lunedì 25 gennaio 2021

La pedagogista e il diario di scuola


I compiti ce li ha mamma, mi dicono spesso i bambini.

Ho finito di stupirmi, sono anni che mi sento dire questa frase.

Che la scuola abbia sempre di più tradito il suo ruolo educativo è un fatto conclamato da tempo e non certo, come spesso vogliono far credere, per colpa della famiglia. 

Il diario è diventato un optional che serve solo ad appesantire lo zaino, visto che i compiti vengo scritti sul registro elettronico ed è diventato un’incombenza della famiglia dire ai propri figli cosa ha assegnato l’insegnante o gli insegnanti, per la volta successiva.

Tutto ciò è allarmante e disarmante.

Allarmante perché privano i bambini e poi gli adolescenti — in quanto questa assurda usanza c’è anche alle scuole secondarie di primo e secondo grado — della possibilità di diventare ed essere autonomi, facendoli restare costantemente subalterni ai tempi disponibili della famiglia che non solo ha l’incarico di dire ai propri figli cosa devono fare, ma soprattutto, implicitamente, la scuola sta chiedendo ai genitori di controllare che gli stessi vengano fatti, deresponsabilizzandosi di un suo dovere. Facile scaricare sulle spalle della mamma! Difficile creare una relazione con ogni singolo studente e assicurarsi che tutti gli alunni abbiano compreso e segnato i compiti che ci sono da fare. Gli insegnanti poi si lamentano di poca considerazione sociale che, dato tutta questa mancanza di professionalità, si sono cercati. E questa ne è una prova schiacciante.

Diventa poi disarmante perché tradisce una competenza educativa che può essere solo dell’insegnante e nel rapporto tra quest’ultimo e lo studente. Passare attraverso terzi per un lavoro  che dovrebbe essere di scambio tra docente e studente, soprattutto per la valutazione di quanto quest’ultimo ha appreso, è un errore pedagogico, ovvero educativo, gravissimo. Un errore che immobilizza lo studente rendendolo succube, controllato e dipendente, anziché stimolato all’autonomia, alla responsabilità di un compito che è solo suo, non della famiglia. 

Poi ci lamentiamo che i giovani sono dei mammoni, dei perenni dipendenti da mamma o papà? Ma come pensate che possano sviluppare responsabilità e autonomia se non partendo da percorsi educativi validi fin dalla prima infanzia?


Dr.ssa Tiziana Cristofari

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