Ci sono momenti in cui mi domando che cosa stiamo chiedendo davvero alla scuola: di far crescere persone capaci di pensare oppure di produrre quaderni che si possano mettere uno accanto all’altro senza vedere differenze.
Perché troppo spesso sembra che la qualità dell’insegnamento si misuri così: pagine ordinate, attività identiche, stessi tempi, stessi risultati. Tutto deve apparire preciso, uniforme, confrontabile. E pazienza se, dietro quelle pagine, ci sono bambini profondamente diversi.
Diversi nel modo di capire, nei tempi di apprendimento, nella sicurezza con cui affrontano una difficoltà. Diversi nelle domande, nelle fragilità, nelle possibilità di esprimersi.
Ma queste differenze, invece di orientare il lavoro dell’insegnante, sembrano diventare un ostacolo all’ordine che si vuole mostrare.
Perfino l’errore disturba. Il pasticcio disturba. Una cancellatura, una parola riscritta, una pagina che conserva le tracce di un tentativo sembrano compromettere il valore del lavoro.
Eppure un quaderno è anche questo: il luogo in cui un bambino prova, sbaglia, torna indietro, comprende e riprova. Se pretendiamo che mostri soltanto ciò che è riuscito bene, rischiamo di cancellare proprio il percorso che dovrebbe raccontare.
L’errore non è una macchia da nascondere. È qualcosa da capire, su cui lavorare, da cui imparare.
Naturalmente insegnare a scrivere con cura ha un valore. Ma quella cura deve aiutare il bambino a lavorare meglio, non trasformarsi nell’obbligo di esibire una perfezione che non corrisponde a ciò che sa fare da solo.
La stessa richiesta di uniformità raggiunge gli insegnanti. Stessi metodi, stesse attività, stesse pagine. Le differenze di esperienza, sensibilità e competenza devono attenuarsi fino a non essere più visibili.
La motivazione è spesso questa: i genitori fanno confronti.
Ma è possibile che la risposta educativa ai confronti degli adulti debba essere la rinuncia a riconoscere le differenze dei bambini? Possibile che, per evitare di spiegare perché due classi lavorano diversamente, si debba chiedere a chi insegna di fare esattamente le stesse cose?
Collaborare, confrontarsi e condividere obiettivi è necessario. Ma condividere un obiettivo richiede anche di discutere quali strade permettano ai bambini di raggiungerlo. Una strada può funzionare per qualcuno e lasciare indietro qualcun altro.
Se un bambino ha bisogno di più tempo, quel tempo deve trovare spazio nella didattica. Non può diventare un inconveniente da ignorare perché il resto della classe deve riempire la pagina successiva.
Altrimenti tutti eseguono la stessa consegna, ma non tutti stanno imparando. E il bambino che fatica può ritrovarsi solo, dentro una classe che procede ordinatamente.
A rendere tutto ancora più frustrante è la contraddittorietà delle richieste. Bisogna fare dettati, ma si può anche non farli. Bisogna far copiare, ma il copiato può anche non servire. Un’attività viene richiesta, poi relativizzata, poi usata come termine di confronto.
Diventa difficile trovare un criterio educativo stabile. Resta, invece, la pressione a rendere il lavoro abbastanza simile a quello degli altri da non suscitare domande.
Io vorrei che quelle domande si facessero.
Che cosa ha capito questo bambino? Dove incontra difficoltà? Che cosa riesce a fare autonomamente? Quale proposta può aiutarlo a compiere un passo avanti?
Sono queste le domande che danno senso alle scelte di un insegnante. Sono queste che rendono necessarie l’osservazione, la relazione, la fiducia e la possibilità di adattare il lavoro a tutti e a ciascuno.
Una didattica fondata sulla relazione richiede attenzione e rigore: bisogna conoscere i bambini, verificare ciò che apprendono, riconoscere quando una spiegazione non basta e assumersi la responsabilità di cambiare strada.
Dopo venticinque anni di insegnamento, ho sempre pensato che l’esperienza fosse un valore da mettere a disposizione. Oggi mi sento profondamente frustrata quando quella stessa esperienza sembra contare meno della disponibilità a uniformarmi. Quando il lavoro viene giudicato soprattutto per ciò che mostra sulla pagina e troppo poco per ciò che costruisce nei bambini.
Non chiedo che il mio lavoro sia sottratto al confronto. Chiedo un confronto che entri nel merito delle scelte, dei bisogni e degli apprendimenti. Che riconosca il valore di una differenza quando quella differenza ha una ragione educativa.
Possiamo pretendere quaderni tutti uguali. Ma dovremmo domandarci quanti bambini diventano invisibili mentre cerchiamo di ottenerli.
Dott.ssa Tiziana Cristofari
