Qualche giorno fa mi è stato detto che i miei bambini fanno poco. Che nei loro quaderni c’è poco.
Per mostrarmelo, mi sono stati presentati i quaderni di altre classi, anche di anni diversi: pagine scritte, decine di fotocopie incollate, disegni, parole, regole. Quaderni pieni.
Nei nostri ci sono frasi costruite dai bambini, pensieri, risposte a domande, tentativi di raccontare e riassumere anche con le immagini, ciò che si è letto. Ci sono attività che richiedono tempo. Perché leggere un racconto, comprenderlo e trovare le parole per restituirne il significato è un lavoro. Anche quando occupa soltanto mezza pagina.
Un bambino può impiegare molto tempo per scrivere poche righe sue. Può riempire una pagina più velocemente copiando parole già pensate da qualcun altro. Se guardiamo soltanto quanto spazio è stato occupato, che cosa stiamo misurando?
Dopo appena tre settimane, mi sono sentita giudicata soprattutto attraverso questo criterio: quanto si vede sul quaderno.
E mi sono arrabbiata. Molto.
Mi sono chiesta che cosa ne facciamo di tutti i discorsi sui tempi dei bambini, sull’autonomia, sulla comprensione, sulla capacità di elaborare un pensiero, sulla diversità cognitiva di ciascuno. Che cosa ne facciamo degli studi, della preparazione, delle ore passate a interrogarci su come insegnare meglio, su come rispettare le singole capacità di apprendimento e come svilupparle, se poi il lavoro viene valutato contando le pagine del quaderno.
Una fotocopia può essere utile. Una regola scritta può servire. Anche copiare può avere uno scopo preciso. Ma quello scopo dovrebbe guidare la scelta dell’attività. Quando il criterio diventa riempire il quaderno perché le famiglie vedano che si è lavorato, io sento che qualcosa si è rovesciato.
Il quaderno dovrebbe documentare un percorso. Mi ritrovo invece a chiedermi se debba soprattutto rassicurare gli adulti.
Comprendo che una famiglia voglia sapere che cosa fa suo figlio a scuola. È una richiesta legittima. Proprio per questo vorrei poter mostrare anche il valore di una risposta elaborata autonomamente, di un errore discusso, di una frase riscritta dopo averci pensato. Vorrei che qualcuno guardasse quelle poche righe e si chiedesse: quanto ha capito questo bambino? Quanto aiuto gli è servito? Che cosa riesce a fare oggi che prima non riusciva a fare?
Sono domande più impegnative del semplice controllo delle pagine. Ma riguardano ciò per cui siamo a scuola.
La stessa sensazione l’ho provata davanti ai disegni sull’autunno realizzati dai bambini. Li avevo esposti separatamente, lasciando a ciascuno il proprio spazio. Mi è stata mostrata un’altra disposizione: tutti raccolti in un cartellone, con un maggiore impatto visivo.
Posso discutere una scelta di allestimento. Posso anche cambiarla. Ciò che mi mortifica è vedere che, nella valutazione del mio lavoro, torna ancora una volta in primo piano l’effetto che produce agli occhi degli adulti.
Come apparirà il muro. Come apparirà il quaderno. Come apparirà la classe.
E intanto io penso ai bambini che ho davanti, alle loro difficoltà nel comprendere un testo, al bisogno di fermarsi, di rileggere, di provare senza ricevere subito la risposta dall’insegnante, che spesso non aiuta, ma rallenta, impedisce l’apprendimento, la costruzione di una capacità autonoma di ragionare, di pensare.
Mi dispiace che tutto questo lascia tracce meno vistose, quasi colpevolizza…
Mi è stato detto anche che c’è stima nei miei confronti. Vorrei riuscire a sentirla dentro queste comparazioni, ma proprio non ci riesco. Per me la stima professionale dovrebbe comprendere lo spazio per spiegare una scelta didattica e la disponibilità a valutarne gli esiti dopo tempi congrui con le attività richieste. Per me la stima professionale è la qualità nel raggiungimento degli obiettivi di tutta la classe che si vedono a fine anno, non certo dopo tre settimane.
In questo modo, invece, mi è venuta voglia di adeguarmi.
Riempiremo più pagine. Scriveremo più regole. Faremo più copiature. Ci saranno più compiti, più cose da mostrare.
È il pensiero amaro che nasce quando ti senti continuamente messa in discussione senza la libertà di insegnamento sancita dall’Art. 33 della Costituzione: fare ciò che viene richiesto, prendere lo stipendio, arrivare alla fine dell’anno. Perché dello stipendio ho bisogno. Perché non sempre si ha la forza di difendere ogni scelta. Perché anche un’insegnante può esaurirsi. Mi spiace solo che tutto ciò non si capisca.
Ma mi fa male persino scriverlo. Mi fa male immaginare di togliere tempo alla comprensione per produrre una maggiore quantità di lavoro visibile. Mi fa male sentire che, per resistere, debba conformarmi e allontanarmi dal senso che ho dato all’insegnamento. Dovrei negare la mia identità di docente e pedagogista. Dovrei diventare altro…
Non considero inutile ciò che fanno tutte le altre insegnanti. Mi piacerebbe che anche il mio lavoro venisse guardato nel merito, nei risultati spesso unici, senza assumere che un quaderno più pieno dimostri automaticamente un apprendimento maggiore.
E mi domando quale spazio rimanga alla libertà di insegnamento quando ogni scelta deve piegarsi a un modello di presentazione, a una conformità nella didattica della scuola. Quanto possiamo continuare a parlare di attenzione al singolo bambino, se il tempo che gli occorre diventa una prova (errata) del fatto che nei quaderni “c’è poco”?
Non so quanto sia diffuso questo modo di intendere la scuola. So che oggi l’ho avvertito con forza, e che mi ha lasciata avvilita.
Mi è rimasto questo spazio di scrittura, al quale non rinuncerò per raccontare di una scuola che funziona a interesse precostituito. Qui posso dire che la frustrazione esiste, che essere mortificati nel proprio lavoro pesa, che una persona preparata può arrivare a chiedersi a che cosa sia servita tutta la sua preparazione.
Ma c’è una cosa a cui non mi sono ancora rassegnata: l’idea di avere, un giorno, una scuola mia.
Una scuola nella quale le scelte didattiche si possano discutere attraverso ciò che aiutano veramente i bambini a imparare. Dove le famiglie siano accompagnate a riconoscere anche i progressi meno appariscenti. Dove un insegnante possa dedicare tempo alle capacità di apprendimento, elaborazione e comprensione dei suoi studenti, senza dover giustificare ogni pagina rimasta bianca.
Una scuola con una finalità alta e concreta: dare a ogni bambino gli strumenti, il tempo e la fiducia per comprendere, esprimersi e soprattutto costruire un pensiero proprio.
Oggi sono stanca. Sono arrabbiata. Vado avanti anche perché devo.
Eppure quella scuola continuo a immaginarla. Forse è proprio questo che rende così doloroso adattarmi: sapere quanto potrebbe essere diverso, desiderarlo ancora, ma non sapere quando e se potrà mai essere realizzato.
Dott.ssa Tiziana Cristofari
