre 2019.

Parto da un dato: i risultati dei test Invalsi, resi noti a luglio di quest’anno, hanno certificato che il 35% degli studenti delle superiori di primo grado (ex terza media), ha difficoltà a comprendere un testo di italiano. 
Il dato più allarmante però — visto che nonostante i risultati Invalsi, la politica non si attiva per modificarne gli esisti —, è che la dispersione scolastica non accenna a diminuire: siamo il Paese europeo con più abbandoni superata l’età dell’obbligo scolastico.
Mauro Boarelli sostiene che gli insegnanti sono sempre più preparatori ai test Invalsi e meno insegnanti; in tal modo gli Invalsi andranno poi a descrivere la realtà che gli insegnanti hanno istruito con i test stessi. Perché, sempre secondo Boarelli (con il quale concordo pienamente), oggi non c’è alcun interesse a formare un pensiero critico. L’orientamento di tutto il sistema scolastico è quello di produrre competenze. 

Classi 1^ e 2^ primaria, decisive per il rendimento scolastico

 



Nel mestiere di insegnante ci sono moltissimi momenti che danno soddisfazione: quando vedi i bambini imparare argomenti nuovi, quando superano ostacoli, quando ti sorridono compiacenti e compiaciuti, quando ti cercano perché tu sei diventata uno dei loro punti di riferimento. Ma ce ne è uno in particolare che mi dà soddisfazione più di tutti gli altri: quando dopo aver lavorato sodo, i piccoli non hanno nessuna intenzione di andare via. Lì capisci che sei riuscita a dare di più di quello che ti chiedono, capisci che sentono che l’obiettivo non è finalizzato a imparare quell’argomento o quella competenza, ma a fargli amare lo studio, a farli star bene. E quando si raggiunge questo, loro, ma anche io, abbiamo vinto per sempre.

Molti anni fa leggendo il libro Pigmalione in classe, scoprii una cosa che mi impressionò moltissimo e che feci diventare mia. Scoprii cosa permetteva a ogni bambino di poter amare la conoscenza non come strumento per diventare tutti dottori, ma come arma pacifica per affrontare la vita. Robert Rosenthal, l’autore del libro, aveva scoperto che i bambini che ricevevano stima e fiducia da parte dei propri docenti, non solo ottenevano enormi risultati a scuola, ma gli stessi li mantenevano nel tempo anche se gli insegnati successivi non riponevano in loro le stesse aspettative.

giovedì 20 agosto 2020

Temi che tu@ figli@ a scuola si possa ammalare? Ecco cosa si può fare!

 


In effetti quest’anno a causa del Covid-19 andare a scuola sarà un vero problema. 

  1. Sarà affidato alla famiglia l’onere di assicurarsi che il/la propri@ figli@ non abbia la febbre: sarei pronta a scommettere su quanti genitori misureranno la febbre ogni mattina ai propri figli prima di andare a scuola!
  2. Tutti i giorni prima di entrare a scuola ogni bambino dovrà detergersi le mani con il disinfettante: ma succederà esattamente come sta succedendo per i negozi. All’inizio c’erano i flaconi pieni e il personale non ti faceva entrare se non ti sanificavi le mani; ma c’erano anche le telecamere delle televisioni a evidenziare quanto eravamo tutti bravi. Oggi i flaconi il più delle volte sono vuoti e nessuno controlla che le tue mani vengano sanificate; e sono passati solo tre mesi dalla fine del lockdown! Stessa cosa accadrà alle scuole.

lunedì 17 agosto 2020

Homeschooling: un’alternativa efficace a questo difficile periodo!

Homeschooling: un'alternativa efficace a questo difficile periodo


Guardando come vanno le cose in generale nella scuola pubblica, fatta qualche eccezione, ho sempre pensato che l’homeschooling fosse la soluzione più adatta per dare ai bambini una buona istruzione e una serenità di diritto, che spesso la scuola nega.

Certo, non tutti i genitori che vorrebbero praticarlo si sentono pronti a sostituirsi alla scuola: è comprensibile, è democratico e forse hanno compreso che la cultura, i saperi della prima alfabetizzazione, non sono prerogativa di ogni adulto che sappia leggere, scrivere e far di conto.

