martedì 10 dicembre 2019

Cosa impedisce lo sviluppo cognitivo sano dei bambini.


Dopo essermi laureata pensavo che mi sarei occupata della formazione degli adolescenti. Mi è sempre piaciuto il mondo adolescenziale e per qualche forma di alchimia il mio rapporto con loro, nonostante le difficoltà della loro età, è sempre riuscito, sono stata capace di trovare un canale di comunicazione per appassionarli alla materia scolastica, alla discussione, forse anche alla mia persona… anche se l’attività come docente l’ho iniziata in realtà con i diversamente abili dell’università, quindi con un’età ancora superiore.
Poi lentamente le cose sono cambiate. Un destino diverso ha deciso che io cominciassi a occuparmi dei più piccoli: dopo gli studenti del liceo ho lavorato con i preadolescenti delle scuole secondarie di primo grado, poi sono passata alle scuole primarie. 
Una volta qui il mio percorso è stato tutto in salita, inteso come una grande sfida e un grande lavoro oltre che un pesante nuovo impegno conoscitivo: il mondo dei disturbi dell’apprendimento ha richiesto per me una nuova responsabilità nella ricerca e pertanto nei nuovi studi pedagogici/scientifici, che mi hanno portata fino ai bambini del nido e della materna e conseguentemente a fare formazione ai loro educatori.
Insomma un percorso a ritroso affascinante e unico che mi ha permesso di approfondire la radice dei disturbi dell’apprendimento e di riscoprire il ruolo fondamentale e direi quasi unico, degli educatori di nido e materna.


Nei recenti corsi che ho svolto con loro, ho tenuto a sottolineare l’importanza del loro ruolo nella formazione cognitiva dei piccoli, perché (piaccia o no) le potenzialità cognitive e metacognitive delle bambine e dei bambini mettono le radici, ottimali o depotenziate, proprio nei primissimi anni di vita, ovvero dalla nascita fino ai 3/4 anni. In questo periodo c’è nella biologia del corpo umano e nello specifico in quella del cervello, una potenzialità connettomica unica e irripetibile, anche se ancora ampiamente modificabile negli anni successivi e in continua trasformazione per tutta la vita. Ma questa potenzialità deve essere agevolata, e non ostacolata nel suo sviluppo, affinché tutte le funzionalità cognitive possano esprimersi al meglio negli anni successivi.

Quando parlo alle docenti di nido e materna del ruolo che svolgono, spiego loro che il compito che gli è stato assegnato come educatori (anche se io penso che possono essere chiamate tranquillamente insegnanti, in quanto ogni realtà che fanno vedere, osservare, che utilizzano per stimolare i bambini, è un atto di insegnamento), ha un valore molto molto più grande e più alto in termini formativi, ad esempio di un atto di insegnamento proposto dal professore universitario. Vi spiego il perché.
Il compito del professore universitario nei confronti dello studente è spiegare le lezioni che si trovano nei libri da lui adottati o da lui scritti. Ma sappiamo molto bene che ogni individuo capace di intendere e di volere, con una preparazione di base che lo ha preparato ad affrontare l’università, non avrà particolari problemi se volesse preparare l’esame senza frequentarla e pertanto senza ascoltare le lezioni. Io ne sono un esempio: mi sono laureata lavorando e non ho mai messo piede all’università se non per sostenere gli esami. Ma come me ce ne sono tantissimi altri: personalmente non sento di aver fatto nulla di speciale, anche andando contro chi mi ha ostacolata ripetendomi che l’università non era per tutti; semplicemente non gli ho dato retta, ho creduto nella mia passione e ho portato avanti il mio studio fino alla fine. 

Per i bambini però tutto questo discorso non è ovviamente possibile. Loro, per il loro sviluppo cognitivo, sono completamente dipendenti dalle educatrici/insegnanti sia nel bene che nel male delle circostanze. Voglio dire, se all’università non mi piace qualcosa, mi infastidisce o mi fa star “male” qualche relazione, ho le armi psichiche/conoscitive per difendermi: allontanandomi, esercitando i miei diritti ecc. 
Al nido o alle scuole materne o alle primarie, questo non è possibile. Il bambino subisce, è vittima, e per questo è, o meglio diventerà, ciò che noi gli daremo o gli toglieremo in termini di opportunità per sua crescita cognitiva. Ma non solo. Come dicevo prima, in quei primi 4 anni di vita, la plasticità cerebrale e la connettività neuronale sono nel loro massimo sviluppo e necessitano anche di una delicatezza estrema da parte dell’adulto e di una consapevolezza assoluta della tipologia di rapporto che le educatrici, ma anche i genitori, hanno nei confronti dei piccoli.


