domenica 6 dicembre 2020

Mamma, i compiti li faccio da sola altrimenti non cresco!

 

Mamma, i compiti li faccio da sola altrimenti non cresco

Le mamme chiocce italiane sono sempre molto attente ai piccoli quando cominciano la scuola e una delle caratteristiche che le distingue è proprio la quasi “ossessione” nel seguire i propri figli nei compiti per casa. Per quanto possa sembrare una situazione positiva, di fatto non lo è. Ma andiamo per punti.

Ci sono mamme e/o papà che seguono i loro figli nello studio solo nel momento in cui vengono interpellati, ovvero quando durante lo studio i bambini sentono di non aver capito e chiedono aiuto. Questa è la situazione migliore che possa presentarsi nelle famiglie: genitori presenti per lo svolgimento dei compiti solo al bisogno.

Ma la realtà in famiglia, per moltissime famiglie, non è questa. 

La situazione abituale è di mamme che si siedono tutti i giorni affianco ai loro figli per seguirli nei compiti, controllarli per assicurarsi che vengano fatti tutti alla perfezione, senza lasciare il minimo respiro ai propri figli, neanche nel più banale errore. 

La psicoterapeuta Robin Norwood direbbe che “l’aiuto è il lato luminoso del controllo”. Questo perché nel pensiero dei genitori c’è un sentire che li spinge verso un incontrollato e morboso aiuto da dare ai propri figli, proveniente da motivazioni diverse di controllo e non oggettive, che fa parte del loro patrimonio psichico-ambientale, ma non di una reale necessità del bambino. Provo a farvi degli esempi, anche se non saranno esaustivi di tutte le situazioni.


Ci sono molti genitori che hanno poca stima di sé, molta presunzione e molta competizione con gli altri genitori, fino al punto che vogliono, devono, primeggiare con i loro figli in ogni ambito. E così seguirli nei compiti significa per loro assicurarsi che tutto venga svolto alla perfezione e che il proprio figlio venga considerato il migliore. Pertanto si devono assicurare che le lettere siano scritte perfettamente e perfettamente allineate dentro le righe, che i disegni corrispondano a quanto chiesto dall’insegnante, che i margini nel quaderno vengano rispettati al millimetro fin dal primo giorno di scuola e che soprattutto non vi sia alcun errore nello svolgerli. Ci sono genitori che arrivano a strappare le pagine dei quaderni ai propri figli finché il bambino o la bambina non ha eseguito il compito alla perfezione.


Poi ci sono genitori che rivolgono verso il proprio bambino attenzioni ossessive perché non hanno realizzato una propria identità professionale e per colmare questo vuoto, si rivolgono in modo esagerato verso la cura dei figli, verso lo svolgimento dei compiti, fino a soffocarli come se volessero realizzare se stessi nell’attività scolastica dei propri figli.


Altri genitori sentono di avere un valore, un peso nella vita dei loro cari, solo se percepiscono di essere utili a qualcuno. Chi può esserlo più dei loro bambini? Ma anche in questo caso è evidente una situazione di insoddisfazione personale e di scarsa autostima dell’adulto che, per essere colmata, si rivolge ai figli sempre in modo esageratamente oppressivo e scaricando su di loro tutta la responsabilità di come si sentiranno domani; e anche qui l’ambito scolastico viene privilegiato. Perché soprattutto in ambito scolastico? Perché è evidente non solo che la scuola permette una conoscenza e uno sviluppo molto esplicito del bambino, ma soprattutto perché vivendo in una società competitiva e stupida, agli occhi della maggioranza mediocre del mondo adulto, il bambino migliore diventa qualcuno, il mediocre scompare, lo stupido si biasima. E nessuno di questi genitori così poco sicuri della loro genitorialità vorrebbero incorrere nella valutazione di un figlio mediocre o stupido.


Ma ci sono anche genitori che non accettano l’idea che altri (gli insegnanti) possano provvedere alla crescita educativa dei propri figli e pertanto la loro presenza nello svolgimento dei compiti a casa diventa per loro vitale (gelosa ed egoistica) in quanto si sostituiscono letteralmente all’insegnante, fornendo spiegazioni, per lo svolgimento dei compiti o dei nuovi apprendimenti, che il più delle volte però non sono adeguate.


