mercoledì 14 marzo 2018

I docenti che non uccidono fanno come le madri con i loro neonati


Dissi: «Ti devo ringraziare per non avermi lasciata!»
Uscii così dalla palestra dove avevo appena fatto una lezione di pilates, mentre le mie stesse parole continuavano a ronzarmi nella testa e mi portavano a pensare che alla nascita, se il bambino viene lasciato solo, non viene accudito, riscaldato e nutrito, muore. Diversamente dagli animali dove i cuccioli riescono a diventare indipendenti dopo pochissimi giorni o addirittura ore, il bambino non si può lasciare solo fino ad almeno 5 o 6 anni di età, in quanto non ce la farebbe a sopravvivere.
Ringraziai la docente di pilates, perché nonostante non amassi quel tipo di attività, lei, con il suo modo di fare, era riuscita a farmi tornare comunque a ogni lezione. Cosa c'entra la lezione di pilates con il bambino che lasciato solo muore? Ora ve lo spiego!

giovedì 8 marzo 2018

DSA e genetica: i biologi smentiscono. Ecco perché la genetica non è causa dei disturbi dell’apprendimento


Più di una volta nei miei articoli ho affermato che la genetica o la neurobiologia non c’entrano nulla con quelli che vengono chiamati disturbi dell’apprendimento, o meglio, non ne sono la causa. Ho più volte spiegato che sono arrivata a tali conclusioni grazie alla mia prassi pedagogica e agli studi che inevitabilmente mi hanno portata ad approfondire la psichiatria, la psicologia, la biologia e anche la genetica.
Le certificazioni dei bambini che vengono al mio studio, rilasciate dalle strutture mediche competenti, mi hanno spinta ad una ricerca sul perché, dopo la diagnosi medica, frequentando le mie lezioni, quei bambini stessi compensano le carenze e recuperano le attività scolastiche. 

Gli studi di approfondimento mi hanno portata così a comprendere scientificamente ciò che intuitivamente come pedagogista avevo considerato adottando una prassi pedagogica e didattica specifica. Da qui parto, riportandovi alcune delle motivazioni scientifiche biologiche, che mi hanno permesso di affermare come i disturbi dell’apprendimento non possono avere origini genetiche. Altre motivazioni saranno riportate in successivi articoli.

Partiamo da una considerazione. Siamo per cultura motivati a pensare che i nostri problemi di salute siano attribuibili all’inefficienza dei nostri meccanismi biochimici. Questo perché gli studi scientifici che più ci hanno influenzato come ad esempio quelli di Darwin (1809-1882), sostenevano la “lotta per l’esistenza”, ovvero il più forte sarebbe sopravvissuto a scapito del più debole, andando ad incentivare così l’idea di mal funzionamenti del corpo provenienti dall’interno, e annullando volutamente la possibilità di quanto fu invece teorizzato da Lamarck (1744-1829), il quale sosteneva che l’evoluzione dell’uomo si basasse su “un’interazione istruttiva e cooperativa tra gli organismi e il loro ambiente, che consentirebbe alle forme viventi di sopravvivere ed evolvere in modo dinamico”. Teoria quest’ultima subito attaccata dalla Chiesa: a quei tempi, il concetto che gli esseri umani si fossero evoluti da forme di vita inferiori venne denunciata come eresia e Lamarck venne stigmatizzato anche dai suoi colleghi che misero in ridicolo le sue teorie, impedendo così una ricerca che oggi ha ampiamente dimostrato la veridicità delle sue affermazioni.

lunedì 26 febbraio 2018

Gli psicologi ritrattano: abbiamo sbagliato a valutare i DSA


È da qualche giorno che sul web esperti in psicologia stanno ritrattando il loro punto di vista sui problemi dell’apprendimento. Uno di questi è il Dr. Giacomo Stella che non si limita ad affermare di aver causato un’epidemia dei disturbi dell’apprendimento, ma va oltre: dichiara che i professionisti dell’educazione (ovvero i pedagogisti) si stanno sottraendo ai loro compiti e soprattutto alla didattica dando vita ai disturbi dell’apprendimento. Eludendo però il fatto che le certificazioni sono fatte da loro e non certo dai pedagogisti!
Di seguito uno stralcio preso dal mio libro Bambini senza DSA: una realtà possibile! che mette in evidenza quanto affermato da Stella nel suo libro Dislessia a contrasto di quanto va affermando nelle recenti pubblicazioni.