A questa età le bambine e i bambini sono cognitivamente fragilissimi e potentissimi allo stesso tempo. Sono quindi soggetti a non avere o ad avere (in termini di sviluppo sano) ossia a sviluppare o meno le opportune potenzialità cognitive, se le educatrici/insegnanti e/o genitori permetteranno loro di sviluppare quelle risorse neuronali connettomiche tipiche di questa età. 

Ho più volte spiegato che l’ambiente circostante, in primis quello relazionale, condiziona positivamente o negativamente lo sviluppo della connettività neuronale, ossia di quella potenzialità cognitiva che ogni bambino avrebbe diritto di sviluppare se le condizioni relazionali con il mondo adulto glielo permettessero. 

Per fare questo, la fragilità (di cui il sistema cognitivo del bambino di questa età è vittima), deve essere considerata e supportata nella modalità di approccio che l’adulto ha nei confronti del bambino. Una modalità che non può essere solo di una parte, ovvero del docente/educatore oppure del genitore, ma deve essere unanime, perché sia la famiglia che vive più ore con il bambino, sia gli educatori che si occupano del suo sviluppo — in quanto il nido o la materna sono delle scuole attrezzate per stimolare all’indipendenza e al fare dei piccoli, e non sono come molti pensano dei “parcheggi” per bambini dove la famiglia può togliersi il “problema” per qualche ora—, diventano responsabili in egual misura della sua crescita cognitiva.

Questo significa che un atteggiamento errato, o meglio ancora una pedagogia sbagliata, potrebbe essere causa (e i dati statistici suggeriscono che il più delle volte lo è), dell’inibizione dello sviluppo della connettività neuronale. 

Vediamo quali sono le modalità di approccio errate nei confronti dei bambini che inibiscono lo sviluppo cognitivo. 
Vi fornisco una lista sintetica degli atteggiamenti da non adottare mai:

  • aggressioni verbali contro il bambino, qualunque sia il motivo: non si grida mai contro un bambino, meno che mai quando è così piccolo;
  • imposizioni nell’alimentazione: docenti/educatori o genitori che pretendono che il bambino o la bambina mangi quello che sta nel piatto anche se è evidente il rifiuto del piccolo, e a volte l’insistenza arriva fino purtroppo a farlo vomitare (questa per gli esperti si chiama “violenza psicologica”);
  • imposizioni e pretese che i bambini facciano ciò che noi vogliamo nei giochi o nelle situazioni collettive/sociali, anche quando il bambino le rifiuta piangendo;
  • denigrare e sbeffeggiare il bambino per qualunque sia il motivo con affermazioni del tipo, “lui è più bravo di te”, “sei un po’ grassottello, devi dimagrire”, “solo tu non capisci”, “questa domanda è stupida”, “non sei capace di disegnare, di giocare di…”, ecc.;
  • umiliare la bambina ad esempio sottolineando errori commessi o attività di gioco non riuscita;
  • lasciare piangere i bambini fino a farli diventare cianotici nella totale indifferenza: questo era il suggerimento di una vecchia pedagogia e pediatria coercitiva e impositiva che deve esser assolutamente eliminata nella relazione con i bambini;
  • impedire loro di crescere (quindi anche cognitivamente) facendo noi adulti tutto quello che potrebbero fare loro tranquillamente imparandolo dall’età di 2/3 anni (vestirsi, mangiare da soli, portarsi lo zaino, farsi il bidè, mettersi le scarpe e/o allacciarsele, mettere a posto i giochi, ripulire dopo aver sporcato, ecc.). Tutte cose, queste elencate, che richiedono solo un po’ di tempo e attenzioni da parte dei genitori e da parte dell’educatore/docente, pertanto assolutamente fattibili insegnate a scuola e oramai prassi centenaria del Metodo montessori, purtroppo qui in Italia ampiamente disatteso e/o addirittura ignorato. Ogni volta che impedite ai vostri figli e/o studenti di fare da soli, togliete loro la possibilità di sviluppare correttamente tutte le potenzialità psichiche e fisiche;
  • essere sempre costantemente freddi e scostanti con i propri figli e/o studenti, non rispondere alle loro richieste, rimanere impassibili ai loro disagi, al loro pianto, alle loro necessità, bisogni, esigenze… Ogni volta che vi ponete in questo modo, “raffreddate” nel vostro bambino/studente la possibilità di mantenere la capacità attentiva (ovvero di sviluppare connettività neuronale), che è il frutto e l’evoluzione psichica dell’interesse che l’adulto ripone nel bambino;
  • far crescere paure di ogni tipo nei bambini: urlando, minacciando, screditando, insultando, ricattando...
  • frustrare i bambini, facendoli sentire dei falliti, dei non adatti, degli incapaci: i bambini non vanno mai frustrati. Sono a scuola per imparare, non per essere frustrati nel loro essere bambini e pertanto nel non sapere o non saper fare. Ai bambini va assolutamente data la possibilità di sbagliare senza sottolineare l’errore; stesso discorso vale per quando sta a casa: un bicchiere d’acqua che si rovescia, un maccherone inzuppato di sugo che finisce sulla tovaglia, non vanno puniti mai;
  • ultimo, ma non ultimo, importantissimo e significativamente fondamentale, il bambino rallenta la sua potenzialità cognitiva se non gli si parla mai o ci si limita allo stretto necessario. Il linguaggio agevola una stimolazione neuronale connettomica fondamentale: i bambini più svegli, con un linguaggio più brillante e corretto, sono quei bambini in cui le famiglie parlano costantemente con loro, in modo interessato, di tutto, senza mentire nella conversazione e senza fare ironia di ciò che dicono dovuta alla loro realtà infantile.