Oggi però i genitori vorrebbero potersi occupare personalmente dell’istruzione dei propri bambini, perché hanno timore che la situazione pandemica possa entrare anche nella loro casa con tutto ciò che ne consegue, primo fra tutti l’isolamento dei bambini. Un conto è mettere in isolamento un adulto, ma farlo con i bambini a mio avviso diventa inaccettabile. Pertanto comprendo la paura delle famiglie.

martedì 21 luglio 2020

Lettera aperta alla Ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina

Gentile Ministra Azzolina, dopo aver sentito della possibilità di assumere non laureati per bambini della materna e della primaria, mi permetto di ricordarLe che c’è una categoria laureata e molto qualificata, quella dei pedagogisti, che viene sistematicamente ignorata nonostante sia tra i professionisti più qualificati per diventare insegnanti di scuola primaria. Non capisco per quale motivo il pedagogista è titolato a fare aggiornamento ai docenti e progetti per elevare l’educazione e l’istruzione dei bambini, ma poi non sarebbe idoneo all’insegnamento. Lei pensa veramente che fare molti laboratori tecnici (come è previsto nel corso di Scienze della Formazione Primaria) renda veramente competenti i laureati per affrontare un periodo delicato come quello dell’infanzia che avrebbe bisogno come l’acqua di pedagogia? Io ho molte perplessità in tal senso; e Lei vorrebbe far salire in cattedra degli studenti senza alcuna qualifica, facendo così tornare indietro di 10 anni e più la scuola primaria, come quando in cattedra salivano solo i diplomati? Perché invece non usare i pedagogisti quando ne avete a disposizione tanti, più che qualificati e veramente idonei per i bambini della primaria? Le chiedo di pensarci a questo, perché la categoria dei pedagogisti avrebbe un valore inestimabile a scuola, e che oggi non è minimamente apprezzato né valorizzato.
Lei ha detto che la scelta dei non laureati ricade perché almeno sono coloro che hanno scelto quell’indirizzo di studi per passione e che quindi lo porteranno avanti bene. Le garantisco che quando io 25 anni fa decisi di iscrivermi a Scienze dell’Educazione (Scienze dell’Educazione Primaria non esisteva) fu proprio perché amavo e amo tutt’ora, insegnare. Era l’unico indirizzo universitario per l’insegnamento. Ma noi pedagogisti siamo diventati invisibili con il nuovo indirizzo di studi, non più idonei all’insegnamento, ma i maggiori esperti di pedagogia, educazione e istruzione. Non Le sembra una contraddizione? Esperti ma non idonei!
Non so se Lei avrà modo di leggere questo scritto; ma se lo farà Le chiedo solo di approfondire cosa sia la pedagogia e l’educazione, quale ruolo ha con l’istruzione per comprendere il valore dei laureati in tale disciplina. Per comprendere quanto —con il nuovo piano di studi di Scienze della Formazione Primaria che si esalta tanto, che è a numero chiuso come fosse una prerogativa per i soliti eletti—, si sta togliendo invece ai nostri bambini, e quanti professionisti, a Vostra disposizione, preparati e idonei per quella fascia di età si stanno ignorando. Dalla scomparsa della Montessori non c’è più stata a scuola la pedagogia e la sua mancanza è sotto gli occhi di tutti.
Ora Lei vorrebbe rimettere in cattedra i non idonei? I non preparati? Forse è giunto il momento che sulla scuola della prima infanzia da 0 a 11 anni, si faccia un vero passo avanti.
Cordiali saluti


Dr.ssa Tiziana Cristofari



sabato 11 luglio 2020

Ecco come aiutare i nostri anziani a rimanere attivi

Si dice spesso che quando un adulto diventa anzian@, torna a essere un po’ bambin@, soprattutto in riferimento all’indipendenza: il suo movimento richiede tempi più lunghi, i nostri gesti devono essere più delicati, hanno bisogno di essere ascoltati.

In realtà però non ci si sofferma mai a considerare che anche il loro pensiero torna ad avere delle esigenze che sono diverse, perché l’anzian@ è altro rispetto all’adulto.

E quando il pensiero cambia, anche la situazione intorno a lei/lui deve cambiare, altrimenti potrebbero innescarsi meccanismi di autodifesa che lo/la portano a lasciarsi andare, fino al punto da inficiare al sua stessa autonomia.

Quando un anziano comincia a pensare di non essere più efficiente come prima, di non essere più utile alla famiglia, di non meritare più la loro attenzione perché i giovani sono sempre troppo indaffarati, allora succede qualcosa nel loro pensiero che inibisce anche ciò che potrebbero fare tranquillamente in autonomia e lentamente si spengono. I figli vedono giorno dopo giorno i loro padri e le loro madri chiudersi alla vita e lo fanno perdendo la vitalità che fino a poco tempo prima dimostravano. Una vitalità che non dovrebbe spegnersi fino alla fine dei loro giorni, perché non corrisponde all’energia fisica, ma piuttosto a quella psichica che se mantenuta in buona salute e attiva permette alle donne e agli uomini della terza età di continuare a godersi la vita. 

