martedì 9 febbraio 2016

Le pretese assurde della CASTA degli PSICOLOGI

Cari lettori del mio blog, pare proprio che quello che dico infastidisca molto. La lettera allegata qui sotto, mi è arrivata per via mail dalla Coordinatrice della Commissione Tutela dell'Ordine degli Psicologi del Lazio. Mi pare di capire che quando si tocca (tra l'altro con ragione) questa categoria, saltano tutti sulla sedia. Forse perché gli psicologi si sentono tutelati dall'Ordine che senza fare dovuti accertamenti, invia lettere di "collaborazione e rettifica degli scritti altrui”. 
Io invece mi tutelo da sola, anche perché ciò che affermo è solo ciò che hanno scritto altri professionisti del settore, nello specifico i giudici della Corte di Cassazione. Ciò che sbalordisce è quanta poca attenzione si faccia alle nuove sentenze e quanta forse arroganza ci permettiamo di assumere solo perché dietro ci sentiamo tutelati da un Ordine. Io mi sento tutelata dalla verità che non posso tacere e che continuerò a non tacere, anche perché in gioco c'è la salute e la crescita dei nostri bambini che pare interessare a pochi.
È per questo che pubblico la lettera che mi è giunta e che ha l'arroganza di chiedere la modifica del mio sito e dei miei articoli, senza peraltro giuste e motivate considerazioni.

QUI DI SEGUITO LA LETTERE DELLA COMMISSIONE TUTELA DELL'ORDINE DEGLI PSICOLOGI


Prot. n. 1341 del 8/02/2016


Gentile Dott.ssa Tiziana Cristofari,
su impulso di una comunicazione pervenuta presso i nostri uffici, le scrivo per segnalare alcune inesattezze e criticità presenti sul suo sito http://www.figlimeravigliosi.it/2015/11/i-ruoli-e-le-competenze-che-non-devono.html?showComment=1450108379215#c7209391795718965908
Primariamente, faccio riferimento a quanto da lei pubblicato sul ruolo e le funzioni proprie dello psicologo:
“La PSICOLOGA:
  1. ha una laurea di 5 anni in Psicologia;
  2. NON fa diagnosi di malattia, in quanto non è un medico (come da sentenza di Cassazione dell’11 aprile 2011 N°14408); non cura perché non è un medico in medicina, tantomeno può in nessun modo prescrivere psicofarmaci;
  3. fa assistenza attraverso il dialogo alle persone con problemi psicologici;
  4. non è un docente in quanto non conosce né la pedagogia, né la didattica.” 
L’articolo 1 della legge istitutiva dell’Ordine degli Psicologi (56/89) definisce così la professione di psicologo:
  1.  La  professione  di  psicologo  comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento  per  la  prevenzione,  la  diagnosi,  le attivita'  di  abilitazione-riabilitazione  e  di  sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle  comunita'.  Comprende altresi' le attivita' di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito. 
Vista questa definizione appare inesatto che lei scriva che lo psicologo non si occupa di diagnosi e di cura perché non è un medico.
Lo psicologo è autorizzato ex lege alla diagnosi e all’intervento in ambito psicologico.  
