Sempre più spesso ho l’impressione che le chat dei genitori prendano il posto del rapporto diretto tra famiglia e insegnanti. Uno spazio nato per scambiarsi informazioni diventa il luogo in cui riversare frustrazioni, esprimere risentimenti e denigrare il lavoro di un docente. Dietro uno schermo ci si sente protetti; intanto, la persona di cui si parla resta fuori dalla conversazione, senza poter spiegare, chiarire o rispondere.
È proprio questa assenza a rendere il meccanismo tanto insidioso. Si discute dell’insegnante, si interpretano le sue parole, si giudicano le sue intenzioni. Il confronto con lei viene rimandato o evitato, mentre il giudizio circola e si rafforza. Alla fine può accadere che una ricostruzione parziale diventi, per il gruppo, la versione indiscutibile dei fatti.
La psicologia offre una chiave di lettura: John Suler ha descritto l’effetto di disinibizione online, cioè la tendenza di alcune persone a esprimersi in rete con un’intensità che non avrebbero nel rapporto faccia a faccia. Tra i fattori individuati ci sono l’invisibilità e la possibilità di comunicare in tempi differenti. Nelle chat dei genitori spesso ci si conosce, ma manca comunque la presenza immediata della persona bersaglio delle critiche. Applicare questa chiave alle chat scolastiche aiuta a interrogarsi su quanto lo schermo possa facilitare parole che, davanti all’insegnante, richiederebbero maggiore responsabilità. [1]
A questo si aggiunge il consenso per amicizia. Si crede a ciò che viene scritto perché lo scrive una persona con cui si ha un legame, perché si vuole restare dalla sua parte, perché contraddirla potrebbe incrinare un rapporto. La domanda «È accaduto davvero così?» lascia spazio all’adesione al gruppo. Mettere in discussione un’affermazione diventa quasi un gesto di slealtà.
Eppure proprio lì servirebbe il pensiero critico che chiediamo ai bambini: distinguere un fatto da un’interpretazione, cercare il contesto, ascoltare anche un’altra voce. Quando gli adulti rinunciano a farlo, offrono ai figli un esempio di conformismo.
LE PAROLE DEGLI ADULTI ENTRANO IN CLASSE
Le famiglie dovrebbero chiedersi chi paga il prezzo di questo clima. L’insegnante ne subisce certamente le conseguenze, ma il risentimento degli adulti può arrivare anche ai bambini.
I figli ascoltano conversazioni, colgono giudizi, percepiscono toni. Non occorre mostrare loro una chat: possono bastare una battuta a tavola, un commento sprezzante, una frase ripetuta davanti a loro. Se l’insegnante viene descritta come incapace, ingiusta o ostile, il bambino può trovarsi diviso tra l’affetto e la fiducia verso i genitori e la relazione che sta costruendo a scuola.
Come può affidarsi serenamente a una persona che a casa viene continuamente screditata? Come può accettarne una correzione, comprenderne una richiesta, riconoscerne il ruolo educativo?
Rabbia e risentimento possono così insinuarsi nella sua esperienza scolastica. Una difficoltà rischia di essere letta come un torto; un richiamo come un’aggressione. Il bambino arriva in classe con un conflitto che appartiene agli adulti e che, per età e maturità, può non avere gli strumenti per comprendere.
Anche l’apprendimento può risentirne: diventano più difficili l’ascolto, la partecipazione, la disponibilità a provare e a sbagliare. È una preoccupazione educativa, non un automatismo valido per ogni bambino. La ricerca sul coinvolgimento delle famiglie, però, conferma quanto contino i legami tra casa e scuola: una meta-analisi di 46 studi ha rilevato un’associazione positiva tra coinvolgimento dei genitori e risultati di apprendimento, richiamando il valore di relazioni rispettose e di una collaborazione autentica. Lo studio non misura gli effetti delle chat denigratorie, ma offre un riferimento per comprendere l’importanza di quella relazione. [2]
GENITORI E INSEGNANTI HANNO RUOLI DIFFERENTI
Un altro equivoco riguarda il rapporto educativo. Spesso ci si aspetta che l’insegnante si comporti con ciascun alunno come farebbe il suo genitore. Si sovrappongono così ruoli che hanno responsabilità e condizioni diverse.
Il genitore conosce il figlio nella sua storia personale e familiare. L’insegnante lavora con un gruppo, deve garantire attenzione a tutti, accompagnare apprendimenti differenti, proporre regole comuni e aiutare ciascuno a riconoscere anche i bisogni degli altri. La responsabilità educativa comprende la capacità di sostenere una fatica, accettare una correzione e affrontare una richiesta che non coincide con il proprio desiderio.
Una frase riportata da un figlio merita ascolto. Merita anche di essere compresa nel contesto in cui è stata pronunciata. Il suo racconto esprime ciò che ha vissuto e sentito; per ricostruire un episodio occorre però poter ascoltare anche chi era presente.
Le famiglie hanno pieno diritto di chiedere spiegazioni e contestare comportamenti inappropriati. Proprio per questo servono domande precise, responsabilità e interlocutori capaci di rispondere. La sequenza di allusioni, sarcasmi e insulti mascherati che può formarsi in una chat produce invece una condanna senza confronto e lascia irrisolto il problema.
L’EDUCAZIONE DIGITALE COMINCIA DAGLI ADULTI
Parliamo continuamente dell’uso sbagliato dei social da parte di bambini e preadolescenti. Chiediamo loro di evitare gli insulti, rispettare gli altri, verificare le informazioni. Ma quale credibilità hanno queste richieste quando i genitori usano le chat per screditare una persona e cercare alleati contro di lei?