Per anni tutta la ricerca si è diretta verso un’analisi scientifica rivolta esclusivamente ad indagare il bambino, la sua psiche, i suoi neuroni, i suoi geni, per scoprire ora che quei geni e quei neuroni si attivano, i primi, epigeneticamente attraverso l’ambiente (esposizione a sostanze tossiche, fumo, realtà economica della famiglia, stimoli culturali o meno, utilizzo di farmaci, attività sportiva svolta o non svolta, alimentazione, possibilità di cure, ecc.), e i secondi accrescono la loro connettività, indispensabile allo sviluppo cognitivo, nella corretta relazione umana, ovvero, fatta di proposizioni positive verso il bambino e la bambina: affettività, interesse per quello che fa, dialogo costante e vero, offrendo stimoli positivi culturali di ogni genere, ecc. E in mancanza di possibilità materiali, vorrei che fosse chiaro come l’unica realtà che può stimolare alla potenzialità connettomica sia determinante il rapporto umano sano e affettivo, oltre che il dialogo costante, pertanto come viene trattata la psiche del bambino.

C’è solo una parola a rendere l’idea di tutto questo discorso e si chiama pedagogia, ovvero scienza dell’educazione, dove l’educatore essendo in un certo modo permetterà un certo sviluppo delle potenzialità connettomiche nel bambino. Per sviluppare cognitivamente in modo adeguato non c’è necessità di psicologi o neuropsichiatri o logopedisti. Loro intervengono quando un problema si è creato, non prima. Un bambino trattato nei giusti canoni pedagogici ha bisogno solo della famiglia e di una scuola con educatori/insegnanti adeguati affinché lo sviluppo dei neurotrasmettitori avvenga correttamente e le sue potenzialità cognitive si sviluppino attraverso una giusta e corretta relazione e didattica.

Si può passare attraverso la scienza che spiega il funzionamento dei neuroni e delle sue connessioni per capire oggi che il sano sviluppo è legato alle relazioni umane; si può passare attraverso la ricerca biologica e genetica per capire oggi che i tratti genetici ereditati dal punto di vista caratteriale e/o cognitivo sono infinitamente pochi e che la loro trasmissibilità è più il frutto di una nostra volontà (epigegetica): se siamo in un certo modo trasmettiamo quella modalità di essere che però non è legata alla genetica, ma ad una convinzione, o all’habitus, dicendola alla P. Bourdieu, e che pertanto, essendo tutto questo molto legato all’adulto che si prende cura del bambino, è nostra competenza e responsabilità essere in un certo modo e creare un certo ambiente. 

Piaccia o no, non ci si può sottrarre, né possiamo deresponsabilizzarci. Educatori/insegnanti e genitori capaci di mettersi in discussione, di vedere veramente i propri bambini, di fare ricerca insieme a loro ogni giorno osservando la loro crescita e il loro costante modificarsi, non possono ignorare quanto scientificamente dimostrato*, ovvero come la realtà di un atteggiamento dell’adulto influisca a vario titolo sullo sviluppo cognitivo e sul comportamento del bambino e della bambina.
Questo, piaccia o no, si chiama pedagogia, ovvero educazione e, torno a ripetere, è il frutto del nostro modo di essere con i bambini.

dott.ssa Tiziana Cristofari
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