Su questo punto, la prego, al fine di fornire una comunicazione più chiara all’utenza, di voler correggere quanto indicato. Inoltre mi permetto di segnalarle che, tra le figure che si occupano di salute mentale, manca nel suo sito il riferimento a importanti professionisti, come lo psicoterapeuta o il neuropsichiatra infantile. 
Altra criticità riguarda il suo riferimento alla gestione dei conflitti e delle dimensioni relazionali scuola/famiglia (di seguito, estratti dal suo sito): 
“4. Prestazioni di consulenza nelle scuole di Roma e limitrofi per la gestione del buon andamento scolastico del proprio figlio/a (ricevimento famiglie) o per la gestione delle difficoltà relazionali scuola-famiglia (convocazioni in seguito a problematiche). (il grassetto è mio)
La Dr. Tiziana Cristofari con le sue consulenze ai genitori o lezioni ai bambini/adolescenti permette di oltrepassare limitazioni, ostacoli, criticità personali, poste da interferenze della vita quotidiana.
Aiuta a identificare gli obiettivi personali e fornisce gli strumenti per raggiungerli.
Basa le sue premesse sul fatto che i conflitti correttamente compresi e superati, contengono sempre opportunità per migliorare le relazioni e se stessi, per trovare soluzioni che soddisfano tutti i soggetti coinvolti: fonti comunque di personalità diverse, provenienti dalle varietà dei diversi stili di vita, cultura e interessi.” 
Le segnalo che è recentemente stata pubblicata la sentenza n. 13020/2015 del TAR Lazio in cui si chiarifica che il counseling è una competenza psicologica, come tale esercitabile esclusivamente da professionisti psicologi abilitati. In particolare viene specificato che:
1)      qualsiasi forma di intervento sul disagio psicologico, anche se di lieve entità ed anche fuori dei contesti clinici, va ricondotta sotto l’esclusiva competenza dello psicologo;
2)      la valutazione della gradazione del disagio psichico presuppone una competenza diagnostica propria ed esclusiva dello psicologo, non attribuibile a nessun’altra figura non riconosciuta;
3)      le competenze volte a “promuovere lo sviluppo delle potenzialità di crescita individuale e di integrazione sociale e facilitare i processi di comunicazione, e migliorare la gestione dello stress e la qualità di vita” (ex Legge 170/2003) rientrano tra le competenze esclusive degli iscritti all’Ordine degli Psicologi.
In tal senso, attività di ascolto, sostegno psicologico e/o counseling gestite/erogate da soggetti non Psicologi rischiano di configurare condizioni di abuso professionale, oltre a mettere a repentaglio la tutela del benessere psicologico di madri e famiglie.
Nella speranza di incontrare la sua collaborazione nella revisione di tali informazioni, in ottica di una vera azione di interdisciplinarietà tra professionisti coinvolti nell’ambito scolastico, e restando a disposizione di ogni possibile richiesta di chiarimento, la saluto cordialmente