L’educazione digitale comincia in famiglia. La scuola ha una responsabilità importante, ma le parole dell’insegnante devono fare i conti con l’esempio quotidiano degli adulti. Se a casa il dissenso viene gestito attraverso la denigrazione, diventa più difficile per un bambino imparare a dialogare con un compagno o con un docente.
Si educa anche attraverso il modo in cui si parla di una persona assente. Si insegna qualcosa quando si inoltra un’accusa senza verificarla, quando si ride di un’offesa, quando si tace per convenienza. Ogni comportamento propone un modo di stare con gli altri.
LA FORZA DEL GRUPPO E LA LIBERTÀ DI EDUCARE
Mi preoccupa inoltre il potere che alcune famiglie possono esercitare sulla scuola, soprattutto nelle realtà private, dove il rapporto economico può diventare una pressione sulle decisioni educative. Quando il pagamento della retta viene vissuto come titolo per imporre metodi, giudizi o trattamenti di favore, l’autonomia del docente si indebolisce.
L’insegnante rischia di pesare ogni parola sulla possibile reazione di una chat. E una scuola che organizza il proprio lavoro intorno al timore di scontentare le famiglie più influenti rende più fragile il proprio compito educativo, ma soprattutto lo rende inefficace.
È qui che intravedo il rischio di una dittatura del più forte: una modalità di relazione nella quale prevale chi dispone di più pressione, più alleanze, più potere. È una formula forte, con cui intendo descrivere la riduzione dello spazio concesso all’altro (all'insegnante) per esprimersi ed essere ascoltato.
In questo clima si ostacolano il pensiero divergente e la tolleranza della diversità. I bambini hanno bisogno di incontrare idee, persone e richieste che li aiutino ad andare oltre ciò che già conoscono. Se ogni differenza viene vissuta dagli adulti come un’offesa da eliminare, quale libertà di pensiero stiamo insegnando?
UN CLIMA CHE RIGUARDA ANCHE LA POLITICA
Per me questa difficoltà ad accettare il confronto si lega anche al clima politico. Ritengo che l’attuale governo contribuisca ad alimentare una cultura in cui il dissenso viene troppo spesso trattato come un problema da contenere.
Penso, per esempio, al decreto-legge sulla sicurezza del 2025, convertito nella legge n. 80: l’articolo 14 ha trasformato in reato il blocco della circolazione stradale con il proprio corpo, estendendo la disposizione a quella ferroviaria e prevedendo la reclusione da sei mesi a due anni quando il fatto è commesso da più persone riunite. Il diritto di manifestare resta riconosciuto, ma considero questa scelta un irrigidimento che può scoraggiare determinate forme di protesta e restringere lo spazio concretamente praticabile del dissenso. [3]
Penso anche alle forzature sulla riforma elettorale: il 5 ottobre 2026 il Governo ha posto la fiducia sugli articoli 1, 2 e 3 del testo all’esame della Camera. [4] Nel provvedimento modificato dal Senato figurano inoltre maggiori oneri di raccolta delle firme per i partiti non presenti in Parlamento. [5] Leggo queste scelte come un rischio per il pluralismo e come un modo di rendere più difficile l’ingresso di altre voci nella rappresentanza politica.
La mia critica riguarda una direzione: quando chi ha potere comprime il confronto e alza gli ostacoli alla partecipazione, rafforza una cultura della prevaricazione. Non attribuisco ogni conflitto scolastico a una legge o a un governo; vedo però un legame tra il modo in cui il dissenso viene trattato nella vita pubblica e quello che siamo disposti a tollerare nelle relazioni quotidiane.
TORNARE ALLA RESPONSABILITÀ DELLE PAROLE
Le chat possono diventare un modo meschino di seminare ostilità sottobanco, costruendo un capro espiatorio attorno a una persona che si conosce soltanto attraverso racconti e giudizi. Gli insegnanti possono trovarsi in questa posizione: esposti alla condanna di un gruppo e privati della possibilità di partecipare alla discussione che li riguarda.
Difendere il confronto significa anche rendere possibile una critica seria, capace di ottenere chiarimenti e cambiamenti. Significa assumersi la responsabilità delle proprie parole e riconoscere che l’altro ha una voce e anche un volto.
Prima di scrivere il prossimo messaggio contro un’insegnante, dovremmo fermarci e pensare al bambino che il giorno dopo entrerà nella sua classe. Alla fiducia di cui ha bisogno, alla serenità con cui dovrebbe poter imparare, alla libertà di costruire una relazione senza ereditare il rancore degli adulti.
È anche da questo che dipende la scuola che lasciamo ai nostri figli.
Dott.ssa Tiziana Cristofari
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FONTI E RIFERIMENTI
[1] John Suler, “The online disinhibition effect”, Cyberpsychology & Behavior, 2004, 7(3), pp. 321–326.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15257832/
[2] Xin Ma e altri, “A Meta-Analysis of the Relationship Between Learning Outcomes and Parental Involvement During Early Childhood Education and Early Elementary Education”, Educational Psychology Review, 2016, 28, pp. 771–801.
https://doi.org/10.1007/s10648-015-9351-1
[3] Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, convertito nella legge 9 giugno 2025, n. 80, articolo 14. Testo coordinato in Gazzetta Ufficiale.
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/06/09/25A03312/sg
[4] Camera dei deputati, “Legge elettorale, Governo pone la fiducia su articoli 1, 2 e 3”, seduta del 5 ottobre 2026.
https://comunicazione.camera.it/archivio-prima-pagina/19-62821
[5] Rai News, “Ok dal Senato alla nuova legge elettorale con 113 sì”, 15 settembre 2026.
https://www.rainews.it/maratona/2026/09/legge-elettorale-senato-camera-opposizione-maggioranza-elezioni-coalizioni-costituzionalita-2a1018f4-0cc2-468e-a8fa-b681fc6dc1fe.html