Eppure per molti di loro che perdono la vitalità basterebbe davvero poco. Devono riuscire a ritrovare la motivazione per sentirsi ancora in gioco, ma soprattutto la devono ritrovare negli affetti che non appartengono esclusivamente alla sfera familiare. Per molti di loro la pedagogia può fare tantissimo perché è in grado di costruire attraverso un progetto pedagogico la motivazione per andare avanti e ritrovare l’entusiasmo di fare. Vi racconto una mia esperienza per spiegarvi quanto vi sto dicendo.

domenica 28 giugno 2020

Se i genitori si alleano

Fin dai tempi della scuola materna, siamo andati in caccia della scuola giusta, della maestra giusta. Abbiamo fatto, posso dirlo?, “carte false”, pur di procurare a nostra figlia una certa scuola: quella che ci permettesse di fare ’fronte unico' con la maestra, di lavorare insieme nella stessa direzione, senza disfare l'uno il lavoro dell'altro. Per la scuola elementare, sarebbe quasi un romanzo raccontare come abbiamo agito. Il fatto essenziale mi pare quello di aver avuto una strategia. Avevamo bisogno di una scuola moderna, non dogmatica, non intollerante, aperta; una scuola in cui i bambini contassero più dei registri, il loro lavoro più dei voti con cui la legge fa obbligo di classificarli, la loro comunità più delle loro piccole competizioni, la loro sincerità più dell'ortografia, la loro libertà più dello schema imposto dall'alto. L'abbiamo cercata e trovata. Per anni abbiamo visto crescere nostra figlia, tra casa e scuola, proprio come avevamo desiderato che crescesse: sincera, attiva, amica di tutti, capace di avere opinioni e di difenderle; anche dura, dove e quando occorre cercare la durezza, per non costruire sulla sabbia. Un miracolo? Bene, noi abbiamo trovato questo miracolo nella scuola di tutti, nella scuola di Stato. La media, vedremo, sarà quel che sarà. Ma quegli anni conteranno per sempre. Del resto, anche per la media, non siamo mica rimasti con le mani in mano. Ci siamo messi, un gruppo di genitori, decisi a far restare insieme i nostri figli anche dopo la quinta, in cerca della scuola giusta: non troppo lontana dalle abitazioni (Roma è sterminata!), disposta ad accoglierli in blocco, come una comunità già costruita, non come atomi disgregati; disposta a tener conto della loro storia passata, a costruire su quella, non sul vuoto dei programmi e dei regolamenti. Così, siamo andati da un preside. Mancavano mesi all'apertura delle scuole, i bambini non avevano ancora fatto l'esame di quinta. Ci rendevamo conto che la nostra richiesta era, a dir poco, insolita. Siamo stati ascoltati con attenzione, con intelligenza. Una scuola pubblica ha fatto una classe apposta per noi. Un altro miracolo? Questa volta no. Questa volta debbo precisare la lezione che ricavo dall'esperienza: si ottiene di più, per il proprio figlio, si ottiene il meglio, per lui (il meglio possibile...) se non si agisce soli, se i genitori si alleano, se ognuno di noi si sente padre... di un gruppo, se supera l'egoismo della paternità (della maternità) per far qualcosa che contribuisca a creare una responsabilità collettiva della società adulta nei confronti della società bambina.

- Gianni Rodari -


lunedì 11 maggio 2020

Perché al pedagogista non serve la certificazione di DSA. Chi è e cosa fa il pedagogista.


Cominciamo col fare chiarezza. Il pedagogista non svolge alcun tipo di prestazione medica o paramedica, non c'entra nulla con la clinica seppur esiste un corso post universitario, riconosciuto dal MIUR denominato “Pedagogista clinico”. Non esiste il “pedagogista clinico” nella misura in cui per clinico si intende (come si vorrebbe far intendere) con un indirizzo o cultura specifica per i malati. Questo perché non esiste corso universitario che abilita il pedagogista “semplice” differenziandolo dal pedagogista “clinico” o viceversa. Il pedagogista viene abilitato dall’Università uscendo da un’unica facoltà, ovvero quella di Scienze dell’Educazione e abilitandolo a un unico indirizzo in Scienze Pedagogiche, ovvero quale esperto in educazione, istruzione e crescita; pertanto il pedagogista per svolgere la professione pedagogica non ha bisogno di competenze mediche seppur conosce molto bene la psicologia, che utilizza unicamente come strumento per relazionarsi agli altri nel migliore dei modi. Il pedagogista nello svolgimento delle sue mansioni, ha bisogno solo di strumenti e teorie pedagogiche.

Il problema però si pone quando nella formazione pedagogica universitaria (culturalmente un po’ arretrata e priva di un coerente tirocinio), il professionista che ne esce abilitato, non ha compreso il suo ruolo fino in fondo, andando a cercarsi nelle professioni altrui altre competenze che lo definiscano meglio, che sono più delineate, socialmente più riconosciute e comprese, e illudendosi così di saperne di più e di aver compreso quali siano le sue mansioni e i suoi interventi. Ma non è così. Ha solo fatto molta più confusione. O meglio, gli hanno fatto fare solo molta più confusione, oltre ad aver speso un sacco di soldi!


Cerchiamo di fare ulteriore chiarezza.