In libreria comprai il libro sulla dislessia dello psicologo Giacomo Stella,  considerato dal mondo scolastico e dal web emerito esperto di dislessia e fondatore dell’Associazione Italiana Dislessici. Quindi comprai quel libro pensando che mi avrebbe spiegato tutto quello che c’era da sapere.
Leggendo il suo libro però scoprii che aveva omesso tantissime componenti psicologiche fondamentali per la diagnosi di certe difficoltà cognitive e tantissimi studi di settore che dichiarano il contrario di quello che lui afferma nel libro.»    
«Ma per capire questo come ci sei arrivata?»


venerdì 9 febbraio 2018

Rivelato perché le prove INVALSI distruggono la scuola


La scuola è un modo per assolvere all’obbligo dell’istruzione. Badate, non all’obbligo di andare a scuola (frequentare la scuola non è un obbligo costituzionale), ma serve ad assolve all’obbligatorietà di istruire i nostri figli. E sì, perché la scuola dovrebbe onorare al meraviglioso compito di dare formazione e istruzione ai nostri bambini. Ultimamente però, ci sono sempre più famiglie che decidono di istruire personalmente i propri figli e devo dire che dopo tutto quello che mi raccontano i genitori, dopo la mia esperienza come docente in scuole pubbliche e private superiori ed inferiori, li capisco perfettamente.
La scuola degli ultimi anni è diventata un competitivo gioco a quiz da conquistare e non più una realtà per formare menti pensanti.

lunedì 5 febbraio 2018

Valutazioni scolastiche inadeguate e inopportune. Cosa rallenta l’apprendimento dei bambini

Quando i nostri figli hanno delle difficoltà scolastiche e la scuola ci suggerisce di farli valutare per presunta dislessia, discalculia, disgrafia, disortografia, il più delle volte ci si affida al professionista tramite il servizio sanitario pubblico o privato.
Tale diagnosi spesso è limitata alla valutazione dell’apprendimento che il bambino o la bambina hanno sviluppato fino a quel momento. Ovvero vengono sottoposti a test che servono per misurare se, nelle varie attività scolastiche, il piccolo rientra in una media statistica. Questi accertamenti però non hanno un valore medico-scientifico che possa realmente indicare le motivazioni e le cause di tale “ritardo” o difficoltà, né tantomeno possono stabilire come un bambino, se stimolato diversamente e adeguatamente — rispetto a quanto fatto fino a quel momento —, possa migliorare. Ciò accade perché chi effettua queste valutazioni dà per scontato che la difficoltà di apprendimento sia legata a problemi neurologici o genetici.

venerdì 12 gennaio 2018

Come (non) imparano i bambini!

I genitori lo sanno: con tanta attesa e molti tentativi.
Ricorderete sicuramente quante volte avete provato a suggerire ai vostri bambini di pochi mesi la parola “mamma o papà” nella speranza che un balbettio somigliante potesse uscire dalla sua bocca. O più tardi quando una volta con la stazione eretta avete provato a lasciarlo nella speranza che camminasse da solo.
In tutti questi tentativi ripetuti all’infinito sarebbe folle pensare di sostituire quelle prove con metodi coercitivi o addirittura sostitutivi, sempre se riusciate a trovarne uno.
Quindi il bambino cresce per prove e tentativi sul quel gesto, quella parola, quell’azione, quella circostanza. Cresce sicuramente più facilmente se dietro a quel sostegno c’è anche la parola dolce, il sorriso, l’affettività dell’adulto significativo.

martedì 9 gennaio 2018

Cosa manca ai professionisti

Erano anni che non mi allettavo come questo fine 2017. Ho cominciato a metà dicembre con vertigini e nausea, poi sono andata a star meglio fino a quando non è giunta anche l’influenza che mi ha tenuto compagnia con tutti i postumi fino a dopo Capodanno. Nel frattempo a livello politico c’è stata una svolta epocale per la mia professione (riconoscimento del ruolo dei Pedagogisti e degli Educatori) con la Legge 205/2017 che, lo ammetto, solo negli ultimi giorni riesco a prenderne pienamente atto e a riconoscermi la portata di quanto andavo aspettando da anni insieme a tantissimi altri professionisti come me.


Nel frattempo così, tra una dormita di troppo e un mal di testa ho potuto riflettere sul discorso della professionalità che la legge riconosce a determinate categorie di laureati. Nel nostro caso la Legge 205/2017 dichiara che per svolgere un certo tipo di lavoro devi essere qualificata possedendo una determinata istruzione, ovvero un pezzo di carta, un titolo che ti rende “abilitato”.


