lunedì 12 ottobre 2026

Chi può giudicare la fede di un’altra persona?



Mi giunge voce che qualcuno si senta autorizzato a parlare delle mie convinzioni religiose, fino ad affermare che io non sia credente. Mi domando su quali elementi possa fondarsi una simile certezza. Quanto bisogna conoscere una persona per pretendere di pronunciarsi sulla sua coscienza?

La fede appartiene alla dimensione più intima e personale dell’essere umano. Riguarda la coscienza, il rapporto con Dio, le domande, i dubbi e le speranze che ciascuno custodisce dentro di sé. Può essere condivisa, espressa e testimoniata, ma questa condivisione non dà a nessuno il diritto di impadronirsene o di emettere sentenze sulla vita interiore altrui.

Nessuno può arrogarsi il potere di stabilire dall’esterno che cosa una persona creda, quanto creda o se la sua fede sia autentica. Nessuno conosce fino in fondo il cammino spirituale di un altro, le sue preghiere silenziose, le sue fatiche, il significato delle sue scelte. La mia coscienza non è a disposizione del giudizio del quartiere. Il mio rapporto con Dio non può essere definito dalle voci meschine che altri fanno circolare.

Per questo respingo chi pretende di attribuirmi un’identità religiosa sulla base delle proprie supposizioni. Non devo esibire la mia interiorità per ottenere un certificato di credibilità, né rendere conto del mio cammino spirituale a chi si ritiene autorizzato a giudicarlo.

Posso invece parlare dei valori che cerco di tradurre in gesti: il rispetto della dignità umana, la solidarietà, la pace, l’accoglienza delle differenze, la cura di chi è fragile. Sono valori profondamente consonanti con il Vangelo. E allora mi domando: con quale autorità si può negare la fede di una persona, senza conoscerne la coscienza e senza interrogarsi sul significato di ciò che vive e testimonia?

Non offrirò una dichiarazione di fede per soddisfare la curiosità altrui. Il rapporto con Dio, con il dubbio, con la ricerca di un senso appartiene a una dimensione intima, che merita rispetto. E lo stesso rispetto è dovuto a chi crede e a chi non crede.

Posso però dire, con assoluta chiarezza, quali valori guidano il mio modo di vivere e soprattutto di insegnare.

Credo nella dignità di ogni essere umano adulto o bambino che sia. Nella necessità di proteggere chi è più fragile o con più difficoltà scolastiche. Nella solidarietà che diventa un gesto concreto, un aiuto, una responsabilità, anche e soprattutto nel mio lavoro. Credo nella pace e nel dovere di costruirla anche nelle parole che scegliamo ogni giorno.

Credo che nessun bambino debba essere umiliato (come spesso ho visto fare a scuola), che nessuna persona debba essere esclusa per la sua provenienza, le sue condizioni economiche, le sue idee o le sue differenze, soprattutto le sue differenze. Perché fortunatamente siamo tutti diversi.

Nel mio lavoro cerco di dare ai bambini ascolto, strumenti per pensare e fiducia e stima nel proprio valore. Mi indignano l’ingiustizia, le umiliazioni, l’indifferenza e l’abuso di potere. Difendo la libertà di coscienza, di espressione, di essere, anche quando si esprime attraverso domande scomode, ma soprattutto attraverso il mio lavoro come docente.

Cerco di assumermi la responsabilità delle mie parole e di riconoscere i miei errori. Non sempre ci riesco come vorrei: conosco la rabbia, la stanchezza, i limiti. Ma continuo a interrogarmi e a cercare di fare meglio.

Sono valori pienamente coerenti con il messaggio del Vangelo e con ciò che ci si aspetta da un buon credente cattolico: amore per il prossimo, misericordia, giustizia, cura dei piccoli, vicinanza a chi soffre, impegno per la pace.

In questi valori mi riconosco profondamente. È su questo terreno che accetto di essere conosciuta e, se necessario, criticata: sulle mie scelte, sulle mie parole e sul modo in cui tratto le persone.

Il Vangelo invita a riconoscere le persone dai loro frutti. È un invito esigente, che riguarda anche me. Chiede di guardare come trattiamo gli altri, quale spazio diamo alla loro fragilità, quanto siamo capaci di ascoltare prima di giudicare.

Per questo respingo la pretesa di definire la mia coscienza attraverso voci e supposizioni. Chi parla di me con tanta sicurezza conosce davvero ciò che penso, ciò che cerco, ciò che porto dentro? Ha mai provato a chiedermelo, con rispetto?

La fede di una persona non può dipendere dalla certificazione di chi la osserva da lontano, né essere concessa o negata attraverso il passaparola, la diffamazione e l’ignoranza.

Non rivendico una patente di perfezione. Rivendico il diritto a essere raccontata con onestà.

E a chi vuole interrogarsi sulla mia vicinanza ai valori cristiani lascio una domanda: che cosa c’è di estraneo al Vangelo nel difendere i più deboli, educare al rispetto, cercare la giustizia e rifiutare l’umiliazione di un’altra persona?

Dott.ssa Tiziana Cristofari