venerdì 30 ottobre 2026

La cura continua anche dopo una diagnosi

 Lettera aperta sull’esperienza di una paziente al San Camillo di Roma

A chi dirige e organizza i servizi sanitari, a chi vi lavora, a chi decide le priorità della spesa pubblica.


Scrivo per raccontare quello che ho vissuto tra la notte del 18 ottobre 2026, al pronto soccorso del San Camillo di Roma, e la visita otorinolaringoiatrica del giorno successivo. Racconto gli episodi come li ricordo, distinguendo ciò che ho osservato dalle impressioni e dalle domande che quell’esperienza mi ha lasciato.

Una sensazione attraversa ogni passaggio: mancava il tempo. Il tempo per ascoltare una domanda, spiegare una terapia, restare accanto dopo un trattamento. Per noi pazienti le ore di attesa sembravano non finire; il tempo da dedicarci, invece, sembrava già esaurito.

Vorrei che chi organizza e finanzia i servizi sanitari si fermasse proprio su questa contraddizione.

Voglio cominciare dalle tre persone dell’ambulanza che mi hanno soccorsa. Le ricordo con gratitudine: attente, disponibili, umane. In un momento di forte paura e solitudine mi hanno fatto sentire accompagnata. Anche questo è accaduto, ed è giusto scriverlo.

Ero stata colpita da vertigini intense, associate a nausea. Ero sola. Chi ha provato la sensazione che tutto ruoti conosce la paura di muoversi, di sdraiarsi, perfino di cambiare posizione. In quelle condizioni ogni spostamento richiede fiducia in chi ti aiuta.

Al pronto soccorso sono stata sistemata su una poltrona malridotta, che durante gli spostamenti procedeva a strappi. Per una persona con le vertigini, quegli scossoni aggiungevano disagio al disagio. Ho trascorso la notte seduta. Avevo paura anche di sdraiarmi, perché quella posizione poteva scatenare una nuova crisi.

Ricordo soprattutto il freddo e un lenzuolo leggero. Di coperte, mi è stato detto, non ce n’erano.

Una coperta, una seduta adeguata e uno spostamento attento sono bisogni elementari di una persona malata. Siamo a Roma, nel terzo millennio, in un ospedale nel quale esistono competenze importanti e lavorano professionisti di grande valore. Eppure, quella notte, ho conosciuto un’accoglienza materialmente povera, trascurata e umiliante.

Si può disporre di tecnologie avanzate e lasciare comunque una persona a patire il freddo. È questa superficialità verso i bisogni elementari che mi interroga: se un disagio non determina una nuova urgenza clinica, diventa qualcosa che il paziente può semplicemente sopportare? Chi si accorge della sua sofferenza prima che diventi un’emergenza?

Anche la riservatezza mi è sembrata precaria. Nella sala in cui venivano visitati e assistiti uomini e donne, alcuni pannelli avrebbero dovuto proteggere l’intimità dei pazienti. Dal posto in cui mi trovavo, però, quella separazione appariva insufficiente. Corpi, procedure e momenti di estrema vulnerabilità restavano esposti alla presenza degli altri.

Condividere uno spazio di cura richiede protezioni adeguate. Quando una persona deve essere spogliata, pulita o assistita nelle funzioni più intime, la sua dignità dipende anche da come quello spazio viene organizzato.

Durante quella notte ho assistito a un episodio che mi ha colpita profondamente. Un paziente anziano ha avuto importanti evacuazioni e, successivamente, un episodio di vomito nel quale ho visto quello che mi è parso sangue. Gli infermieri sono intervenuti prontamente per assisterlo, pulirlo e occuparsi di lui. Ricordo il loro movimento e il loro lavoro attorno a quella persona.

Dal mio punto di osservazione, in quel passaggio non ho visto il medico alzarsi dalla propria postazione e avvicinarsi al paziente prima di telefonare ai familiari. Ho sentito comunicare una situazione molto grave e invitarli a tornare in ospedale nel cuore della notte.

Quando le figlie sono arrivate, il padre era stato assistito e la situazione appariva migliorata. Ho poi udito parole che mi sono sembrate un ridimensionamento dell’allarme iniziale, accompagnate da scuse e da un riferimento alla forte preoccupazione suscitata dalle sue condizioni.

Non conoscevo la cartella di quell’uomo, i parametri, le informazioni già disponibili o le comunicazioni tra gli operatori. Non posso quindi stabilire se la valutazione iniziale fosse sbagliata: una situazione può essere grave e poi migliorare grazie all’assistenza. Posso però raccontare quanto mi abbia turbata assistere a tutto questo, ascoltare una telefonata tanto delicata e poi percepire un cambiamento così marcato nella comunicazione ai familiari.