Ed ecco che uno pensa che un’influenza sia solo un’influenza e che disturba il quotidiano e che devi solo rassegnarti e aspettare che tutto passi. Ma per le mie a volte fastidiose elucubrazioni sui perché e sui percome della vita e del lavoro, ammetto che è servita anche questa esperienza quasi (fortunatamente) da troppo tempo dimenticata.
Come era ovvio che fosse gli ingordi del mondo del web non ci hanno pensato due volte a farsi sentire con tutte le cattiverie del caso anche per quanto riguarda il riconoscimento del nostro ruolo: va bene poverini, altrimenti perdono l’abitudine! Ma in qualche modo mi hanno fatto riflettere e in virtù di questo vorrei condividere con voi questa riflessione che non ci dovrebbe mai permettere di abbassare la guardia quando facciamo riferimento a un professionista.

lunedì 8 gennaio 2018

L’allattamento attraverso il corpo e la mente

La pedagogia è complessa. L’ho scoperto studiando e lavorando nel settore. È proprio per questo motivo che oggi voglio approfondire una questione prettamente pedagogica che tocca qualcosa di umano, di intimo, qualcosa di personale, che abbraccia un aspetto molto importante per le neomamme: l’allattamento.
L’allattamento costituisce un momento di vitale importanza per la relazione interpersonale tra madre e figlio. Esso rappresenta il primo nutrimento per il bambino in quanto possiede una composizione inimitabile, specifica, ideale per le sue esigenze nutritive e di sviluppo. Nel latte materno sono presenti

venerdì 22 dicembre 2017

I nostri figli salvati da Pedagogisti ed Educatori

Mercoledì 20 è stata una giornata speciale. Uscivo da una situazione di malessere con nausea e vertigini importanti e per la prima volta dopo cinque giorni mi rimettevo al computer.
Fino a quel giorno avevo sperato, ma non mi ero illusa. Poi mi accorsi che il collega Alessandro Prisciandaro, alle sette della mattina, aveva postato quanto pedagogisti ed educatori andavano sperando da diversi anni: il riconoscimento del nostro titolo accademico e delle professioni da noi svolte era diventato legge! Esultai da sola davanti al computer; la mia cagnolina mi guardò interrogativa, poi anche lei cominciò a scodinzolare come se avesse percepito il mio cambio di umore, il mio entusiasmo.


Come pedagogista lotto da tanti anni per riaffermare l’idea che i bambini nascono sani, mentre il mondo adulto poi li distrugge attribuendogli qualche disturbo dell’apprendimento, che io preferisco definire difficoltà scolastiche. Lotto contro gli insegnanti spesso incompetenti e indottrinati a far diagnosi di disturbi dell’apprendimento, completamente allo sbando su cosa sia e come si debba affrontare un lavoro didattico e formativo con bambini che devono poter crescere in serenità, con le proprie attitudini e con i propri tempi, in epoche che cambiano in modo vertiginoso costringendo i bambini a fare i conti con genitori vecchio stampo, docenti impreparati, non al passo con i tempi, arretrati nella didattica e incapaci di cooperazione, sensibilità, integrazione, problem solving.

venerdì 1 dicembre 2017

L'aggressività rabbiosa sintomo delle nostre frustrazioni

Ieri ad una collega di lavoro che mi chiedeva come riuscissi a sopportare gli insulti sul web ho risposto che mi limito a non leggerli. E quando mi capita di farlo rispondo sempre con gentilezza perché credo sia fondamentale non scendere a certi livelli di conversazione, ma soprattutto perché se vogliamo migliorare la società dobbiamo partire dal nostro meraviglioso mestiere: quello di Pedagogiste. E credo proprio che i pedagogisti, per far crescere nel migliore dei modi le nuove generazioni hanno compreso, anche attraverso il percorso di studi, che il miglior metodo possibile per far sì che una persona diventi in un certo modo, è quello di essere ciò che si è e non ciò che si dice. Pertanto “noi non offendiamo!”
Forse però, avete ragione, non è così semplice.
Si sa che le persone sono diverse una dall’altra, hanno idee diverse, opinioni e gusti diversi. 
E così insegno ai miei bambini che bisogna accettare e rispettare la diversità; che deve essere lecito e legittimo pensarla diversamente e che in virtù di questo, nessuno deve farci coercizioni di sorta o pressioni affinché il nostro modo di pensare o di fare cambi se noi non lo vogliamo.

mercoledì 15 novembre 2017

DSA: diagnosi e certificazioni senza metodo scientifico. Lettera aperta alle Ministre Lorenzin e Fedeli

Valeria Fedeli (valeria.fedeli@senato.it)
Beatrice Lorenzin (segreteriaministro@sanita.it)

