martedì 5 gennaio 2016

I libri che tradiscono

Ho sempre pensato che l'onestà intellettuale fosse la pratica di vita più giusta da trasmettere ai miei studenti, grandi o piccoli che fossero. Ho sempre pensato che bisognasse insegnare a vedere oltre ciò che ci vogliono far vedere, che capire gli eventi della storia fosse una realtà complessa, ma indispensabile per conoscere il passato e comprendere il nostro presente. Ho sempre pensato che la storia fosse il cardine dell’educazione perché lì è la verità su tutto, su chi siamo, chi siamo stati, cosa siamo diventati e probabilmente cosa diventeremo.
Ho sempre pensato che tutto ruoti intorno alla consapevolezza degli eventi. Eventi che noi abbiamo causato, noi uomini, noi esseri umani. Noi che possiamo modificare il pianeta, renderlo bello o brutto, in guerra o in pace.
Noi che siamo gli artefici del progresso: quello che ci rende la vita più bella e più semplice e quello che ha reso il pianeta più invivibile. Noi che siamo gli artefici del nostro e altrui benessere e prosperità, o gli artefici di malessere e distruzione. Insomma noi, solo noi, con la nostra storia, con la storia del mondo, possiamo comprendere gli sbagli e permetterci di correggerli.
Noi insegnanti però, che siamo dediti alla formazione e alla conoscenza abbiamo un enorme compito e un’enorme responsabilità: dobbiamo essere abbastanza bravi da permettere alle nuove generazioni di conoscere, per essere liberi di pensare; di conoscere la storia per far sì che possano poi muoversi verso quella positività che migliora, rende più belli, più umani, più degni di vivere in un mondo, che per quanto sia stato “massacrato” merita ancora l’appellativo di “meraviglioso”.
Come docente di storia ho sempre sentito questa enorme responsabilità. Non che gli altri docenti non ne abbiano, anzi, ma nella storia vive tutta l’umanità. Nella storia ci siamo noi oggi, perché noi ci siamo solo perché altri sono morti prima di noi, per noi o semplicemente perché ci hanno preceduti.
Allora forse è gusto indignarsi per approssimazioni, errori, ignoranza, poca informazione che ci trasmettono attraverso i libri, ossia attraverso la scuola, attraverso quel mondo fatto di banchi, studenti e insegnanti preposti alla formazione, alla conoscenza e… lasciate che mi ripeta, all’aggiornamento continuo. E sì, perché lo studio, la ricerca e l’aggiornamento non sono esclusività solo dei docenti universitari come vogliono farci credere o, meglio ancora, come vogliono che sia. E sì, perché la ricerca, la conoscenza e l’aggiornamento, fanno sempre parte di quelle caratteristiche che rendono l’uomo più libero e migliore. Ma purtroppo, che non si vogliano persone migliori e libere lo abbiamo già capito da tempo! La cultura è potere, e il potere è di pochi, e a quei pochi deve rimanere altrimenti il popolo non si può più comandare.
È così. Amaramente così, sempre di più. Sempre di più mi scopro presa in giro, tradita da quegli stessi testi che speri dicano la verità, che acquisti nuovi ogni anno perché si spacciano per aggiornati, che speri siano la coscienza e la conoscenza e che sempre di più ingannano, anche solo per la loro banale, ripetitiva inconsapevole ignoranza.
Allora la mente va alle mamme che impaurite e incredule vengono da me sperando che dica loro che il proprio figlio o la propria figlia non ha nulla su quel presunto DSA, che la loro bambina o il loro bambino sia come gli altri. E sapete cosa succede il più delle volte se dico loro che il bambino non ha niente? Non mi credono! Almeno fino a quando non vedono il recupero. Ma le capisco, la società vuole questo, che si creda solo in ciò a cui vogliono che crediamo!
Lo sappiamo tutti oramai che la diversità spaventa: che sia il colore della pelle o una peculiarità caratteriale che ci fa unici, abbiamo bisogno di approvazione e l’approvazione la fa (almeno questo è il sentire comune) la maggioranza.