Quell’episodio mi ha lasciato una domanda sulla cura della comunicazione: quale attenzione viene dedicata alle parole con cui si annuncia una possibile gravità? Come vengono spiegati ai familiari il rischio, l’incertezza e il successivo cambiamento delle condizioni? Anche queste parole hanno conseguenze, soprattutto quando raggiungono dei figli nel cuore della notte.

E quanto è fragile la riservatezza di un ambiente nel quale un’altra paziente, come me, può vedere e ascoltare passaggi tanto intimi della vita di uno sconosciuto?

Intorno a noi c’erano molti pazienti. Durante la notte vedevo un solo medico prendere le decisioni; non posso sapere quanti professionisti fossero complessivamente in servizio. Posso descrivere la sproporzione che percepivo tra le persone in attesa e chi doveva assisterle.

Sono stata sottoposta ad analisi del sangue e a una TAC: questi accertamenti ci sono stati e li riconosco. La visita e il colloquio, però, mi sono sembrati rapidi, con poco spazio per spiegare come stessi e porre domande. In alcuni momenti ho vissuto il tono delle risposte come infastidito, quasi che chiedere informazioni significasse intralciare il lavoro.

Tutto sembrava dover essere svolto in fretta, dentro una successione di urgenze e interruzioni. Avevo la sensazione che anche il mio racconto dovesse essere abbreviato. Un servizio può effettuare gli esami e lasciare comunque il paziente senza orientamento, perché manca il tempo per aiutarlo a capire.

Ricordo un’interruzione della mia visita per assistere un altro paziente. Non conoscevo la sua condizione clinica e non pretendo di giudicarne la priorità. Essere riportata fuori senza comprendere che cosa stesse accadendo, tuttavia, ha accresciuto la mia sensazione di essere lasciata in sospeso.

Per la nausea ricordo di essere stata richiamata nella stanza dopo avere sentito il medico ricordare all’infermiera la necessità della terapia. Anche i passaggi della mia assistenza mi arrivavano attraverso parole scambiate tra operatori, mentre cercavo di capire quale sarebbe stato il mio percorso.

Mi è stato poi spiegato che l’otorino non era disponibile per eseguire la manovra e che sarebbe stato chiamato per situazioni considerate più urgenti. Era domenica. Sono stata dimessa con un appuntamento specialistico per il lunedì.

L’appuntamento c’era. Rimaneva però la mia preoccupazione: come avrei affrontato il ritorno a casa, ancora sintomatica e da sola? Il trasporto in ospedale mi era stato motivato (dal medico di guardia e dagli operatori del 118) anche con la difficoltà di restare sola in quelle condizioni. Avevo bisogno di capire che cosa rendesse ora gestibile quel rientro e che cosa fare se fossi stata nuovamente male.

Quando ho espresso questa preoccupazione, al cambio turno, mi è stato risposto che sarei uscita con una terapia: il Vertiserc. Ho detto che questo cambiava, almeno in parte, la prospettiva. A quel punto ricordo la frase del medico della notte: «Non è che possiamo raccontarle tutto».

Quelle parole mi sono rimaste addosso. Volevo comprendere lo scopo del farmaco, quale sollievo aspettarmi e come comportarmi a casa. Ho contestato quella risposta, poi ho lasciato cadere la discussione per evitare uno scontro. La mia rinuncia a insistere non significava che avessi capito.

Ho percepito la fretta di arrivare alla dimissione e proseguire con il paziente successivo. Comprendo la necessità di liberare risorse in un pronto soccorso affollato. Ma organizzare un rientro sicuro, spiegare che cosa aspettarsi e ascoltare la paura di una persona sola richiede tempo. Dove viene previsto quel tempo? Chi lo garantisce?

Anche il completamento della dimissione ha richiesto un’attesa che ricordo di circa due ore. Alle difficoltà fisiche si aggiungeva la fatica di chiedere senza sentirmi di troppo.

Il giorno seguente mi sono presentata all’ambulatorio di otorinolaringoiatria. Alla richiesta di consegnare il foglio del pronto soccorso ho ricevuto una risposta che ho percepito come brusca e qui non vi era urgenza, né un pronto soccorso affollato.

Mi era stato assegnato il numero 2, che avevo compreso come ordine di accesso prioritario per chi proveniva dal pronto soccorso. Ricordo però che le chiamate erano arrivate al numero 8 mentre io aspettavo ancora. Quel numero riguardava l’accesso ambulatoriale, distinto dal codice di triage del giorno precedente.