Gentili Ministre Lorenzin e Fedeli, mi chiamo Tiziana Cristofari e sono una pedagogista. Vi scrivo perché credo sia opportuno intervenire urgentemente su quanto sta accadendo nelle scuole.
Partiamo dalla definizione di diagnosi e certificazione. Dunque Ministra Lorenzin, gli esperti dicono che la diagnosi non è necessariamente la certificazione. Fanno questa distinzione spiegando che diagnosticare (ovvero procedere ad accertamenti clinici) non si intende certificare (ovvero dichiarare per iscritto che si è accertata la diagnosi). Ma per usufruire di un PDP (Piano Didattico Personalizzato) o un PEI (Piano Educativo Individuale) di cui la scuola fa richiesta alla prima difficoltà della bambina — spesso con pretesa —, è necessaria la certificazione.
Ministra Fedeli, mi viene da pensare quindi, che anche l’insegnante richiedente la certificazione fa diagnosi. Dico questo perché la ASL (o l’ospedale o altro ente accreditato a farlo), che si adopera per un percorso di accertamento sul disturbo specifico dell’apprendimento, nel 99% dei casi rilascia poi una certificazione. Perché un docente quando richiede un accertamento ha 99% di probabilità che effettivamente tale accertamento venga sottoscritto? Si presuppone che, o gli insegnanti sono oramai “talmente formati” sui disturbi dell’apprendimento che potrebbero andare a fare i medici, oppure i medici dovrebbero cambiare mestiere.
Ma la risposta penso sia più semplice.

venerdì 3 novembre 2017

Ecco la novità che mi avete chiesto! Una home schooling? Una scuola senza zaino? Una scuola nei boschi? Una scuola democratica? Una scuola come quelle del nord Europa? No, unicamente la Home Teacher like at School!

È da diverso tempo che ci penso, anzi, che mi fate pensare.
Poi ieri sono andata dal parrucchiere, ho cambiato acconciatura e ho sentito che era giunto il momento di partire.
No, non voglio andare via dall’Italia, anche se la tentazione è forte, voglio partire con un nuovo progetto che mi permetterà di mettere insieme i pezzi che ho già in mano. Avrei voluto farlo in modo più dirompente, più in grande, per molti bambini: allora in un primo momento mi sono rivolta a vari imprenditori, fondazioni, finanziatori e tutti coloro che pensavo mi potessero sostenere, ma ho trovato un rumorosissimo silenzio (l’Italia è così, se non sei nessuno politicamente o socialmente, intorno a te c’è solo silenzio, anche e soprattutto se ciò che affermi esce dagli schemi imposti dalla stessa politica ed economia, oltre che dal clientelismo). 

lunedì 30 ottobre 2017

Bambini senza DSA: una realtà possibile!


In una società del tutto e subito, dove la cultura umanistica è stata svuotata della sua bellezza e del suo straordinario valore educativo e formativo, dove la medicalizzazione invade in modo scriteriato le scuole, dove le famiglie – già in crisi – vivono l’abbandono e la solitudine, il libro della pedagogista Tiziana Cristofari rappresenta un atto di coraggio, il coraggio della «parresìa, ossia del principio del dire il vero, senza vergogna e senza timore, del dire il vero senza limiti» (M. Foucault, Il coraggio della verità, Milano 2016).


È un intento etico il suo che rimanda al principio della Crescita autentica, quella pedagogica dell’educére, del tirar fuori da ciascuno il talento unico e prezioso di cui è portatore, e considera un dovere di ogni adulto educante permettere tutto ciò. La Cristofari ci ricorda che per raggiungere questa finalità occorrono qualità morali, capacità empatica, competenze comunicative e relazionali, competenza ermeneutica, buona didattica. Quest’ultima infatti è un’autorevole disciplina di studio e oggetto di ricerca della metodologia e della pedagogia verso la quale eminenti studiosi hanno rivolto interesse e realizzato ricerche ponderose. Tuttavia, oggi come oggi, il rischio che si corre è l’applicazione di un’arida e spesso tecnicistica didattica, di un retorico pedagogismo, della propensione alla delega educativa.


   La pedagogista Tiziana Cristofari, con un linguaggio chiaro e spontaneo che nasce da una solida esperienza professionale e dalla passione pedagogica, sottolinea le evidenti problematicità socioculturali di oggi che penalizzano inesorabilmente bambini e famiglie, e invita necessariamente alla riflessione, alla sensibilizzazione, all’assunzione di responsabilità che sole possono consentire di aprire alla complessità, alla pluralità di senso dell’esperienza umana che vanno oltre l’apparenza, oltre le diagnosi, per liberarsi così dall’invadente processo di medicalizzazione in atto. Il suo libro insomma costringe a sospendere il giudizio aprioristicamente, e restituisce dignità e valore a ciascun individuo che si affida a un mondo adulto per crescere ed esprimere vitalità, creatività, autonomia e pensiero critico; costringe a consegnare alla Pedagogia il ruolo di scienza dell’Educazione e della Formazione; costringe a... pensare, semplicemente a pensare dopo aver smosso gli animi.

