sabato 29 agosto 2026

Roma brucia, l’Italia brucia: perché la politica continua a intervenire soltanto quando l’emergenza è già scoppiata?


LETTERA APERTA

Al Sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri

Al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca
Al Governo e alle forze politiche nazionali
Agli organi di informazione

Scrivo dopo avere assistito, nel quartiere della Magliana, a Roma, a un incendio di vastissime proporzioni sviluppatosi praticamente dall’altra parte della strada rispetto alla mia abitazione.

Le fiamme hanno lambito una stazione dei Carabinieri e si sono pericolosamente avvicinate a un distributore di carburante. Dalla finestra di casa ho guardato avanzare il fuoco con la paura concreta che potesse raggiungere quell’impianto, coinvolgere gli edifici circostanti e mettere in gravissimo pericolo la popolazione dell’intero quartiere.

Non si è trattato soltanto di un incendio impressionante, ma di una situazione che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche.

Quello avvenuto alla Magliana, tuttavia, non è un episodio isolato e non rappresenta soltanto un problema di Roma Capitale. Gli incendi stanno diventando un’emergenza ricorrente su scala nazionale. Ogni estate vediamo bruciare periferie urbane, campagne, boschi, riserve naturali e territori vicinissimi alle abitazioni. Ogni estate assistiamo alle stesse immagini, alle stesse evacuazioni e agli stessi interventi disperati. E ogni estate il problema viene affrontato come se fosse improvviso, eccezionale e imprevedibile.

Ma questi incendi non sono più imprevedibili.

Sappiamo che le temperature sono sempre più elevate, che i periodi di siccità diventano più lunghi e che intere aree verdi, già all’inizio dell’estate, si trasformano in distese di erba, sterpaglie e canneti completamente secchi. Sappiamo che questa vegetazione costituisce un formidabile veicolo di propagazione delle fiamme. Sappiamo quali sono le zone più esposte e conosciamo i rischi rappresentati dalla vicinanza di abitazioni, strade, distributori di carburante, strutture pubbliche e infrastrutture essenziali.

Eppure la prevenzione continua ad apparire insufficiente, discontinua e frammentaria, se non completamente assente.

Non intendo sostenere che la pulizia della vegetazione possa impedire ogni incendio, né attribuire automaticamente tutti gli incendi alla cattiva manutenzione del territorio. Le cause possono essere diverse e devono essere accertate dalle autorità competenti. È però innegabile che sterpaglie, erba alta e canneti completamente secchi facilitino la propagazione del fuoco, aumentino la velocità delle fiamme e rendano enormemente più difficile e pericoloso il lavoro di chi deve spegnerle: il quartiere Magliana ne è pieno.

La domanda che rivolgo alla politica, non soltanto capitolina ma regionale e nazionale, è dunque molto semplice: perché continuiamo a investire prevalentemente nella gestione dell’emergenza, quando sarebbe necessario investire molto di più nella prevenzione?

Quando un incendio è già divampato, occorre mobilitare Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Forze dell’ordine, personale sanitario, mezzi terrestri e spesso anche mezzi aerei. Si spendono ingenti risorse pubbliche e, soprattutto, si espongono lavoratori e cittadini a rischi altissimi.

Perché non destinare una parte maggiore di queste risorse a una sistematica attività preventiva da svolgere durante la primavera, prima che il caldo e la siccità trasformino la vegetazione in combustibile?

Servono una mappatura nazionale e locale delle aree maggiormente esposte, una manutenzione programmata dei terreni, la rimozione controllata della vegetazione secca, la gestione dei canneti, la realizzazione di fasce di sicurezza e controlli effettivi sia sulle aree pubbliche sia su quelle private. Servono responsabilità chiaramente individuate, scadenze precise e informazioni accessibili ai cittadini sugli interventi programmati e realmente effettuati.

Non è più sufficiente affidarsi a ordinanze stagionali, raccomandazioni generiche o interventi occasionali. La prevenzione deve diventare una politica pubblica strutturale, coordinata e verificabile in tutto il Paese.

Esiste, inoltre, una conseguenza degli incendi di cui si parla ancora troppo poco: l’inquinamento dell’aria.

Ogni incendio libera fumo, polveri sottili e sostanze nocive, distrugge vegetazione e habitat e aggrava ulteriormente la qualità dell’aria che respiriamo. Le conseguenze ricadono su tutta la popolazione, ma soprattutto su bambini, anziani e persone affette da patologie respiratorie o cardiovascolari.

Durante tutta l’estate, nelle giornate già rese difficilmente sopportabili da temperature prossime ai quaranta gradi, molti cittadini romani sono stati costretti ripetutamente a chiudere porte e finestre per non far entrare in casa il fumo e l’odore acre degli incendi.

Non tutte le famiglie possono acquistare un condizionatore e non tutte possono permettersi di mantenerlo acceso per molte ore, soprattutto a causa dell’elevato costo dell’energia. Per chi vive in abitazioni molto calde, talvolta piccole, sovraffollate o prive di adeguati sistemi di raffrescamento, chiudere le finestre significa trovarsi costretto a scegliere tra respirare un’aria contaminata e sopportare temperature insostenibili all’interno della propria casa.