Dr. Paola Biondi
Coordinatrice Commissione Tutela
Ordine degli Psicologi del Lazio

QUI DI SEGUITO LA MIA RISPOSTA


Gentile Dr.ssa Paola Biondi,
la ringrazio per offrirmi l’opportunità di chiarire e specificare quanto detto più volte nei miei articoli, come sul mio sito. Andiamo per punti in modo abbastanza sintetico.
  1. La legge istitutiva dell’Ordine degli Psicologi (56/89) è, come lei cita, dell’89. La sentenza della Cassazione da me indicata (ma che con rammarico devo constatare lei non ha letto), è del 2011. Questa sentenza definisce il ruolo dello psicologo e dichiara che se non si è un laureato in medicina non si può fare diagnosi, in quanto la diagnosi è prerogativa del medico in medicina, perché presuppone una malattia. E in quanto malattia può essere diagnosticata e curata solo dal medico in medicina, come da nostra legislazione. Mi sembra strano che voi non siate a conoscenza di tale sentenza visto e considerato che anche questo serve a tutelare l’Ordine che coordinate e rappresentate.
  2. La mia specifica sulle varie professioni non voleva chiamare in causa tutte le ramificazioni delle discipline provenienti dalla laurea in medicina (neuropsichiatra) o dalla laurea in psicologia (psicoterapeuta [quest’ultimo può essere anche un medico]), ma voleva solo fare la distinzione tra il medico con laurea in medicina (psichiatra) e chi è autorizzato a fare solo assistenza (psicologo). 
  3. Ha mai sentito parlare della mediazione? Aiutare la famiglia a districarsi tra cultura pedagogica e didattica comporta una relazione con insegnanti, presidi e a volte psicologi della scuola che fanno abuso della loro professione (come specificato dalla sentenza di Cassazione), ma spesso i genitori non sanno di didattica, né di normativa scolastica, né sanno districarsi nelle relazioni tra i vari riferimenti della scuola e chiedono legittimamente il parere e l’aiuto del consulente pedagogico preparato in tal senso: io non faccio né sedute di psicoterapia, né di ascolto (puntualizzando comunque che il cardine del bravo docente/pedagogista risiede nella relazione e pertanto nell’ascolto che nessuno ci può negare), né tantomeno faccio sedute di counseling. Nel mio sito esprimo molto chiaramente che i miei incontri con gli studenti sono LEZIONI ossia didattica per il recupero delle materie carenti. Nello specifico faccio un mestiere andato ahimè in disuso, perché oggi, ogni difficoltà incontrata con le materie scolastiche, anziché farla recuperare con la didattica, si fa passare per “patologica”. Essendo, la mia, una laurea in discipline umanistiche e partendo dal presupposto che il rapporto umano e la buona didattica si fonda sulla conoscenza e sull’ascolto dell’essere umano (bambino o adulto che sia), vorrei capire come mi potrebbe impedire tutto questo Lei o qualunque legge. E non capisco davvero come Lei (o chi per Lei) si possa arrogare il diritto di affermare ciò che io non ho mai dichiarato in nessun punto del mio sito (counseling, psicoterapia), né tantomeno nei miei articoli.
Forse invece la posso aiutare a capire di cosa si occupa il pedagogista, professione disciplinata ai sensi del comma 2 art.1 legge 04 del 14/01/2013. I pedagogisti si occupano: 1. di consulenza pedagogica, in strutture pubbliche e private, relativamente a tutte le dimensioni dei problemi educativi (famiglia, scuola, tribunali e strutture rieducative per minori e i giovani, adozione e interventi sociali rivolti all’infanzia); 2. di consulenza pedagogica e coordinamento di attività di servizio, di progetti di programmi culturali, direttamente o indirettamente destinati all’infanzia; 3. di consulenza pedagogica e coordinamento di attività, direttamente o indirettamente educative, in contesti multiculturali; 4. di valutazione e monitoraggio di interventi educativi e formativi di vario livello. In poche parole il pedagogista si occupa della progettazione, programmazione, organizzazione, coordinamento, gestione, monitoraggio, valutazione, consulenza e supervisione della qualità pedagogica dei servizi e dei sistemi pubblici o privati di educazione e formazione. Si occupa, inoltre, di azioni pedagogiche rivolte ai singoli soggetti. È in possesso di conoscenze e di competenze nelle discipline pedagogiche, metodologiche, didattiche, filosofiche, sociologiche e psicologiche. 
Il “disagio” (come lo chiama lei), che io ritengo debba essere definito come una difficoltà scolastica e di cui mi occupo, è legato alla didattica e alle competenze pedagogiche del docente: non ho mai fatto, né dichiarato di fare psicoterapia, tantomeno counseling o altro tipo di attività ascolto/sostegno psicologico. E chiunque lo può constatare leggendo ciò che Lei ha evidenziato.
Nella speranza di aver chiarito le Sue immotivate supposizioni e nell’assicurarLa che ogni riferimento del mio sito o dei miei articoli non vuole in nessun modo invadere la Vostra competenza, tengo a chiede altrettanto a Voi: ovvero che possiate prendere atto della sentenza di Cassazione dell’11 aprile 2011 N° 14408 e di quanto la stessa ribadisce sull’impossibilità da parte dello psicologo (non laureato in medicina, né psicoterapeuta, ovvero con altri 4 anni di formazione dopo la laurea), di fare diagnosi e di diffondere la notizia ai Vostri iscritti affinché i loro atti non “rischiano di configurare condizioni di abuso professionale, oltre a mettere a repentaglio la tutela del benessere psicologico di madri e famiglie.”