Dr.ssa Luisa Piarulli
Ex Presidente ANPE (Associazione Nazionale Pedagogisti)

Il libro è reperibile scontato
attraverso il nostro sito
o su AMAZON 

Un titolo e un contenuto sicuramente contro tendenza, dato che libri e manuali sull’argomento parlano solo di come riconoscere i disturbi dell'apprendimento e quali sono gli strumenti dispensativi e/o compensativi per sostenere una realtà che, secondo la maggioranza della comunità scientifica, non ha soluzione in quanto i disturbi sarebbero causati da fattori genetici o neurobiologici.
Nel mio libro affronto scientificamente tutti questi argomenti e li smonto uno per uno dimostrando come sia improbabile quanto viene affermato. Ma soprattutto spiegando perché la comunità scientifica non ha ancora compreso o voluto comprendere, che questi “disturbi” mettono radici lì dove la scuola e la famiglia crescono figli e studenti senza una pedagogia adeguata.


Descrizione del libro. È intelligentissimo, ma il maestro mi dice che non ascolta. Legge stentatamente e la maestra mi ha detto che potrebbe essere dislessica. Non ricorda le tabelline e mi hanno detto che potrebbe essere discalculico. Mi hanno consigliato il logopedista. Mi hanno detto che dovrei portare mia glia a fare una visita dalla neuropsichiatra infantile. Poi ho letto un suo articolo... Poi cercando su internet il significato di queste parole mi sono imbattuta nel suo sito... È con le stesse parole che un papà arriva da una pedagogista che ha trovato la soluzione ai disturbi specifici dell’apprendimento. Inizialmente scettico, ma speranzoso - perché sua figlia, presunta dislessica, ha difficoltà relazionali con lui e un calo del rendimento scolastico -, s’imbatte in un’avventura scientifica, realistica e umana senza precedenti. Andrà alla scoperta del pensiero di medici e pedagogisti di fama mondiale che gli spiegheranno perché quello che comunemente si racconta sui disturbi dell’apprendimento non è realistico, trovandosi così involontariamente alla ricerca di una conoscenza genetica, neurobiologica, psicologica e soprattutto pedagogica di cui era profondamente allo scuro come del resto buona parte della comunità scientifica ed educativa. Riuscirà in questo modo a capire come nascono, come si prevengono e come si superano i disturbi dell’apprendimento. Ma soprattutto imparerà come è possibile evitarli con l’applicazione di una scienza che nel tempo è stata annullata dalla politica e negata nella formazione dei nuovi docenti: la scienza pedagogica.
Oggi il 25% dei bambini di una classe viene diagnosticato con un disturbo dell’apprendimento. Dicono che il problema è genetico o neurobiologico e per questo non si può far nulla se non dispensare e/o compensare. E se così non fosse?

La dottoressa Tiziana Cristofari pedagogista e docente, con l’aiuto tratto da teorie e prassi di eminenti e riconosciuti studiosi in pedagogia, psicologia e psichiatria - tra i quali Giovanni Genovesi, Shinichi Suzuki, Howard Gardner, Lev Semënovič Vygotskij, Massimo Fagioli -, ha dimostrato come sia ampiamente improbabile che i disturbi specifici dell’apprendimento abbiano origine genetica o neurobiologica e come invece siano il frutto dell’assenza totale di pedagogia scolastica e familiare. 

Codice ISBN: 9791220015424
Il libro è reperibile sul nostro sito scontato cliccando qui 

o su Amazon cliccando qui

Ma se non hai voglia di leggere

Segui i corsi della Dr. Tiziana Cristofari, ti spiegherà come nascono, si prevengono e si superano i Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA)
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Home Teacher like at School
(Insegnante di casa come a scuola)
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lunedì 23 ottobre 2017

Bambini trattati come automi: lettera aperta alla Ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli

Gentile Ministra Valeria Fedeli, mi chiamo Tiziana Cristofari e sono una pedagogista-insegnante. Non so se Lei ha mai avuto modo di leggere i libri dei pedagogisti Aldo Visalberghi, Francesco De Bartolomeis o Giovanni Genovesi o, andando più indietro nel tempo, di Maria Montessori. O se trovando il momento per approfondire altre letture ha avuto modo di conoscere autori meravigliosi come John Dewey o Edgar Morin, tutti impegnanti in una ricerca scientifica pedagogica sul miglioramento delle qualità fisiche-intellettuali-morali-comunicative dell’essere umano. Uomini e donne che hanno tentato con i loro studi di rendere sempre migliore la realtà individuale di ogni studente nella relazione con il docente, nonché nell’ambiente di apprendimento attraverso lo studio del metodo, della didattica e quindi della cultura scientifica per eccellenza denominata appunto Pedagogia.
Suppongo Signora Ministra che tutto ciò Lei lo conosca bene, dato il ruolo di primaria importanza che ricopre nel settore educativo. Se così è, comprenderà l’importanza in ambito scolastico della pedagogia, ovvero della teoria e prassi che l’insegnante dovrebbe conoscere e usare per la formazione non solo nozionistica dei bambini, delle bambine e degli adolescenti, ma anche perché possano viversi degnamente la propria umanità e la propria personale unicità nella formazione. 
Ma ahimè tutti sappiamo bene quanto la conoscenza e l’uso della pedagogia sia carente nel programma del percorso accademico dei docenti prima e nella prassi poi (dove purtroppo anche la nuova legge sulla Buona scuola e i suoi successivi decreti, non ne compensano minimamente la carenza), e soprattutto quanto inaccettabile sia il fatto che nelle scuole, la figura per eccellenza ovvero quella del professionista in Pedagogia, sia completamente assente e quella di educatore ancora troppo facilmente bypassata.

