sabato 2 novembre 2019

Ma se non me lo dice, come faccio ad imparare?

Rubrica: Le voci dei bambini.


Una mattina un bambino di 4 primaria che incontro per i corridoi della scuola mi apostrofa così:
«Ciao Maestra, ti cercavo». 
«Ciao, perché mi cercavi?»
Apre un foglietto che aveva in tasca e mi chiede leggendo:
«Cosa sono i… disturbi specifici dell’apprendimento?»
Lo guardo incuriosita e gli chiedo perché mi fa questa domanda.
«Perché la maestra Silvia ha detto ad Antonio che ha i…» riguarda il foglietto e dice nuovamente: «…disturbi specifici dell’apprendimento…»
«Tu cosa pensi che siano?» gli chiedo.
«Non lo so ma sicuramente qualcosa di brutto…»
«Perché?» insisto.
«Perché ha guardato Antonio con una faccia arrabbiata e poi gli ha chiuso il quaderno dicendogli che lui non ce la poteva fare perché aveva…» e riguarda il foglietto «… i disturbi specifici dell’apprendimento…»
«E a te è dispiaciuta questa cosa?»
«Ho avuto paura. Lui è un mio amico. La maestra era arrabbiata.»
«Perché pensi che la maestra fosse arrabbiata?»
«Perché gli ha chiuso il quaderno e lo ha buttato sul tavolo. Di solito ci dice cosa non va di quello che facciamo, ma a lui no, non glielo ha detto…»
«Capisco. E poi cosa è successo?»
«Antonio si è messo a piangere, ma la maestra non se ne è accorta…»
«E tu cosa hai fatto?»
«Niente, ho avuto paura e ho pensato che i… uffa non mi ricordo mai come si dice…» e riguarda ancora il foglietto, poi visibilmente irritato: «Insomma questi disturbi dell’apprendimento devono essere una cosa molto brutta. Perché lo ha sgridato? E se ce li ho anche io, io non lo so se ce li ho…»
«Aspetta, non correre. Quindi la maestra lo ha sgridato?»
«Sì, altrimenti perché piangeva? Non ha alzato la voce come fa di solito, però Antonio ha pianto, quindi lo ha sgridato, altrimenti non piangeva…»
«Pensi che la maestra abbia fatto qualcosa che non doveva fare?»
«Non doveva chiudere il quaderno e non doveva dirgli che ha i…» lo aiuto «disturbi dell’apprendimento»
«Ecco sì, non so cosa siano, ma non lo doveva dire.» Gli rispondo:
«Concordo con te, hai ragione. Non lo doveva dire. Ma tu non devi avere paura, perché i disturbi dell’apprendimento sono un modo diverso per dire che Antonio ha qualche difficoltà con la matematica…»
«E se è così perché non gli ha detto dove ha sbagliato come fa con me e gli ha chiuso il quaderno? Io avrei potuto aiutarlo…»
«Sì, hai ragione anche su questo, tu avresti potuto aiutarlo…»
«La prossima volta non avrò più paura della maestra e lo aiuterò io, perché Antonio è un mio amico e non voglio vederlo piangere.»
«Bravissimo! Non bisogna avere paura delle difficoltà scolastiche, bisogna affrontarle, sei d’accordo?» Annuisce con la testa e poi aggiunge:
«Maestra, perché tu sei sempre così gentile con me? Se chiedo le cose alla maestra Silvia mi risponde sempre che devo crescere e che prima o poi imparerò, ma se lei le cose non me le dice, come faccio ad imparare?»

Luca, IV primaria




lunedì 28 ottobre 2019

I disturbi specifici dell’apprendimento non si curano! Ma...