Cordiali saluti

Dr.ssa Tiziana Cristofari








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10 commenti:

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  2. La psicoterapia è una forma di trattamento del disturbo mentale, applicabile (per carità) anche a una qualsiasi forma di disagio che non corrisponda a patologia. Affermare che lo psicologo non possa fare diagnosi è un controsenso, dato che quest'ultima si rende necessaria per la decisione terapeutica. la psicoterapia attuale si basa su protocolli terapeutici specifici per i disturbi. Le tecniche di condizionamento, l'esposizione, EMDR (per la cura del PTSD), non sono stati inventati a caso. Lo stesso caro Freud non inventò la psicoanalisi per dare un sostegno, era una cura per il disturbo nevrotico, successivamente applicata anche alle psicosi schizofreniche.
    PS: i DSA e l'ADHD sono disturbi del neurosviluppo!

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    1. Non sono io che affermo che lo psicologo non può fare diagnosi, ma la Cassazione. Lo psicologo laureato senza essere psicoterapeuta, ovvero senza aver fatto altri 4 anni di formazione dopo i 5 della laurea, non può fare diagnosi, perché non può curare (come da sentenza di Cassazione). Con i 5 anni può fare assistenza e basta. Per quanto riguarda i DSA e l'ADHD, mi sono ampiamente espressa con altri articoli che può trovare sul blog. Tengo comunque a ribadire che, bambini venuti al mio studio con disturbi dell'apprendimento, anche certificati dall'ospedale Bambin Gesù, con una precisa relazione educativa e con didattica e metodo idoneo, li hanno superati.

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  3. Gentile dottoressa Cristofari, procederò per punti:

    1)Il percorso per diventare psicologo è di 6 anni. 5 anni + 1 anno di tirocinio obbligatorio + esame di stato NECESSARIO per l'iscrizione all'albo ai fini dell'esercizio della professione (con 5 anni si è dottori in Psicologia, e basta).
    2) Non metto in discussione che si possano trattare i DSA, anche con l'ausilio di una pedagogista (sebbene - mi perdoni - non sia di sua diretta competenza), affermo solo che sono disturbi che hanno origine nel periodo fetale (in particolar modo negli ultimi tre mesi di gravidanza) per anomalie della connettività cerebrale (le cui cause possono essere innumerevoli e non ancora chiare).
    3) Io avevo già letto in passato quella sentenza e non ricordo venisse detto questo, ma probabilmente mi è sfuggito qualche passaggio (oppure semplicemente ricordo male io). Se desidera può allegarmi il file.
    4)Lo psicologo utilizza l'ascolto, la relazione, il colloquio, il counseling per promuovere il benessere della persona, migliorare l'autostima, la motivazione e anche agire, attraverso la diagnosi (infatti solo con il titolo è possibile somministrare test psicometrici funzionali alla formulazione di una diagnosi o alla comprensione della qualità di vita, del livello intellettivo o della personalità del paziente. Ovviamente se in qualche modo non intervenissi sul disagio stesso sarebbe anche inutile concedere l'impiego di questo tipo di strumenti), limitatamente su forme di disagio psichico, che, nel caso in cui si rivelassero di particolare entità è ovviamente opportuno inviare a uno psicoterapeuta o a uno psichiatra o ad entrambi. Questa è una sintesi spicciola. Le potrei dire che anche nel contesto della diagnosi di DSA (che avviene in equipe) la valutazione è prettamente neuropsicologica.
    Le conseguenze neuropsicologiche di un danno cerebrale (agnosie, aprassie, afasie, etc.) sono possibili dopo una valutazione (appunto) neuropsicologica.
    Per quanto riguarda che esercita la psicoterapia è indiscutibile la necessità di diagnosi e quindi di individuazione di aree sintomatiche per la cura della persona. Perchè di questo si tratta.
    4) Lei insiste su questi ruoli che non devono essere fraintesi, eppure nella sua pagina da una sua personalissima opinione dei disturbi del neurosviluppo di seguito riportata: "causate NON da un deficit cognitivo o genetico (come ci vogliono far credere) ma da un errato rapporto dei genitori e degli insegnanti con il bambino, da una cattiva didattica e formazione, insomma dalla più totale assenza della pedagogia nelle scuole;"
    Questa è una diagnosi, oltretutto completamente in antitesi rispetto all'attuale letteratura scientifica in merito ai disturbi del neurosviluppo.

