Da Korczak a Sandel e Rovelli: la scuola come luogo in cui imparare a interessarsi agli altri
Che cosa significa educare una persona? Soltanto aiutarla ad acquisire conoscenze, ottenere buoni risultati e conquistare una posizione nella società? Oppure anche insegnarle che la propria vita è legata a quella degli altri?
Tre libri molto diversi — Io non mi salverò. La vita di Janusz Korczak di Monika Pelz, La tirannia del merito di Michael Sandel e La cattiva coscienza dei fisici di Carlo Rovelli — convergono sulla stessa domanda: possiamo considerarci veramente salvi, meritevoli o sicuri quando la nostra condizione è costruita sull’abbandono, sull’umiliazione o sulla sofferenza altrui?
Il primo racconta la scelta estrema di un educatore; il secondo analizza una società divisa tra vincitori e perdenti; il terzo riflette sulla guerra e sulla tendenza a considerare alcune vite più importanti di altre. In tutti ritorna lo stesso pericolo: credere che il nostro destino possa essere separato da quello della collettività.
Janusz Korczak: una salvezza che abbandona gli altri
Janusz Korczak, medico, scrittore ed educatore polacco di origine ebraica, dedicò la vita ai bambini più poveri e fondò a Varsavia la Casa degli Orfani. Qui i bambini non erano esseri incompleti da comandare, ma persone titolari di dignità e diritti. Partecipavano alla vita comune attraverso un parlamento, un tribunale dei ragazzi e momenti di confronto: non dovevano soltanto obbedire alle regole, ma comprenderle, discuterle e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
Quando i nazisti deportarono i bambini a Treblinka, Korczak avrebbe potuto probabilmente salvarsi. Scelse invece di accompagnarli fino alla fine. La sua decisione non esalta il sacrificio o la morte: esprime il rifiuto di una salvezza personale ottenuta abbandonando proprio coloro dei quali si era assunto la responsabilità. Il titolo Io non mi salverò racchiude così una domanda universale: possiamo chiamare “salvezza” una condizione raggiunta voltando le spalle agli altri?