Nel suo libro La tirannia del merito, Michael J. Sandel mette in discussione una delle convinzioni più radicate nelle società contemporanee: l’idea che ciascuno occupi il posto che merita e che il successo sia il risultato esclusivo del talento, dell’impegno e della volontà individuale.
A prima vista, il merito sembra un principio giusto. Premiare chi si impegna appare certamente preferibile rispetto a favorire qualcuno sulla base della nascita, della ricchezza o delle conoscenze familiari. Eppure Sandel mostra come la meritocrazia, quando diventa una visione complessiva della società, produca conseguenze profondamente ingiuste. Chi raggiunge il successo finisce per attribuirlo interamente a sé stesso; chi rimane indietro, invece, non sperimenta soltanto una sconfitta, ma viene portato a considerarsi responsabile e colpevole della propria condizione.
La società meritocratica non si limita dunque a distribuire in modo diseguale opportunità e riconoscimenti: attribuisce un diverso valore alle persone. Ai vincitori consegna l’orgoglio di sentirsi artefici del proprio destino; ai perdenti lascia l’umiliazione di pensare di non essere stati abbastanza capaci, abbastanza determinati o abbastanza meritevoli.
Questa stessa dinamica può entrare molto presto nella vita dei bambini. Può entrare proprio a scuola.
La scuola come prima esperienza della meritocrazia
La scuola afferma di valutare il merito individuale, ma gli alunni non arrivano in classe nelle medesime condizioni. Alcuni possiedono già un linguaggio ricco, hanno frequentato ambienti culturalmente stimolanti, dispongono di libri, spazi adeguati, adulti capaci di seguirli e occasioni di apprendimento anche al di fuori della scuola. Altri devono fare i conti con difficoltà economiche, familiari, linguistiche, relazionali o personali che incidono inevitabilmente sul loro percorso.
A tutto questo si aggiungono le differenze nei tempi di apprendimento, nelle modalità di attenzione, nella memoria, nelle capacità espressive e nelle esperienze pregresse. Non tutti i bambini partono dallo stesso punto, imparano nello stesso modo o possono mostrare ciò che sanno attraverso le medesime prestazioni.
Eppure, molto spesso, chiediamo a tutti di raggiungere lo stesso traguardo, nello stesso tempo e attraverso lo stesso percorso. Successivamente attribuiamo i risultati ottenuti quasi esclusivamente all’impegno e alle capacità individuali.
In questo modo la scuola rischia di trasformare differenze che dovrebbe comprendere e accompagnare in gerarchie di valore. Il voto non indica più soltanto il risultato di una prova, ma può diventare, agli occhi del bambino e del gruppo, la misura della sua intelligenza. La velocità viene scambiata per competenza, la sicurezza nell’esposizione per profondità di pensiero, la conformità alle richieste per disponibilità ad apprendere.
Nascono così, anche dentro la classe, vincitori e perdenti.
Ci sono gli alunni che alzano sempre la mano, ricevono approvazione, vengono scelti per rappresentare la classe e imparano progressivamente a considerarsi capaci. E ci sono quelli che sbagliano più spesso, hanno bisogno di maggiore tempo, non riescono a esprimersi nei modi richiesti e finiscono per convincersi che lo studio non faccia per loro.
Il rischio più grave non è soltanto che alcuni apprendano meno. È che inizino a percepirsi come persone che valgono meno.
Il merito non è mai soltanto individuale
Guardare la scuola attraverso il pensiero di Sandel significa riconoscere che nessun risultato è completamente individuale. Ogni apprendimento nasce dall’incontro tra l’impegno del bambino e le opportunità che ha ricevuto: la qualità delle relazioni, gli strumenti disponibili, le condizioni materiali, l’aiuto degli adulti, le esperienze precedenti e persino la fiducia che qualcuno ha riposto in lui.
Questo non significa negare l’importanza dell’impegno. Significa evitare di trasformarlo in un criterio morale attraverso il quale stabilire chi sia degno di approvazione e chi non lo sia.
Anche il talento non può diventare motivo di superiorità. Nessuno sceglie le proprie predisposizioni, la famiglia nella quale nascere o le occasioni che incontrerà. Le capacità possono essere coltivate con impegno, ma non nascono nel vuoto e non giustificano una gerarchia tra le persone.
Una scuola consapevole di questo non rinuncia a riconoscere i risultati, ma smette di identificare il risultato con il valore dell’alunno. Un docente non dice, esplicitamente o implicitamente: “Hai successo perché sei migliore” oppure “Hai fallito perché non ti sei impegnato abbastanza”. Si domanda invece quali condizioni abbiano favorito o ostacolato l’apprendimento e che cosa possa essere modificato affinché ciascuno possa avanzare.