Anche questa è una forma grave di disuguaglianza sociale. Gli effetti della crisi climatica e dell’inquinamento non colpiscono tutti allo stesso modo: chi dispone di maggiori risorse economiche può proteggersi meglio, raffrescare la propria abitazione o, in alcuni casi, allontanarsi temporaneamente dalle zone interessate. Chi vive in condizioni economiche più fragili rimane invece maggiormente esposto al caldo, al fumo, all’inquinamento e ai rischi per la salute.

Sono spesso proprio le periferie, già penalizzate dalla carenza di servizi, dalla manutenzione insufficiente e dalla presenza di aree abbandonate, a sopportare le conseguenze più pesanti del degrado ambientale. La crisi climatica, pertanto, non è soltanto una questione ecologica: è anche una questione sociale, economica e politica. Se la possibilità di respirare aria pulita, vivere in un ambiente sicuro e difendersi dal caldo dipende dal reddito, allora anche il diritto alla salute finisce per trasformarsi in un privilegio.

Accanto agli interventi materiali è necessario costruire una vera educazione ambientale e civile. Un’educazione che cominci dalla scuola e aiuti bambini e ragazzi a comprendere il valore del territorio, le conseguenze dei comportamenti individuali e il legame profondo tra tutela dell’ambiente, salute, solidarietà e giustizia sociale.

Ma l’educazione non può essere utilizzata per trasferire ancora una volta tutta la responsabilità sui singoli cittadini. Non si può chiedere ai bambini di rispettare la natura, di non sprecare le risorse e di prendersi cura dei beni comuni se poi le istituzioni lasciano per mesi intere aree coperte di sterpaglie e canneti secchi. L’educazione diventa credibile soltanto quando gli adulti e la politica offrono, attraverso le proprie scelte, un esempio coerente.

Educare significa insegnare a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, ad avere cura degli altri e a non aspettare che un danno si produca prima di intervenire. È esattamente ciò che dovrebbe fare anche la politica. Una società educante non si limita a chiedere comportamenti responsabili ai cittadini: costruisce condizioni collettive nelle quali quella responsabilità possa essere realmente esercitata e condivisa.

In un mondo già attraversato da guerre, distruzione, riarmo, sfruttamento incontrollato delle risorse e crescente degrado ambientale, assistere anche all’incendio sistematico dei nostri territori è diventato insopportabile. Non possiamo continuare a distruggere l’ambiente e poi comportarci come se la salute umana, la giustizia sociale, la sicurezza, l’educazione e la tutela della natura fossero problemi separati.

Sono aspetti della stessa emergenza e richiedono una visione politica complessiva.

La politica non può limitarsi ad amministrare le conseguenze di fenomeni ormai conosciuti. Governare significa prevedere, programmare e prevenire. Significa decidere che la tutela della vita, dell’ambiente e della salute pubblica viene prima dell’emergenza, prima della propaganda e prima della ricerca di responsabilità soltanto quando il danno è già avvenuto.

Chiedo quindi alle amministrazioni locali, alle Regioni e al Governo:

  • quali risorse vengano destinate ogni anno alla prevenzione degli incendi e quali somme vengano invece spese per affrontarli una volta divampati;
  • se esista una mappatura aggiornata e coordinata delle zone maggiormente esposte, comprese quelle vicine ai centri abitati e alle infrastrutture sensibili;
  • chi sia responsabile della manutenzione preventiva delle singole aree e quali controlli vengano effettivamente svolti;
  • quali interventi siano stati programmati ed eseguiti prima dell’estate e con quali risultati;
  • quale strategia nazionale si intenda adottare per ridurre l’impatto degli incendi sulla qualità dell’aria, sulla salute pubblica e sugli ecosistemi;
  • quali progetti di educazione ambientale e civile si intendano promuovere nelle scuole e nei territori, affiancandoli a interventi pubblici concreti e coerenti;
  • quali misure saranno predisposte già dalla prossima primavera, affinché la prevenzione non inizi nuovamente quando le fiamme sono ormai arrivate alle abitazioni.

Non si pretende che ogni incendio possa essere evitato. Si pretende, però, che venga fatto tutto ciò che è concretamente possibile per ridurne la probabilità, ostacolarne la propagazione e proteggere la popolazione.

La sicurezza dei cittadini non può dipendere ogni volta dalla direzione del vento, dalla velocità delle fiamme o dal coraggio dei Vigili del Fuoco. A loro, alla Protezione Civile, alle Forze dell’ordine, al personale sanitario e a tutte le persone impegnate nelle operazioni di soccorso va la nostra più profonda gratitudine. Sono donne e uomini che intervengono quando il pericolo è ormai reale, lavorando in condizioni difficilissime ed esponendo anche la propria vita per proteggere quella degli altri.

Proprio per rispetto del loro lavoro e del loro coraggio, non possiamo continuare a considerarli l’unica risposta possibile. Il loro intervento non deve essere chiamato ogni volta a compensare le carenze di una prevenzione politica e amministrativa che avrebbe dovuto precedere l’emergenza. Ringraziarli davvero significa anche evitare, per quanto possibile, di mandarli a rischiare la vita su incendi che una migliore gestione del territorio avrebbe potuto rendere meno estesi e meno pericolosi.

È arrivato il momento di smettere di considerare gli incendi estivi come una fatalità.

Se ogni anno sappiamo che il caldo arriverà, che la vegetazione diventerà secca e che molte aree saranno esposte alle fiamme, allora non intervenire in tempo non significa essere stati colti di sorpresa. Significa avere scelto di arrivare ancora una volta impreparati.

Dott.ssa Tiziana Cristofari

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