lunedì 28 ottobre 2019

I disturbi specifici dell’apprendimento non si curano! Ma...


È questo il mantra che ruota nel web: i disturbi specifici dell’apprendimento non si curano e non sono una malattia. Giusto, non sono una malattia, sono un disturbo! Certificato dal medico come incurabile, ma non sono una malattia. Difatti si dispensa e si facilita, ma non si cura, è bene chiarirlo. Il certificato, proprio perché non è possibile attuare la cura, non serve al bambino, ma all’insegnante perché non si accanisca sul bambino che è “disturbato”, non malato, però certificato, quindi assolutamente va dispensato, facilitato e compatito. In poche parole va lasciato al suo destino. Anzi no, scusate ci sono i logopedisti che si occupano di linguaggio, ma vogliono ficcare il naso anche nella didattica. Questo perché non essendo malato, ma comunque certificato, il bambino va indirizzato verso una professione sanitaria che giustifichi la certificazione del medico e anche il costo dell’intervento, altrimenti la certificazione che cosa ci sta a fare?


E qui una valanga di proteste dei logopedisti a queste mie parole, che si sentono usurpati del lavoro, che loro non è, perché i discalculici o i dislessici o i disgrafici o i disortografici hanno bisogno di preparazione didattica e pedagogica per essere recuperati, non certo di un intervento medico, perché abbiamo detto che i bambini non sono malati, ma dal punto di vista medico non sono neanche curabili. Quindi come si affrontano le carenze didattiche? Perché è di questo che stiamo parlando! Di chi è la competenza? Se ci fosse una “cura” per una carenza didattica i logopedisti (dato che lavorano in ambito sanitario) sarebbero bravissimi e tutti questi bambini recupererebbero le carenze. Ma da quando esiste la scuola, quando un bambino o un ragazzo ha difficoltà in una materia piuttosto che in un’altra, si trova una maestra molto brava o comunque più brava di quella che ha e che permette il recupero della carenza. 
I bambini che vanno dai logopedisti non recuperano perché quest’ultimi non sanno nulla di didattica, e molto spesso, quella che utilizzano come “cura” non sono altro che esercitazioni didattiche che l’insegnante ha poca voglia di impartire, ma sono comunque prive di pedagogia. È pur vero però, che l’insegnamento della scuola primaria lo fanno tutti coloro che hanno un minimo di alfabetizzazione (insegnanti non certificati, genitori, nonni, zii, psicologi e altro), quindi perché non anche i logopedisti? Poi tanto se i bambini non raggiungono il risultato, e beh! abbiate pazienza: sono discalculici, dislessici, disortografici, disgrafici ecc., lo ha detto il medico e lo ha confermato il logopedista attuando una pratica che non funziona!

Stranamente però i bambini che affrontano queste problematiche con docenti che conoscono bene didattica e pedagogia le superano, dimostrando che la certificazione non ha alcuna validità scientifica. Ma badate bene che se riescono a superarle con un logopedista preparato nella didattica, confermano nuovamente che i cosiddetti disturbi d’apprendimento tanto incurabili non erano. Tutto questo accade forse perché anche la parola “disturbo” è fuori posto? Forse possiamo limitarci a parlare di “carenze scolastiche” e/o pedagogiche? Difatti il perno di tutto (mi spiace per i logopedisti che non sono d’accordo), non è il disturbo genetico o neurologico di cui tutti parlano e che una parte della letteratura scientifica ha ampiamente smentito, ma è come l’adulto ha affrontato la relazione con il piccolo e con la sua capacità di apprendimento, ovvero pedagogia e didattica.  
La differenza enorme però, tra la famiglia che affronta il problema con la certificazione in mano e chi invece con la “maestra giusta”, lo ritrova tutto nell’autostima del bambino che non crolla e non si sente diverso dagli altri, raggiungendo obiettivi che altrimenti non raggiungerebbe e mantenendo un suo stato d’animo sereno indispensabile all’attività dell’apprendimento.

Fanno bene i logopedisti a saltare sulla sedia ai miei articoli perché non tutti nella loro categoria hanno la stessa reazione, e io se fossi in loro e mi dovessi preoccupare, lo farei guardando ai colleghi più che ai pedagogisti. Colleghi che, preparati, ovviamente non si sentono denigrati dai miei articoli. Ci sono logopedisti che conosco personalmente con una identità valida, ottimi nelle loro capacità e nella conoscenza del loro operato, che sanno benissimo quali sono o non sono le loro competenze e di questi professionisti mi levo tanto di cappello. — Io non ce l’ho con la categoria, anche se questo è il messaggio che i logopedisti vogliono passare. Purtroppo per loro è la politica che gli ha “assegnato” questo ruolo senza dargli le competenze, senza permettergli di crearsi l’identità giusta, e lo ha fatto permettendo l’abuso di certificazioni per escludere e ghettizzare e per immiserire il pensiero delle nuove generazioni —. L’accusa di voler denigrare questa professione è assolutamente ingiustificata. Io non denigro nessuno, dico solo quale è la verità perché mi interessa che i bambini possano crescere capaci di pensare e di cambiare nel futuro questo mondo opportunista. Se volete proprio trovare una motivazione diversa ai miei articoli, lo dovete fare cercandola nella lotta politica, più che contro una professione che non ha nulla a che fare con la pedagogia in quanto sanitaria, e che pertanto mi rimane lontanissima e completamente indifferente. 

E mentre io cerco di spiegare che la certificazione toglie senza dare al bambino, e lo articolo attraverso numerosi scritti e prove scientifiche di emeriti psichiatri, psicologi e biologi, perché le problematiche ripeto, sono didattiche, metodologiche e pedagogiche, i logopedisti senza identità professionale, cercano di screditare la mia verità o la mia chiara identità, scrivendo tutte le cattiverie possibili nelle mie pagine Facebook, senza tra l’altro alcuna argomentazione critica intelligente che possa incrinare il mio pensiero. E solo questo dice tutto!

Concludo: i disturbi specifici dell’apprendimento non si “curano”, perché non c’è “malattia”. E finché diamo retta a un sistema interessato a fare business sui disturbi dei bambini, asseconderemo una politica senza pensiero scientifico che fa i suoi interessi personali nell’economia e nel crescere una popolazione ignorante; il risultato è bambini e preadolescenti che a scuola per il 73% provano un malessere che supera la soglia educativa per entrare nella soglia di rischio problematico* che ricade poi su livelli poco invidiabili per l’Italia in riferimento all’abbandono scolastico.
Al contrario, affrontare le evidenti difficoltà del bambino in termini di didattica e pedagogia sana, non violenta verbalmente come ancora troppo spesso accade nelle nostre aule, e che portano ad un rallentamento cognitivo, pertanto affrontare il tutto senza arrivare a dispensare o facilitare, ovvero senza indifferenza e isolamento da parte del docente, si apre un mondo di possibilità al recupero per questi bambini e soprattutto di potenziare la loro autostima consapevoli delle proprie capacità. 

Glielo dobbiamo ai nostri studenti, perché devono costruirsi un futuro per saper difendersi e vivere più coerentemente possibile con i cambiamenti sociali; e tutto questo lo permette solo una buona alfabetizzazione e cultura che si costruisce a scuola.

dott.ssa Tiziana Cristofari
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*D. Lucangeli, L’emozione dell’errore… (in matematica e non solo), https://www.youtube.com/watch?v=JaebZD6r5zs&t=993s



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