    la ringrazio per avermi dedicato il suo tempo. Cordiali saluti

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    1. Gentilissimo, procederò per punti come ha fatto lei:

      1 e 3) Sul percorso accademico dello psicologo ho specificato la distinzione tra chi fa la cura e chi fa assistenza. La Sentenza della Cassazione (che non ho a portata di mano e pertanto non la posso allegare) è chiara, e stabilisce chi è il competente per la cura. L’anno di tirocinio (a cui lei fa riferimento) non permette la cura. Potete fare ascolto, assistenza, valutazioni con gli strumenti, ma non la cura e pertanto non la diagnosi, ma una semplice valutazione dell’attività cognitiva funzionale. Ribadisco che non sono io a dirlo, ma la Sentenza di Cassazione. Per poter curare, lo psicologo dopo i 6 anni, se ne deve fare altri 4 e diventare psicoterapeuta, altrimenti non ci sarebbe differenza con lo psicoterapeuta. Perché uno dovrebbe studiare 4 anni di più?
      2) Per quanto riguarda l’origine dei disturbi dell’apprendimento, la letteratura verte su più fronti. Lei avrà sicuramente le sue fonti che affermano l’origine di tali difficoltà nell’ultimo trimestre di gravidanza, io conosco altri studi (di cui faccio cenno su ogni mio articolo) e che dichiarano tutt’altro sia a livello neurologico, che genetico ed epigenetico. Dato che il mio intervento, come più volte spiegato nei miei articoli, è su base didattica e prettamente pedagogica, e raggiungendo il risultato è evidente che sia di mia competenza, confermando inoltre che gli autori da me studiati quali psichiatri e genetisti dichiarano giustamente come, tali difficoltà d’apprendimento, non siano né neurologiche, né genetiche. Se così non fosse, io difficilmente potrei raggiungere i risultati.
      4) Quando parlo di DSA, mi riferisco a quelle persone che hanno difficoltà quali dislessia, disortografia, discalculia, disgrafia, (arbitrariamente, a mio parere, definite così dalla comunità scientifica: nel passato si chiamavano difficoltà di lettura, scrittura, calcolo e pessima calligrafia) cioè tutto ciò che appartiene alla realtà scolastica e che veniva superato dagli studenti con adeguato esercizio e docenti migliori. Non sto parlando di depressione, aprassia, agnosie, che sono addirittura lesioni del cervello, io non sto parlando di questo, tutto ciò comporta, come dice anche lei, una consulenza del medico neuropsichiatra e non è di mia competenza. I test psicometrici funzionali con i quali valutate la qualità di vita, di livello intellettivo ecc., non dicono come potrebbe essere la persona se stimolata intellettivamente in un certo modo (come dovrebbero fare tutti i docenti competenti), o attraverso stimoli ambientali diversi, pertanto didattici, strumentali, relazionali ecc., ma dicono solo come sta la persona in quel momento, quali competenze ha raggiunto fino a quel preciso istante. Ed è qui il danno, la condanna definitiva che, con questi test, infliggete a famiglie e bambini, impedendogli qualsiasi altro progresso con tutto il materiale dispensativo e compensativo che pensate come unica soluzione alla difficoltà.
      5) Confermo la mia affermazione da lei riportata, in quanto fatta su studi medici ampiamente documentati e citati nei miei articoli, anche su questo blog e dai risultati che ogni anno ottengo con i bambini del mio studio.
      Grazie a lei per il cortese confronto.
      Cordiali saluti

      Tiziana Cristofari

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  4. Gentile dottoressa, concludo, anche perchè questa non è sede di un confronto prolungato.