Ci sono poi genitori che per una loro situazioni personale adulta di solitudine affettiva, tentano di colmarla attraverso i figli, vivendo i compiti come una loro necessità, che li spinge addirittura spesso a chiedere ai docenti di assegnarne di più, pur di colmare quel vuoto di solitudine insopportabile insieme ai propri figli.


È ovvio che tutto questo impedisce a queste mamme e/o papà di vedere e sentire i propri bambini, le loro esigenze, di valorizzare le loro attitudini e rispettare i loro tempi di studio.


Queste problematiche dei genitori ovviamente non nascono al momento della prima classe elementare (primaria), ma sono già preesistenti; inoltre questi comportamenti che alle elementari emergono prepotentemente, sono stati vissuti con i figli in altri contesti già da tempo e hanno portato i bambini a non essere autonomi per la classe primaria. 

Tutto ciò porta inoltre e inevitabilmente il genitore, a pensare che il proprio figlio ha assoluta necessità di lui e, per il cosiddetto Effetto Pigmalione, la profezia si autoadempie e il piccolo diventerà dipendente dal genitore; ma sfortunatamente anche dal docente.


Quello che mi preme dire e sottolineare è che questo tipo di atteggiamento familiare porterà il bambino o la bambina a passare tutti e cinque i primi anni scolastici subalterni ai genitori, fino a quando, alle scuole superiori, quando il programma scolastico comincerà a diventare più complesso, mamma o papà molleranno (perché non si sentiranno più in grado di aiutare i figli) e quest’ultimi crolleranno definitivamente o avranno evidenti problemi scolastici o, anche questo è possibile, rinasceranno dando prova evidente di capacità autonome e personali; ma quest’ultimi saranno la netta minoranza.


La scuola pensata per fornire competenze ed educazione adeguata per l’età dei 6 anni non è una casualità, ma una realtà voluta perché si supponeva, a ragione, che a quell’età, la bambina o il bambino sono in grado di fare da soli e se non lo sono pienamente per i 6 anni, lo diventeranno con certezza per i 7; sempre se, ovviamente, il genitore li avrà saputi rendere indipendenti.


Facciamo un elenco di come dovrebbero arrivare all’età di 6/7 anni i bambini i cui genitori hanno saputo educarli adeguatamente.

I bambini dovrebbero:

  1. essere capaci di vestirsi e lavarsi autonomamente, che significa anche sapersi mettere le scarpe e allacciarle e sapersi fare il bidè da soli;
  2. portarsi sempre in autonomia i propri oggetti: lo zaino di scuola, i giocattoli che sono usciti di casa, il giaccone in mano perché fa caldo ecc.; 
  3. essere capaci di provvedere alle necessità scolastiche, quali ad esempio mettere nello zaino il materiale necessario all’attività didattica.


Quando i bambini avranno compiuto 6 anni, i genitori dovrebbero sapere ed essere in grado, di spronare i propri figli a fare da soli, sempre se, l’indipendenza dei bambini non metta in crisi i genitori, altro motivo per cui si sente sempre il bisogno di imboccarli. 

I punti che abbiamo toccato sui bisogni sentiti dall’adulto, convivono molto con la paura dell’indipendenza del figlio: più il figlio ha bisogno del genitore, più l’adulto non realizzato nella propria vita professionale e affettiva adulta, si sente appagato. Il problema però è che per una propria necessità, per questa propria carenza, impediamo la crescita non solo fisica del bambino e quindi per esempio della motricità fine, ma anche e soprattutto impediamo la crescita cognitiva e affettiva, lo sviluppo intellettivo, la possibilità appunto di diventare autonomi non solo nell’attività scolastica, che a 6 anni è la più importante, ma anche nelle attività di tutti i giorni.


Questo discorso, appena accennato, è per dire che non esistono bambini non in grado di fare da soli, ma esistono adulti che non li hanno resi liberi e capaci di fare da soli.


Dr.ssa Tiziana Cristofari

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