È questo il mantra che ruota nel web: i disturbi specifici dell’apprendimento non si curano e non sono una malattia. Giusto, non sono una malattia, sono un disturbo! Certificato dal medico come incurabile, ma non sono una malattia. Difatti si dispensa e si facilita, ma non si cura, è bene chiarirlo. Il certificato, proprio perché non è possibile attuare la cura, non serve al bambino, ma all’insegnante perché non si accanisca sul bambino che è “disturbato”, non malato, però certificato, quindi assolutamente va dispensato, facilitato e compatito. In poche parole va lasciato al suo destino. Anzi no, scusate ci sono i logopedisti che si occupano di linguaggio, ma vogliono ficcare il naso anche nella didattica. Questo perché non essendo malato, ma comunque certificato, il bambino va indirizzato verso una professione sanitaria che giustifichi la certificazione del medico e anche il costo dell’intervento, altrimenti la certificazione che cosa ci sta a fare?

giovedì 17 ottobre 2019

L’apprendimento: perché mio figlio non apprende come gli altri


Paura e apprendimento: quale la relazione

Spesso nella vita di tutti i giorni può capitare che per la paura di sbagliare e del giudizio dell’altro si dicano delle bugie. Quindi la paura di commettere un errore arriva a farci comportare in modo socialmente scorretto. Questo capita agli adulti, ma anche ai bambini se sanno che poi l’errore lo pagheranno con il giudizio, il rimprovero, la gogna.
Questa paura nasce perché nella nostra vita, fin da bambini, non ci è stato consentito l’errore e la nostra autostima non è delle migliori. Non c’è niente di più umano che commettere errori, però gli stessi ci mettono terribilmente a disagio e pertanto mentiamo. Ecco come ripensando agli studi sullo stimolo-risposta di Ivan Pavlov (1849-1936), possiamo affermare che da piccoli siamo stati talmente “scottati” dagli adulti quando abbiamo sbagliato, che oggi la nostra risposta all’errore è diventata mentire (anziché scusarsi), pur di non ammettere di averlo commesso o arrivando addirittura a negare di averlo commesso.

domenica 13 ottobre 2019

Le certificazioni per DSA distruggono la capacità di continuare ad apprendere


Siamo tutti a conoscenza del raccontino che spesso si fa per giustificare una certificazione di disturbo dell’apprendimento; ovvero che prima delle certificazioni questi bambini con varie difficoltà nella lettura o nel calcolo, venivano tacciati nel passato come degli svogliati, dei pigri, bambini insomma che non avevano voglia di impegnarsi nella scuola. Oggi, secondo la favoletta, tutti questi bambini che dimostrano di avere difficoltà nell'apprendimento scolastico, vengono riconosciuti nella loro “condizione diversa”, diagnosticati come bambini che hanno disturbi dell’apprendimento e pertanto “aiutati” a sentirsi “come gli altri”. Nessun adulto però chiede mai a questi bambini se veramente si sentono come gli altri. Anche perché se lo facessero, la risposta sarebbe un secco “No, mi sento un diverso”, come tutti coloro che vengono da me confessano chi prima chi dopo. 

venerdì 13 settembre 2019

Conosci il detto “la prima impressione è quella che conta?”


Conosci il detto “la prima impressione è quella che conta?”


Ecco, spesso i genitori dicono ai loro figli che devono far bene nei primi giorni di scuola: che devono essere attenti, devono studiare fin da subito, perché la prima impressione che si dà all’insegnante sarà quella che influenzerà tutto l’anno scolastico.
In effetti è vero: la prima idea che ci si crea dell’altro, dell'alunno, cattura l’attenzione dei docenti fin dai primi giorni e ne determina il percorso di tutto l’anno.

lunedì 12 agosto 2019

Ritardo del linguaggio? Anche no.


«Bambini di quattro anni appartenenti a famiglie economicamente svantaggiate posseggono un lessico più limitato rispetto ai pari età di famiglie abbienti, né sorprende che adolescenti di famiglie svantaggiate dispongano di un vocabolario meno ricco rispetto ai compagni benestanti. Il mantenimento, dai quattro ai quattordici anni, di un lessico ricco oppure limitato è in parte dovuto alla stabilità delle esperienze ambientali —inclusa la presenza oppure l'assenza di frequenti conversazioni tra genitori e figli, la qualità delle scuole frequentate, la natura delle interazioni con i pari e tutta una serie di altre esperienze — e non riflette pertanto* soltanto il talento linguistico connaturato nel bambino. Se i quattordicenni la cui proprietà di linguaggio è scarsa, perché i genitori con loro parlano poco, fossero trasferiti all'interno di famiglie in cui gli adulti parlano spesso, il lessico migliorerebbe notevolmente**».