Per due pazienti entrati prima di me, la spiegazione ricevuta per il mio rinvio era che non ci fossero lettini liberi sui quali eseguire la manovra. Quando un lettino si è liberato, ho sentito l’infermiera proporre di farmi entrare; il medico ha comunque proseguito con altri pazienti.

Non conoscevo le loro condizioni cliniche né tutti i criteri di gestione degli accessi. Posso però raccontare di avere atteso, ancora sintomatica, senza capire quale valore avesse il numero assegnatomi e quando sarebbe arrivato il mio momento.

Anche qui le visite mi apparivano incastrate una dopo l’altra, in una sequenza che sembrava non prevedere spazio per gli imprevisti, per una domanda in più, per chi dopo il trattamento avesse bisogno di fermarsi. Prima ancora di parlare con il medico sentivo di dover scegliere e accorciare le parole, per non occupare un tempo che sembrava già destinato a qualcun altro.

Il medico ha individuato il problema nell’orecchio destro e ha eseguito la manovra di Semont. Nei giorni successivi ho avuto un miglioramento, che riconosco. Il punto più doloroso del mio racconto riguarda ciò che è avvenuto durante e dopo il trattamento.

Ho avuto una crisi molto intensa: vertigini, nausea e vomito, paura di svenire. Le mani si sono irrigidite. Mi è stato spiegato che avevo modificato la respirazione. Ero spaventata e avevo bisogno di sentirmi seguita.

Il medico è uscito dalla stanza mentre stavo ancora male. Anche l’infermiera si è allontanata, tornando a intervalli per chiedermi come stessi. La porta è rimasta aperta: per come ho vissuto la situazione, consentiva di controllarmi anche dall’esterno, mentre il personale si occupava di altro. Io restavo esposta allo sguardo delle persone di passaggio, proprio quando avevo meno controllo sul mio corpo.

Mi è sembrato che mancasse la possibilità concreta di avere qualcuno accanto. Il tempo dell’intervento era stato trovato; quello per accompagnarmi mentre ne affrontavo gli effetti sembrava non esserci. Una porta aperta finiva per tenere insieme esigenze che un servizio dovrebbe poter garantire entrambe: sorvegliare una persona e proteggerne la riservatezza.

Io mi sentivo osservabile da tutti, ma poco accompagnata.

So che la manovra può provocare vertigini e nausea. La presenza della crisi, da sola, non dimostra che il trattamento fosse scorretto. La mia domanda riguarda l’assistenza durante quella crisi: la presenza, le spiegazioni, la protezione della mia intimità.

Quando il medico è tornato, ricordo che ha richiamato, per giustificare la sua assenza, le molte persone che lo fermavano fuori dalla stanza. Comprendo che le richieste fossero tante. Io, intanto, ero una paziente appena trattata che stava ancora male. Quel bisogno di assistenza dove trovava posto? 

Ho chiesto anche come affrontare la nausea a casa. Mi è stato proposto Plasil per iniezione. Quando ho spiegato di non avere nessuno che potesse praticarmela, ho ricevuto una risposta che ho compreso come l’impossibilità di offrirmi altro.

In farmacia ho poi saputo dell’esistenza di una formulazione orale. Non so se fosse adatta alla mia situazione: proprio per questo avrei voluto una spiegazione e una soluzione concretamente praticabile a domicilio, oppure indicazioni su come ottenere l’assistenza necessaria.

Anche sullo scopo del Vertiserc ho posto una domanda all’otorino, senza ricevere una spiegazione che riuscissi a comprendere. Una prescrizione deve poter diventare una cura che il paziente sa come seguire e perché. Questo, come dalle linee guida del ministero della salute, è un atto di fiducia tra medico e paziente che non può essere omesso.

Più tardi, seduta fuori dalla stanza, in attesa di sentirmi meglio, ho sentito rivolgere a una signora anziana parole che ricordo come «non ha niente». Lei chiedeva come spiegare, allora, le proprie vertigini. La risposta la rimandava al medico curante. Tutto sul corridoio dell’ospedale: non c’era tempo per una spiegazione o un confronto discreto e riservato.

Non conosco il quadro clinico di quella signora, né l’intero colloquio. Ho riconosciuto però, nella sua domanda rimasta aperta, il mio stesso bisogno: dare un significato a sintomi che continuavano a esserci.

La mancanza di tempo, a un certo punto, smette di sembrare un imprevisto e diventa il modo in cui si vive l’intera cura. Si aspetta molto, si parla poco, si riceve un trattamento e si deve già fare spazio. La paura, il freddo, la difficoltà a tornare a casa e le domande rimaste senza risposta finiscono ai margini di ciò che il servizio riesce a considerare.