domenica 24 settembre 2017

Cosa sono i centri DSA? Posti da valutare attentamente

Mi capita spesso che arrivano da me genitori scappati dai “centri DSA e BES” che gli hanno fatto spendere tanti soldi senza alcun risultato oggettivo per l’andamento scolastico del proprio figlio.
Certo, il fenomeno “disturbo dell’apprendimento” diventato un’epidemia ha creato i “centri DSA”, ovvero studi polifunzionali con psicologo, neuropsichiatra, logopedisti, pronti a certificare e “curare” ciò che non esiste.

È semplice, se si tenta di far passare un mal di stomaco da stress facendo endoscopie che non riveleranno nulla e dando semplicemente farmaci per la gastrite, come si sospende il farmaco il mal di stomaco ritorna, a meno che nel frattempo non si sia superato lo stress causa del mal di stomaco. Questo però oramai lo sanno un po’ tutti ed è accettato dalla collettività. C’è chi sostiene addirittura che lo stomaco, come l’intestino sia una seconda mente perché su di esso si canalizzano le tensioni della vita di tutti i giorni portando la stitichezza da stress o appunto, il mal di stomaco. Così anche per la stitichezza hanno inventato tanti bei lassativi, ma non sono riusciti a creare la pillola della “vita senza stress” che avrebbe risolto il problema una volta per tutte. Stress, farmaci, e poi ancora farmaci e altrettanto stress. Tanto che, vista la bella fetta di mercato sull’adulto che in ambito farmacologico porta a enormi guadagni, perché non puntare un po’ all’altra fascia d’età, quella della prima infanzia e dell’adolescenza? Poi ci mettiamo anche il fatto che siccome il “disturbo” dell’apprendimento non si cura, per anni possiamo fare psicoterapia, logopedia, ora va di moda psicomotricità e via cantando…

domenica 17 settembre 2017

Ecco le cause per cui i vostri figli vanno male a scuola

Vi ricordate quando gli insegnanti dicevano:
  • è intelligente ma non si applica; 
  • potrebbe fare di più ma è spesso distratto;
  • non ascolta quello che dico e quindi poi non sa cosa deve fare;
  • fa molti errori di grammatica, dovrebbe esercitarsi di più;
  • non legge ancora bene, dovrebbe leggere di più;
  • non ha voglia di studiare;
  • scrive male, dovrebbe fare più esercizio con le righe giuste e nei quadretti grandi;
  • deve studiare di più le tabelline perché ancora non le conosce bene;
  • non ragiona è sempre con la testa fra le nuvole altrimenti sarebbe bravissimo;
Oggi dicono:
  • non si applica, potrebbe avere qualche difficoltà cognitiva;
  • si distrae continuamente e non presta attenzione a ciò che dico, potrebbe avere l’ADHD;
  • fa molti errori di grammatica, potrebbe essere disortografica;
  • scrive male, potrebbe essere disgrafico;
  • non sa le tabelline potrebbe essere discalculico;
  • legge stentatamente, potrebbe essere dislessica.

martedì 12 settembre 2017

Ecco come ho risolto un problema di dislessia

I bambini si sa, credono molto in ciò che gli adulti dicono, soprattutto se sono i propri genitori.
Quello che non si sa è che un bambino, a volte, riesce a costruire il suo bisogno di affettività e attenzioni su una problematica scolastica (DSA) a lui conosciuta e su cui il mondo adulto rivolge l’attenzione. E il piccolo, scoprendo il piacere delle attenzioni si autoconvince che quella difficoltà momentanea nell’apprendimento, superabile, deve essere esattamente come gli adulti dicono che è. È chiaro che per lui il ragionamento non è cosciente, è una spinta, un impulso a costruire il suo pensiero in un certo modo perché gli fa più comodo, ma confermando così quanto vanno dicendo della sua capacità di apprendimento.

Mi spiego meglio.