I ricercatori nelle loro indagini non considerano la possibilità che una continua stimolazione linguistica da parte dei genitori possa essere la ragione principale di tali superiori abilità linguistiche***. Questo fatto causa l'impossibilità di far conoscere alla popolazione, tramite una gusta informazione, che ci sono fattori ambientali a causare una limitazione all'uso del linguaggio; ciò comporta inoltre la nascita di problemi di natura esecutiva: ovvero cosa fare con questi bambini, come considerarli, come eventualmente aiutarli, ma anche, purtroppo, come escluderli dall'attività didattica.

mercoledì 7 agosto 2019

Come ti manipolo la mente di un bambino


Come ti manipolo la mente di un bambino… tutti i giorni e in moltissimi contesti!

Siamo tutti diversi. Abbiamo sensibilità diverse in base al nostro vissuto, alla nostra educazione, alla nostra personale soggettività. Allora di ciò che guardiamo in televisione abbiamo percezioni e reazioni diverse a seconda del fatto di cronaca o di politica o di economia.
Io personalmente mi sono ritrovata a soffermarmi più volte sui fatti di Bibbiano perché mi colpiscono come donna e come professionista. Allora leggo i giornali, vedo i Tg, ascolto le interviste che possano chiarirmi come sia possibile tanta violenza, indifferenza e anaffettività nei confronti dei bambini. Ma la cosa che più mi colpisce è l’anaffettività verso quei bambini e le loro famiglie per l’utilizzo indiscriminato e opportunistico che se ne fa da parte di ogni schieramento politico che interviene in proposito: non riesco a trovare parole in nessun politico, sia di destra che di sinistra, che non abbiano interesse propagandistico o accusatorio per l’altro schieramento, come se il problema si chiamasse PD o Movimento 5 Stelle o Lega, anziché con i nomi e i cognomi di chi ha commesso il fatto. 

venerdì 26 luglio 2019

Come capire se i nostri figli subiscono violenze psicologiche



Ogni libro scientifico che si rispetti e che riporta correttamente le indagini su genetica, epigenetica, neurobiologia, ammette che «gli studi di associazione genetica linkage (usati per riconoscere regioni condivise trasmesse all'interno di famiglie segregate in base a una specifica condizione) hanno ampiamente fallito nell'identificazione dei geni candidati». Oppure che «l’imprinting parentale, meccanismo attraverso il quale gli alleli materni e paterni nei gameti sono marcati da caratteristiche epigenetiche distintive, è un classico esempio di ereditarietà epigenetica che la sola sequenza del DNA non è in grado di spiegare.» Oppure anche che «l'architettura genetica dell'autismo è decisamente complessa, cosa che rende la maggior parte dei test genetici ed epigenetici non particolarmente idonei per perseguire risultati definitivi o utilizzabili clinicamente». Ma anche che «l'efficacia dei test di metilazione per altri potenziali biomarcatori epigenetici non è stata ancora stabilita». Ma soprattutto dichiarano che nella comparsa dei disturbi dell’apprendimento sono imputati più fattori, tra i quali quelli ambientali*.

Le vere cause dei disturbi dell’apprendimento: ecco perché è un’epidemia!

Tutti, ma proprio tutti, genetisti, medici, psichiatri o neuropsichiatri onesti, dichiarano che nella comparsa dei disturbi dell’apprendimento sono imputati soprattutto i fattori ambientali quali: relazioni umane insoddisfacenti e violente fisicamente o psicologicamente; situazione economica insoddisfacente della famiglia; salute fragile dei bambini o dei membri della famiglia; stimoli insufficienti offerti ai bambini nell’attuale società, quali scarsi giochi, libri, viaggi, mostre e teatri per alcuni bambini spesso anche completamente inesistenti; scarsa o inesistente socializzazione tra pari; ambiente sia scolastico che familiare non idoneo in cui crescere. Ono o più di uno di questi fattori influiscono sulla probabilità di sviluppare difficoltà di apprendimento a vario livello, perché tutti loro, singolarmente e/o collettivamente, contribuisco a sviluppare capacità cognitive-metacognitive e relazionali fondamentali all’ottimizzazione dello sviluppo stesso. 

