giovedì 17 ottobre 2019

L’apprendimento: perché mio figlio non apprende come gli altri


Paura e apprendimento: quale la relazione

Spesso nella vita di tutti i giorni può capitare che per la paura di sbagliare e del giudizio dell’altro si dicano delle bugie. Quindi la paura di commettere un errore arriva a farci comportare in modo socialmente scorretto. Questo capita agli adulti, ma anche ai bambini se sanno che poi l’errore lo pagheranno con il giudizio, il rimprovero, la gogna.
Questa paura nasce perché nella nostra vita, fin da bambini, non ci è stato consentito l’errore e la nostra autostima non è delle migliori. Non c’è niente di più umano che commettere errori, però gli stessi ci mettono terribilmente a disagio e pertanto mentiamo. Ecco come ripensando agli studi sullo stimolo-risposta di Ivan Pavlov (1849-1936), possiamo affermare che da piccoli siamo stati talmente “scottati” dagli adulti quando abbiamo sbagliato, che oggi la nostra risposta all’errore è diventata mentire (anziché scusarsi), pur di non ammettere di averlo commesso o arrivando addirittura a negare di averlo commesso.
Mi chiedo allora perché quando i bambini sbagliano e scopriamo che hanno mentito o nascosto l’errore, li puniamo ancora di più: in fondo glielo abbiamo insegnato noi a mentire e nascondersi! 

Credo quindi, che dobbiamo farci qualche domanda prima di sgridarli.

Ma vi dirò di più, la menzogna o la negazione dello sbaglio sono forse la conseguenza meno grave che si sviluppa in noi quando commettiamo un errore: la gravità del rimprovero dell’errore determina un blocco a livello neuroelettrico delle connessioni molecolari e pertanto della capacità cognitiva che si sta sviluppando.




Quando faccio formazione ai docenti dico loro che la penna rossa sui quaderni non è accettabile. La penna rossa serve a evidenziare l’errore e farlo diventare permanente nella mente del bambino. Quindi paradossalmente serve a “far ricordare” di più l’errore anziché la parola corretta.
Mi spiego meglio. Quando leggiamo siamo un po’ tutti abituati a sottolineare le parti che più riteniamo importanti. Questo lo facciamo perché nella nostra mente possa essere messo in risalto quel particolare discorso o nome o numero che vogliamo ricordare. La penna rossa fa esattamente la stessa cosa: focalizza nella mente del bambino l’errore, inibendo però il ricordo della parola scritta correttamente.

Daniela Lucangeli (scienziata dell’Università di Padova) spiega che il nostro cervello nel momento in cui si sforza nello studio, produce energia. Questa energia prodotta da processi cognitivi e processi caldi (ovvero, affettivi, emotivi e interpretativi), determinando la riproduzione dei neuroni che modificano quello che viene definito connettoma, ovvero la corrente neuroelettrica delle informazioni, che determinano l’impronta delle memorie dalle strutture mentali a quelle molecolari. Pertanto quando parliamo con un bambino che sta apprendendo, con il nostro modo di fare e con la sua recettività emotiva, determiniamo nella sua mente un processo “vivente” a livello di connessioni neurali, che penetrano le memorie e determinano l’essere del bambino e non soltanto la sua prestazione. 

Così le nuove conoscenze che da un adulto passano al bambino, tendono a trasformarlo in ciò che noi gli permettiamo o meno di essere. Quindi, la responsabilità dell’adulto è enorme in quanto il nostro pregiudizio o giudizio, o un’azione aggressiva, innescano dei cortocircuiti che sono psicologici nel senso di mentali, ma gli stessi sono anche neuroelettrici nel senso che fungono da connettori, cioè collegamenti, ovvero determinano connessioni molecolari.

Tutto questo ci porta a considerare la parte emozionale dei bambini importantissima nella formazione e nella didattica.
Quando noi proviamo un fastidio (e reagiamo con la bugia) o proviamo un dolore (e reagiamo con il dispiacere) per aver commesso un errore — tutto questo perché siamo stati puniti o rimproverati —, tenderemo poi in tutti i modi di evitare quel dolore o fastidio. 
Questo significa che quando un bambino impara a scrivere le parole, se la sua insegnante gli mostra fiducia e incoraggiamento, lui terrà nella sua memoria la parola imparata e la fiducia e l’incoraggiamento della sua insegnante. Ma se l’insegnante quando il bambino scrive fa un atto di “violenza” con la penna rossa, lo rimprovera per aver nuovamente sbagliato, gli impulsi neuroelettrici, al momento di riprendere quella parola, riproporranno al bambino anche la paura che ha provato, facendolo chiudere in se stesso, facendo permanere l’errore o addirittura costruendone altri perché la sua capacità attentiva ricadrà sulla paura anziché sulla relazione positiva con l’insegnante. 

Entra così in gioco una dinamica a cui non ci si può sottrarre tra ciò che un bambino sente (emozione) e ciò che può veramente imparare (cognizione).
Se un bambino arriva in modo “certificato” alla funzione dell’apprendere, il suo meccanismo cognitivo anziché partire dal processo di base per andare verso quello della funzione cognitiva in modo regolare, avrà una vulnerabilità definita dell’impotenza appresa: ovvero si innescheranno meccanismi che sono psicologici di negazione e rifiuto, che andranno a determinare un blocco a livello di neurofunzione, che a sua volta è determinato dal cortocircuito emozionale.

Torno pertanto a ribadire che insegnanti non ci si improvvisa. A scuola dovrebbero esserci persone preparate alla pedagogia e didattica, con una realtà psichica sana, non nevrotica, che non si spazientiscono, che sanno ripetere all’infinito e in modo alternativo la stessa lezione permettendo a tutti i bambini di raggiungere gli obiettivi senza innescare sentimenti di paura e frustrazione.
Ma significa anche che non tutti i genitori sono adatti a insegnare ciò che il docente non ha saputo spiegare, per lo stesso identico motivo: cercare di riparare ad una lacuna didattica gridando ai propri figli, minacciandoli o mettendoli in qualunque situazione di disagio emotivo, non servirà a recuperare quanto si sono persi, ma anzi si aggraverà quella situazione di cortocircuito neurofunzionale andando a confermare le certificazioni inappropriate.

dott.ssa Tiziana Cristofari
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