Vi ricordate le letterine scambiate nella lettura o nella scrittura (D con T, S con F, A con E e via cantando?), fatte passare dalla comunità scientifica come problemi di dislessia? Bene vi racconto un fatto  uno dei tanti che mi sono capitati  di questo “disturbo dell’apprendimento” che uomini di scienza, medici neuropsichiatri, biologi genetisti, logopedisti e docenti poco formati ululano alla genetica e a qualche malformazione neurologica. Senza ovviamente avere alcun confronto con chi conosce formazione e didattica in modo ottimale.

Rosita (il nome è di fantasia) era una bambina che frequentava la seconda classe della primaria… oggi fa la quarta, ma non viene più al mio studio; le bastarono 4 mesi, e per “magia” i neuroni capricciosi e il gene depresso hanno deciso di andare a far visita a un altro malcapitato.

sabato 9 settembre 2017

Insegnanti: professione o vocazione? L'errore del nostro pensiero…

Sembra proprio, in questo inizio di anno scolastico 2017/18, che vada di moda una certa competizione tra chi dichiara che per fare l’insegnante bisogna avere una “vocazione” e chi invece sostiene essere una “professione”.
La Ministra Valeria Fedeli sostiene che la vocazione non serve e che si parla di professioni. Dirigenti scolastici sostengono che la vocazione è tutto, perché bisogna fare questo lavoro con passione e sentimento, dato che si ha a che fare con esseri umani piccoli.

Allora mi domando.

E i grandi non hanno diritto a usufruire di professionisti capaci di svolgere il loro mestiere con passione e sentimento?

giovedì 31 agosto 2017

Per fare un buon inserimento al nido...

di Annalisa Falcone
Settembre è il capodanno scolastico: un periodo di inizi per piccoli e grandi.
Per questo vi presento piccole ma importanti strategie per gestire serenamente l’inserimento dei vostri pargoli, frutto dei miei anni di lavoro negli asili nido.
Spero vivamente possano esservi utili e che tutti voi possiate trasformare questo distacco in una splendida opportunità di crescita personale e genitoriale.
Buon inserimento!
  1. Parlate con le educatrici. Chiedete alla struttura di poter avere un colloquio preliminare con le insegnanti durante il quale vi informerete sugli orari, i ritmi, le attività e chiedete informazioni sull’educatrice che vi accompagnerà durante l’inserimento, per riportare al/alla bambino/a informazioni certe. Raccontate alle educatrici del vostro piccolino, le sue caratteristiche, le sue abitudini e cosa gli piace.
  2. Raccontagli/le che andrà al nido. È importante raccontare al/alla bambino/a, anche se ha solo 5-6 mesi, la grande novità che lo aspetta. Può esser fatto sotto forma di racconto, anticipando le esperienze che farà. Si può portare il bambino davanti al nido e spiegargli che quella è la sua seconda casetta dove andrà fra poco. Queste azioni predispongono la mente del piccolo ad affrontare la nuova esperienza e inoltre aiuta genitori e figlio/a a integrare il cambiamento.
  3. Controlla le tue emozioni. I bambini hanno una capacità davvero elevata di comprendere gli stati emotivi dei propri genitori. Per questo è fondamentale raccontare della nuova esperienza in modo positivo, senza trasmettere ansie e possibili timori. L’ingresso all’asilo nido rappresenta il primo distacco e questo carica notevolmente a livello emotivo questo tipo di evento. Non è facile ma è necessario trasmettergli fiducia verso questo piccola grande avventura.
  4. Esplora lo spazio con il bambino durante le giornate di compresenza con le educatrici al nido. Fategli conoscere ogni angolo della struttura, mostrando entusiasmo e contentezza per i giochi presenti e la presenza di altri bambini.
  5. Costruisci un rituale speciale che gli anticipi l’esperienza e lo rassicuri allo stesso tempo. Come ad esempio preparare insieme lo zainetto con tutto il necessario, mettendoci anche il suo oggetto preferito che gli infondi sicurezza. Insomma, un piccolo rito da ripetere tutte le mattine prima di andare in asilo che gli offra rassicurazione e senso di cura.
  6. Dai un richiamo temporale preciso, spiegargli/le in modo preciso ciò che sta accadendo, ad esempio una affermazione come “La mamma deve andare via, ma torna a prenderti dopo la merenda.”, contribuisce a rassicurarli. È importante legare il tempo a una situazione nota al bimbo. “Il papà deve andare a lavorare ma ti vengo a prendere prima della nanna”. Il concetto “prima” e “dopo” è astratto e davvero complesso per i bambini, per questo bisogna dare dei riferimenti temporali a loro conosciuti. Questo anche con i più piccini: sapere che esiste un limite entro il quale accettare la separazione è per loro rassicurante. Dite loro che tornerete sempre a prenderlo:il richiamo al ritorno è essenziale, non stancatevi mai di ripeterlo. Inoltre, anche se difficile, è necessario salutare senza mostrarsi dubbiosi e Se percepirà l’insicurezza dei propri genitori, per il/la bambino/a sarà naturale non fidarsi delle sue educatrici e faticherà molto ad accettare la separazione.
  7. Crea una rete sociale. Un nuovo contesto apre numerose opportunità, fra cui conoscere e ampliare le vostre conoscenze. Entra in contatto con altri genitori, per condividere le esperienze positive e possibili ansie e paure. Parlate con loro di possibili cambiamenti importanti nel comportamento del/della vostro/a bambino/a. Espandere il vostro orizzonte sociale vi permetterà di condividere momenti importanti e delicati con qualcuno che sta passando la vostra stessa fase. Inoltre, sarà un’opportunità per mostrare ai vostri piccoli quanto aprirsi agli altri sia piacevole e utile.
  8. Rispetta i ritmi del/della tuo/a bimbo/a. Ogni persona ha tempistiche diverse e l’inserimento è un esperienza da fare gradualmente. Non ci sono schemi prestabiliti che decidono delle tempistiche corrette per tutti. Bisogna rispettare i tempi per permettere al/alla bambino/a di conoscere il nuovo ambiente, acquisire sicurezza, fidarsi delle sue educatrici ed entrare in sintonia con le sue nuove abitudini.
di Annalisa Falcone
Fonte: Diario di un'educatrice a Londra