Crescere una classe senza vincitori e perdenti
Un insegnante non può eliminare da solo le disuguaglianze sociali né sottrarre completamente la scuola alla logica competitiva che attraversa la società. Può però impedire che quella logica diventi il principio sul quale si fondano le relazioni nella propria classe.
Il primo passo consiste nel separare chiaramente la prestazione dalla persona. Un errore non definisce chi lo ha commesso; una difficoltà non è una colpa; un voto non rappresenta il valore di un bambino. Questa distinzione deve emergere non soltanto dalle parole dell’insegnante, ma dalle sue scelte quotidiane, dal modo in cui restituisce una prova, formula un giudizio o reagisce a una risposta sbagliata.
Occorre poi evitare che la classe diventi un luogo di confronto continuo. Annunciare i voti pubblicamente, lodare sempre gli stessi alunni, premiare la rapidità o utilizzare classifiche produce inevitabilmente una gerarchia visibile. Anche quando non viene dichiarata, ogni bambino comprende presto quale posto gli è stato assegnato.
Al contrario, l’insegnante può valorizzare i progressi rispetto al punto di partenza, offrire tempi e strumenti differenti e permettere agli alunni di mostrare ciò che hanno imparato attraverso modalità diverse. L’equità non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel garantire a ciascuno le condizioni necessarie per partecipare e apprendere.
È importante anche modificare il significato dell’errore. Se l’errore viene punito o esposto, gli alunni impareranno a nasconderlo e a evitare le situazioni nelle quali potrebbero fallire. Se viene analizzato insieme, diventa invece una fonte di conoscenza. Una classe nella quale si può sbagliare senza essere umiliati è una classe nella quale diventa possibile pensare.
Anche la cooperazione può contrastare la logica dei vincitori e dei perdenti, purché non si limiti a mettere alcuni bambini seduti intorno allo stesso tavolo. Nel lavoro autenticamente cooperativo, il risultato nasce dal contributo di tutti, le responsabilità sono condivise e le differenze diventano risorse per il gruppo. Gli alunni imparano così che la competenza di uno non diminuisce il valore dell’altro e che il successo non deve necessariamente coincidere con la sconfitta di qualcuno.
L’insegnante può inoltre distribuire le occasioni di riconoscimento. In ogni classe esistono capacità che le forme tradizionali di valutazione non riescono a vedere: saper ascoltare, spiegare a un compagno, formulare domande, trovare soluzioni originali, prendersi cura dei materiali, mediare un conflitto o perseverare davanti a una difficoltà. Rendere visibili queste competenze significa allargare l’idea stessa di successo e impedire che soltanto alcune forme di intelligenza ricevano dignità.
Dalla competizione al bene comune
La lezione più profondamente pedagogica che possiamo ricavare da Sandel riguarda forse l’umiltà. Riconoscere che nessuno è interamente responsabile dei propri successi rende più difficile guardare dall’alto chi incontra maggiori difficoltà. Allo stesso tempo, comprendere che una sconfitta non dipende soltanto da un difetto personale libera dalla vergogna e permette di ricominciare.
La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale i bambini sperimentano questa consapevolezza: ciò che ciascuno diventa dipende anche dagli altri e dalle condizioni che insieme siamo capaci di costruire.
Il compito dell’insegnante non è selezionare precocemente i vincitori, ma creare le condizioni perché nessun bambino venga consegnato al ruolo del perdente. Non significa abbassare le aspettative o rinunciare alla qualità dell’apprendimento. Significa, al contrario, assumersi la responsabilità di cercare strade differenti affinché ciascuno possa raggiungere il livello più alto possibile.
Una classe sottratta alla tirannia del merito non è una classe nella quale tutti ricevono lo stesso voto indipendentemente da ciò che fanno. È una classe nella quale nessuno deve sconfiggere un altro per sentirsi capace; nella quale il successo non autorizza la superiorità e la difficoltà non produce umiliazione; nella quale i risultati vengono riconosciuti senza trasformarli in graduatorie umane.
Educare significa anche questo: insegnare che il valore di una persona viene prima dei suoi risultati e non può essere conferito né revocato da una valutazione.
Forse la vera riuscita di una scuola non dovrebbe essere misurata soltanto dal numero dei suoi studenti eccellenti, ma dalla capacità di non lasciare nessuno con la convinzione di essere nato per perdere.
Dott.ssa Tiziana Cristofari
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