giovedì 11 luglio 2019

Lettera aperta alla Sindaca di Roma Virginia Raggi


Gentile Sindaca Virginia Raggi,
è sempre difficile cominciare una lettera indirizzata a una personalità di rilievo sociale in quanto, personalmente, mi pongo lo scrupolo di non voler offendere o essere troppo ossequiosa, caratteristiche che entrambe non mi appartengono. 
Sono giorni però che Lei mi entra insistentemente nella testa e quando mi capita questo non posso fare a meno di prendere “carta e penna” e scrivere.
Le dico subito che non l’ho votata, perché appartiene a un movimento che non mi ha mai convinta (sono piuttosto legata a Democrazia Laica e Potere al Popolo), ma sono anche stata molto contenta di sapere che, al ballottaggio, Lei fosse stata eletta. Una donna, mi dicevo, saprà cambiare questa città. 
Nonostante io cerchi sempre di rimanere obiettiva (per me la politica sono i fatti), ho avuto per lei sentimenti che si sono alternati dallo scoraggiamento (una capitale sporca e poco funzionante), alla delusione (dopo tre anni non si vede nulla di nuovo), alla stima (quando lei è scesa in strada a incoraggiare/sostenere la famiglia nomade ai quali era stato assegnato l’appartamento a Casal Bruciato). 
Non le nego pertanto che un fluttuare di speranza (ogni volta che la vedo e la sento parlare) e rassegnazione/scoraggiamento (ogni volta che a parlare sono gli altri per le cose che non funzionano), mi prende a volte in un senso, a volte nell’altro.
La motivazione che mi ha spinta a scriverLe è che a un certo punto ho avuto la sensazione che Lei stesse vivendo ciò che spesso vivo sulla mia pelle, quando come donna, cerco di andare contro corrente (o per il mio lavoro o per la mia vita in generale). Oggi più di ieri, riesco a vedere la Sua forza e la Sua determinazione, nello stesso modo in cui vedo la Sua condanna (da parte della politica e della comunità) e il disprezzo verso di Lei del suo essere donna, prima ancora che Sindaca. E mi fanno ridere quando dicono che non c’è sessismo, spudoratamente espresso invece nei Suoi confronti ogni volta che è possibile colpirLa.
Ho tentato di capire il disappunto che ho provato per Lei prima di riuscire a Vederla come la vedo oggi (più umana, più battagliera che mai, più donna forte e coraggiosa). Per farlo ho dovuto separare il fastidio che provo ogni volta che ho scritto (e che purtroppo ancora mi tocca fare) per poter avere la strada davanti il portone di casa spazzata da mesi e mesi di assoluta indifferenza da parte dell’autorità preposta a tale funzione.

lunedì 8 luglio 2019

Ecco perché pretendere il pedagogista a scuola!



…E i bambini non saranno più vittime…

Vogliate crederci o no, ma i bambini che vengono al mio studio, diagnosticati con dislessia, discalculia, disortografia, difficoltà di attenzione, di concentrazione, bambini con ADHD e tutti quei pseudo “deficit” (mamma mia che parola orrenda!) che vogliono far passare come “incurabili”, magicamente li superano, recuperando le carenze e affrontando una vita scolastica più degna di essere vissuta. Solo che io non sono mai stata capace di fare magie! E allora? Come faccio?
Avete ragione, ci sono molti ciarlatani su questa Terra e potete anche sicuramente pensare che io sia tra quelli. Ma finché non provate a vedere i vostri figli sotto un’altra ottica, con altri insegnanti più competenti, non avrete la certezza di ciò che vi sto dicendo.

Quello che spesso mi colpisce non è tanto la difficoltà a credere in una opportunità che aiuta i vostri bambini, ma il fatto che spesso la famiglia preferisca pensare che il proprio figlio sia un diverso.

sabato 6 luglio 2019

Donare sangue da un buco


Ecco perché donare sangue da un buco

Libero di educare


Come? Libero di educare? Mi sembra ovvio!

Pedagogista o pedagogo?


Perché parlare del pedagogista o del pedagogo?

Come sopravvivere a una pagella deludente



Vediamo come sopravvivere a una pagella deludente

Autismo e didattica



Autismo e didattica. Come impostare la didattica con i bambini autistici: ce lo spiega la pedagogista. Consigli anche per mamma e papà.

Cosa fa la pedagogia?


Cosa fa la pedagogia? Una lotta con la psicologia? Assolutamente no! Hanno entrambe una specifica identità.