Non posso stabilire da una poltrona o da un lettino quali carenze dipendano da fondi insufficienti, quali dalla loro distribuzione e quali dall’organizzazione. Chiedo che qualcuno se ne assuma la responsabilità e lo spieghi.

Se manca una coperta, se manca un lettino, se manca una persona che possa fermarsi accanto a chi sta male, occorre chiedersi come vengono programmati e impiegati i mezzi disponibili. Se le prenotazioni riempiono ogni minuto, quale tempo viene riservato alla complessità reale dei pazienti?

Il personale deve poter lavorare in condizioni che rendano possibile un’assistenza attenta. Il sovraccarico merita risposte organizzative concrete; il paziente, intanto, continua ad avere bisogno di rispetto. Difendere chi lavora nella sanità e ascoltare chi vi si è sentito trascurato dovrebbero appartenere allo stesso impegno.

Per questo la mia domanda arriva alla politica.

Quale posto occupano la salute e la dignità delle persone nelle decisioni di spesa? Quando parlate di efficienza, considerate anche il tempo necessario ad ascoltare, a spiegare una terapia, ad assistere dopo un trattamento, a comunicare con i familiari? Oppure quel tempo resta invisibile, finché a pagarne il prezzo è chi si trova dall’altra parte della scrivania?

Nel confronto tra ciò che siamo disposti a spendere per gli armamenti e ciò che investiamo nella cura, quale idea di sicurezza stiamo scegliendo?

Come può sentirsi al sicuro una persona che teme di stare male da sola, che patisce il freddo in un pronto soccorso, che affronta una crisi davanti a una porta aperta, che esce con una prescrizione senza aver capito come gestire le ore successive?

Prima di parlare ancora di centralità della persona, potete assicurarvi che quella persona abbia una coperta e qualcuno che possa fermarsi ad ascoltarla?

Il mio era un disturbo trattabile. Questo non rendeva meno reali il vomito, la paura e la difficoltà a reggermi. Ho saputo protestare, formulare domande, cercare spiegazioni anche dopo.

Penso a chi non riesce a farlo: alle persone anziane, sole, disorientate, a chi sta molto peggio di me. Quanto deve soffrire una persona perché si trovi il tempo di starle accanto? Chi raccoglie le domande di chi non ha più la forza di insistere?

Chiedo che questo racconto sia occasione per verificare le condizioni materiali dell’accoglienza, la disponibilità di personale e lettini, la gestione degli accessi, la riservatezza, l’assistenza dopo i trattamenti e la chiarezza delle indicazioni alla dimissione.

Chiedo che il tempo dell’ascolto e dell’accompagnamento venga previsto nell’organizzazione delle visite, con la stessa concretezza con cui si prevedono gli esami e le procedure.

Le tre persone dell’ambulanza mi hanno mostrato quanto conti sentirsi accompagnati. Vorrei poter ritrovare quella stessa attenzione lungo tutto il percorso, fino al ritorno a casa. E vorrei che la possibilità di riceverla fosse sostenuta da un servizio capace di darle spazio, mezzi e tempo.

Se manca sempre il tempo per ascoltare, spiegare e restare accanto a chi sta male, possiamo davvero dire di esserci presi cura di quella persona?

La richiesta di essere ascoltati, informati e accompagnati appartiene pienamente al percorso di cura. La legge 219 del 2017 lo afferma con chiarezza: «Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura». Il Codice di deontologia medica, agli articoli 20 e 33, richiama la fiducia, il rispetto reciproco e un’informazione comprensibile ed esaustiva.

Anche il San Camillo presenta il proprio modello di accoglienza attraverso l’ascolto, l’accompagnamento e l’umanizzazione dell’assistenza. Sono principi nei quali riconosco ciò di cui avevo bisogno: comprendere che cosa mi stesse accadendo, ricevere indicazioni praticabili e sentirmi assistita mentre affrontavo una crisi.

Chiedo dunque come questi impegni vengano tradotti nell’organizzazione quotidiana: nei tempi delle visite, nella presenza del personale, nella riservatezza e nelle spiegazioni che accompagnano una dimissione.

Se il tempo della comunicazione è tempo di cura, deve trovare spazio nei turni, nelle agende e nelle risorse. Quando manca sistematicamente, viene sacrificata una parte della cura stessa.

Possiamo davvero parlare di centralità della persona, se il tempo per ascoltarla e accompagnarla resta quello che avanza?

Tiziana Cristofari