Il libro è reperibile 
attraverso il web tramite il nostro sito con PAYPAL  
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Un titolo e un contenuto sicuramente contro tendenza, dato che libri e manuali sull’argomento parlano solo di come riconoscere i disturbi dell'apprendimento e quali sono gli strumenti dispensativi e/o compensativi per sostenere una realtà che, secondo la maggioranza della comunità scientifica, non ha soluzione in quanto i disturbi sarebbero causati da fattori genetici o neurobiologici.
Nel mio libro affronto scientificamente tutti questi argomenti e li smonto uno per uno dimostrando come sia improbabile quanto viene affermato. Ma soprattutto spiegando perché la comunità scientifica non ha ancora compreso o voluto comprendere, che questi “disturbi” mettono radici lì dove la scuola e la famiglia crescono figli e studenti senza una pedagogia adeguata.

Descrizione del libro. È intelligentissimo, ma il maestro mi dice che non ascolta. Legge stentatamente e la maestra mi ha detto che potrebbe essere dislessica. Non ricorda le tabelline e mi hanno detto che potrebbe essere discalculico. Mi hanno consigliato il logopedista. Mi hanno detto che dovrei portare mia figlia a fare una visita dalla neuropsichiatra infantile. Poi ho letto un suo articolo... Poi cercando su internet il significato di queste parole mi sono imbattuta nel suo sito... È con le stesse parole che un papà arriva da una pedagogista che ha trovato la soluzione ai disturbi specifici dell’apprendimento. Inizialmente scettico, ma speranzoso - perché sua figlia, presunta dislessica, ha difficoltà relazionali con lui e un calo del rendimento scolastico -, s’imbatte in un’avventura scientifica, realistica e umana senza precedenti. Andrà alla scoperta del pensiero di medici e pedagogisti di fama mondiale che gli spiegheranno perché quello che comunemente si racconta sui disturbi dell’apprendimento non è realistico, trovandosi così involontariamente alla ricerca di una conoscenza genetica, neurobiologica, psicologica e soprattutto pedagogica di cui era profondamente allo scuro come del resto buona parte della comunità scientifica ed educativa. Riuscirà in questo modo a capire come nascono, come si prevengono e come si superano i disturbi dell’apprendimento. Ma soprattutto imparerà come è possibile evitarli con l’applicazione di una scienza che nel tempo è stata annullata dalla politica e negata nella formazione dei nuovi docenti: la scienza pedagogica.
Oggi il 25% dei bambini di una classe viene diagnosticato con un disturbo dell’apprendimento. Dicono che il problema è genetico o neurobiologico e per questo non si può far nulla se non dispensare e/o compensare. E se così non fosse?
La dottoressa Tiziana Cristofari pedagogista e docente, con l’aiuto tratto da teorie e prassi di eminenti e riconosciuti studiosi in pedagogia, psicologia e psichiatria - tra i quali Giovanni Genovesi, Shinichi Suzuki, Howard Gardner, Lev Semënovič Vygotskij, Massimo Fagioli -, ha dimostrato come sia ampiamente improbabile che i disturbi specifici dell’apprendimento abbiano origine genetica o neurobiologica e come invece siano il frutto dell’assenza totale di pedagogia scolastica e familiare. 
Codice ISBN: 9791220015424
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