Eppure la storia spesso ci ha parlato di persone uniche, diverse, alternative, estranee alla logica comune e che hanno fatto grandi cose. Mi viene in mente Ipazia e Assiotea, che per amore della conoscenza sono entrambe state uccise; mi viene in mente Giordano Bruno, anche lui arso vivo perché affermava cose avverse alla Chiesa; mi viene in mente Albert Einstein che creduto banalmente poco promettente diventa un genio, oggi dicono che molto probabilmente fu dislessico, io penso piuttosto che aveva un suo specifico modo di essere; mi viene in mente Pablo Picasso che a scuola portò i colombi che erano nello studio del padre, per ricreare un’atmosfera della sua casa, mentre lì, nell’istituzione pubblica, si rifiutava di stare seduto tranquillo a leggere, scrivere e fare i calcoli, pronto solo a coltivare la sua unica passione per la pittura. E chissà quanti altri ne potremmo citare!
Se fossero vissuti ai giorni nostri questi personaggi, quale tipo di “patologia” gli avrebbero affibbiato, pur di etichettarli come diversi, perché la società (la maggioranza) la pensava diversamente da loro? Sì è vero, è più facile credere alla massa, ai comportamenti stereotipati e comuni, anziché a sé stessi, a ciò che sentiamo, a ciò che rappresentiamo. E sapete perché? Perché da sempre ci hanno plasmati, ci hanno omologati, ci hanno resi tutti uguali e tutti con gli stessi interessi. Ci hanno detto quali libri avremmo dovuto consultare e sui quali avremmo dovuto studiare: in questo modo ci hanno raccontato le stesse cose! E invece di fare ricerca, da subito, dalla prima infanzia, su noi stessi, sul mondo che ci circonda, sulle realtà che vogliamo sapere e scoprire, ci hanno imposto questo o quest’altro testo. Ci hanno obbligato a studiare tutti sullo stesso libro, e sapete perché? Perché spesso all’insegnante spaventa ciò che non conosce, perché non sa fare ricerca, tantomeno insegnarla, perché pensa che sia una prerogativa solo universitaria, perché si fa fatica a fare un certo tipo di programmazione e didattica. E poi perché alle istituzioni interessa che noi sappiamo determinate cose e non altre: e allora tutti a sapere cosa dice quel testo, solo quel testo! 
È così, è per questo motivo che se vai a prendere un qualsiasi libro di storia adottato a scuola non trovi scritto chi è e cosa ha fatto Alan Turing o Ipazia. 
Perché per conoscere la vera storia bisogna farlo solo con approfondimenti personali? Sempre se uno ne ha voglia, naturalmente! 
Quanti studenti escono dalla maturità sapendo che Alan Turing fu determinante, quasi azzarderei a dire esclusivo, per la fine della Seconda guerra mondiale e che era un inglese e non un americano? Quanti sanno che gli inglesi, nel 1954, ancora lo perseguitavano per la sua omosessualità (e non erano tedeschi) fino a costringerlo alla castrazione chimica e portarlo al suicidio, nonostante il contributo dato per la fine del conflitto? 
Quanti sanno che Ipazia è colei che inventò l’astrolabio e che per amore della conoscenza e della libertà di studio fu trucidata dai cristiani?
Tutto questo nei libri di storia scolastici non c'è...

Dr.ssa Tiziana Cristofari
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Di cosa parlano i libri di autoformazione? Cosa si fa nei corsi automotivazionali? Perché dopo che ho letto un libro e/o ho frequentato un corso non ho raggiunto il mio scopo, il mio obiettivo?  La Dr.ssa Cristofari, autrice di questo testo incredibile (che è una via di mezzo tra una biografia e un saggio altamente educativo), spiega, attraverso una narrazione semplice e concreta, attraverso un’esperienza formativa fatta con uno dei più conosciuti coaches italiani, le motivazioni per cui troppo spesso libri e corsi automotivazionali, non permettono il raggiungimento dei propri obiettivi, causando, di conseguenza, la perdita dell’autostima e della fiducia in se stessi.

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