L’omologazione comincia quando partecipare diventa un obbligo e scegliere diventa una colpa.
Tanti anni fa, quando mi laureai in Scienze pedagogiche, lavoravo in una grande azienda. Non ero una di quelle persone intorno alle quali si raccoglie spontaneamente il consenso di tutti. Ho sempre avuto un mio pensiero, preso le distanze quando lo ritenevo necessario, espresso opinioni che potevano anche non piacere. E questo, nelle relazioni, ha spesso avuto un prezzo.
Prima della laurea non avevo percepito particolare attenzione per quel traguardo. Poi tornai al lavoro e trovai sulla scrivania un tappeto di regali.
Mi commossi. Cominciai a piangere. Avevo pensato che non interessasse quasi a nessuno e invece tante persone avevano partecipato. In quel momento sentii la sorpresa e la gratitudine di chi scopre un’attenzione che non si aspettava.
Ma accanto alla scrivania c’erano soltanto un paio di colleghe con me a scartare i regali, quelle con cui avevo stretto un’amicizia più profonda. Gli altri, tutti gli altri che avevano partecipato ai regali, non c’erano.
Dentro quella commozione si aprì un vuoto enorme.
C’erano i regali, mancavano le persone.
Non pretendevo una festa, né che tutti mi volessero bene. Mi mancava la presenza che avrebbe dato un senso a quei doni: qualcuno che si fermasse, condividesse con me la gioia, mi consegnasse un augurio guardandomi negli occhi.
Non posso sapere che cosa avesse spinto ciascuno a partecipare. Qualcuno avrà provato affetto, qualcuno simpatia, qualcun altro avrà seguito un’abitudine, una forzatura. Ma io conoscevo la distanza che esisteva con alcune di quelle persone e sentivo quanto fosse rimasta intatta, anche dopo il regalo.
Fu allora che avvertii una contraddizione che ancora oggi mi interroga: si può partecipare a un gesto senza esserci davvero?
Ho ripensato a quell’episodio recentemente, quando, nella scuola in cui lavoro, è stata proposta una raccolta per il compleanno della dirigente. Un rapporto professionale molto formale, una proposta, le adesioni, una quota da versare. Infine, un buono regalo accompagnato dai nomi dei partecipanti.
Io ho scelto di non aderire.
Per me un regalo nasce dal desiderio di rivolgere un pensiero a una persona. Può essere piccolissimo, perfino non costare nulla. Ma ho bisogno di riconoscermi in quel gesto, di sentirlo mio. In questa occasione non lo sentivo.
So che per altri un regalo collettivo può essere una forma sincera di cortesia. So anche che un buono può essere scelto con attenzione, per lasciare a chi lo riceve la libertà di decidere. Non è l’oggetto, da solo, a rendere autentico o vuoto un dono.
Il punto è la libertà di partecipare. E, con la stessa dignità, di non partecipare.
Quanto è libera una scelta quando tutti aderiscono e chi si sottrae diventa immediatamente visibile? Quando il proprio nome deve comparire accanto agli altri per evitare domande, interpretazioni, giudizi?
Se il destinatario occupa una posizione di autorità, questa domanda diventa ancora più delicata. Un gesto di cortesia può caricarsi di un significato ulteriore: mostrare la propria adesione, assicurarsi di esserci, evitare che la propria assenza venga notata.
Non occorre che qualcuno imponga esplicitamente qualcosa. A volte basta il timore di essere l’unica persona a dire: «Io non partecipo».
È qui che riconosco l’omologazione: nel momento in cui smettiamo di domandarci che cosa pensiamo e sentiamo, perché ci preoccupa soprattutto che cosa penseranno gli altri della nostra scelta.
Si aderisce perché aderiscono tutti. Si sorride perché è il momento di sorridere. Si firma perché manca soltanto la propria firma.
Poi chi sceglie diversamente deve spiegarsi. Deve dimostrare di non essere ostile, ingrato, polemico. La scelta della maggioranza si giustifica da sola; quella di una singola persona diventa un caso da interpretare.
Eppure posso rispettare qualcuno senza desiderare di fargli un regalo. Posso lavorare con serietà, essere disponibile e corretta, senza trasformare un rapporto professionale in una manifestazione affettiva. Il rispetto si misura anche nei comportamenti quotidiani, nella responsabilità con cui si svolge il proprio lavoro, nella cura delle parole.
Mi domando quanto spazio lasciamo a questa libertà. E soprattutto che cosa insegniamo ai bambini quando noi adulti facciamo tanta fatica a esercitarla.
Parliamo di autonomia, di pensiero critico, di unicità. Diciamo a ogni bambino che è speciale. Poi, però, possiamo diventare insofferenti proprio quando quella singolarità prende forma: una domanda inattesa, una soluzione diversa, un’opinione che interrompe il consenso, un sentimento che non coincide con quello previsto.
A volte chiediamo persino che provino tutti la stessa emozione nello stesso momento. Che siano felici per ciò che abbiamo organizzato, entusiasti dell’attività proposta, affettuosi secondo le modalità che abbiamo stabilito.
Ma un’emozione richiesta può diventare una recita. E un bambino può imparare presto quali parole, quali sorrisi e quali risposte gli garantiscono l’approvazione degli adulti.
Il rischio è che impari a cercare la risposta gradita prima ancora di ascoltare il proprio pensiero il proprio sentire.
Naturalmente vivere insieme richiede regole, responsabilità e attenzione agli altri. Non ogni rifiuto è espressione di autonomia, così come non ogni adesione è conformismo. Si può scegliere liberamente di fare ciò che fanno tutti. La differenza sta nella possibilità reale di scegliere anche altrimenti.
Un bambino deve poter imparare a dissentire con rispetto, a motivare una posizione, ad ascoltare quella degli altri e perfino a cambiarla. Per farlo ha bisogno di adulti che non vivano ogni differenza come una sfida personale.
Ha bisogno di scoprire che può appartenere a un gruppo senza dover rinunciare alla propria voce.
Perché l’omologazione impoverisce anche i rapporti. Quando tutti pronunciano le parole attese e compiono i gesti previsti, diventa difficile capire dove ci sia un incontro autentico. Siamo circondati da manifestazioni di partecipazione e possiamo sentirci profondamente soli.
È quella solitudine che ricordo davanti alla mia scrivania piena di regali.
Non avrei voluto che qualcuno partecipasse per obbligo. Avrei preferito un augurio sincero, una presenza libera, anche soltanto pochi minuti condivisi. E avrei accettato che altri non partecipassero: non tutti i rapporti hanno la stessa profondità, e riconoscerlo permette di dare valore a quelli che ci sono davvero.
Vorrei che imparassimo a lasciare agli altri questa libertà, senza trasformarla subito in una colpa. Che un’assenza da una raccolta non diventasse un’offesa. Che un dissenso non cancellasse la stima. Che un bambino non dovesse assomigliare agli altri per sentirsi accolto.
Che valore ha un sì, se non siamo liberi di dire no?
Dott.ssa Tiziana Cristofari
