Quando la politica dimentica che ogni scelta è anche un atto educativo
A terra c'era una pistola. Bastava raccoglierla. Bastava premere un grilletto. Nessuno, probabilmente, avrebbe condannato quella ragazza di tredici anni appena uscita da Auschwitz. Dopo tutto ciò che aveva visto, dopo tutto ciò che aveva subito, dopo avere perso quasi tutta la sua famiglia, chi avrebbe potuto dirle che non ne aveva il diritto?
Eppure Liliana Segre quella pistola non la raccolse. Anni dopo raccontò quel momento come uno dei più importanti della sua esistenza: comprese che non avrebbe mai voluto diventare come coloro che avevano tentato di annientarla. Non perché avesse dimenticato, né perché avesse perdonato, ma perché il male ottiene la sua vittoria più grande quando riesce a trasformare le sue vittime nella sua immagine.
È una lezione enorme. Liliana Segre ci ha insegnato che la vera vittoria sul male non consiste nel distruggere chi ce lo ha inflitto. Consiste nel non permettergli di cambiare ciò che siamo. È questa, forse, la più alta forma di civiltà: conservare la propria umanità proprio quando avremmo la possibilità di perderla.
Ogni atto educativo consiste nel costruire, giorno dopo giorno, quel piccolo spazio di libertà che separa l'impulso dalla scelta. È in quello spazio che nasce la coscienza morale. Non nasce quando tutto è facile. Nasce quando potremmo fare del male e scegliamo deliberatamente di non farlo.
Ogni società, prima o poi, si trova davanti alla stessa pistola. Non sempre è un'arma: a volte è un'occasione di vendetta, la possibilità di restituire la sofferenza ricevuta o la tentazione di convincerci che, in fondo, esistano circostanze nelle quali uccidere non sia più un fallimento dell'umanità, ma una forma di giustizia.
È proprio qui che nasce la mia inquietudine davanti al dibattito sulla richiesta di grazia per Mario Roggero. Nessuno può ignorare il terrore di una rapina né la paura per la propria famiglia. Ma proprio perché comprendiamo quella paura, dobbiamo domandarci dove finisca la difesa e dove inizi la vendetta. La legittima difesa serve a salvare una vita. Punire spetta allo Stato.
Secondo quanto accertato dai giudici, nel caso Roggero il pericolo era cessato quando iniziò l'inseguimento. È questo il punto che mi porta a essere profondamente contraria alla concessione della grazia. Non mi domando se i rapinatori meritassero comprensione: avrebbero dovuto rispondere dei loro reati davanti alla giustizia. Mi domando se possiamo permetterci di smarrire il confine che separa la giustizia dalla vendetta.
C'è però una domanda che, da pedagogista prima ancora che da cittadina, non riesco a smettere di pormi. Che cosa insegniamo quando applaudiamo un gesto di vendetta? Che cosa imparano i ragazzi che assistono a questo dibattito pubblico? Ogni scelta politica è anche una scelta educativa. Ogni messaggio proveniente dalle istituzioni contribuisce a costruire la coscienza civile delle nuove generazioni.
È esattamente questo che Liliana Segre ci ha mostrato lasciando quella pistola a terra. Ed è quell'atto educativo che, come educatori, genitori, insegnanti e rappresentanti delle istituzioni, abbiamo il dovere di custodire.
La grazia è uno degli atti più alti che una Repubblica possa concedere. Proprio per questo dovrebbe rafforzare il senso della giustizia e non trasmettere il messaggio che la vendetta possa diventare moralmente accettabile. Lo Stato educa anche attraverso i simboli. E la grazia è uno di quei simboli.
Per questo resto profondamente contraria alla sua concessione in questo caso. Non per assenza di compassione, ma perché credo che la politica abbia anche il dovere di educare. La forza della democrazia non consiste nell'assecondare la rabbia, ma nel trasformarla in responsabilità.
Educare significa lasciare la pistola a terra.
Dott.ssa Tiziana Cristofari
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