    1) La sentenza di cassazione, che condanna una signora per esercizio abusivo della professione di psicoanalista, non specifica di chi è la competenza diagnostica ma che la professione di psicoterapeuta è subordinata a una formazione specifica rivolta a psicologi o medici. La legge 56/89, più volte nominata all'interno della sentenza, specifica la possibilità di diagnosi. E questa attualmente è legge, nonostante sia del 1989 (il futuro non lo conosco, ma questa è la realtà attuale - tanto che è sempre stata svolta dai professionisti). le mie specificazioni in merito all'anno di tirocinio e all'esame di stato erano solo una puntualizzazione sul reale percorso di studi.
    2) La legge specifica che la diagnosi di DSA viene svolta da uno psicologo e un neuropsichiatra.
    3) La differenza con lo psicoterapeuta c'è ed è sostanziale, dato che quest'ultimo si serve di strumenti e conoscenze che lo psicologo non ha e di cui non può assolutamente avvalersi. Lo psicologo fa la scuola per apprendere tecniche e strumenti di cura mirati al sintomo e scientificamente dimostrati, non per acculturarsi in merito alla psicopatologia. Le posso comunque assicurare che non si limita ad uno ascolto, ma la terapia o colloquio psicologico costituiscono essi stessi una forma di intervento, seppur non strettamente diretta al sintomo (nel senso che non è un protocollo terapeutico rivolto a quello specifico disturbo, come le tecniche espositive o di ristrutturazione cognitiva nei disturbi d'ansia, etc.)
    4) per quanto concerne la sua affermazione, l'opinione scientifica attuale non è questa. Ad ogni modo quello che voglio dire è che la diagnosi non è una condanna. Un DSA non lo si può trattare con le medicine, è barbaro e completamente stupido, però è un disturbo del neurosviluppo, il quale grazie all'intervento di psicologi, logopedisti, pedagogisti, familiari ed insegnanti può essere affrontato (questo è indiscutibile, e mi congratulo anche per la sua dedizione e l'amore che quotidianamente mette nel suo lavoro, come traspare dalle sue parole).
    5) Il DSA non ha origine neurologiche, parlo di connettività non di danno ad aree cerebrali. E lei ha efficacia perchè tramite tecniche pedagogiche e psicologiche è possibile intervenire sull'attività nervosa. La psicoterapia agisce allo stesso modo, determinando modificazioni neurali e fisiche generali (es. aumento del volume ippocampale, riduzione dei livelli di stress e quindi di citochine infiammatorie, modificazione della plasticità neurale, ripristino del metabolismo basale della componente subgenuale del cingolo anteriore, etc.). La nostra capacità di apprendimento è subordinata alla plasticità neurale, ecco perchè i suoi interventi funzionano e i nostri funzionano.
    6) Le agnosie, le aprassie, alessie, etc. acquisite sono per DEFINIZIONE disturbi neuropsicologici.
    7) L'utilizzo di strumenti per la valutazione servono esclusivamente a comprendere il tipo di difficoltà del ragazzo per stabilire un adeguato e personalizzato trattamento, tenendo conto degli aspetti psicologici (cui siamo particolarmente sensibili) che queste difficoltà si portano dietro (scarsa autostima, isolamento sociale, rifiuto scolastico, atteggiamenti oppositivo-provocatori, etc. che sappiamo essere rilevanti in quanto predisponenti a disturbi nelle epoche successive). Nessuno sta infliggendo condanne!

    Cordiali saluti
    La ringrazio nuovamente

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    1. Gentilissimo, ha ragione non è sede di confronto, ma mi lasci ancora una replica alle sue cortesi parole:

      1 e 3) Il comma 2 dell’Art. 3 della legge 56/89 afferma che: «Agli psicoterapeuti non medici è vietato ogni intervento di competenza esclusiva della professione medica». La sentenza della Corte di Cassazione dell’11 aprile 2011 conferma la condanna per abuso della professione di psicoterapeuta. In questa sentenza è contenuto un fatto dirompente, il quale stabilisce che qualsiasi colloquio, allorché «rappresenti un'attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie» appartiene alla psicoterapia, e in virtù di tale direzionalità si «inquadra nella formazione medica». A margine di quanto riportato in sentenza, relativamente alla «tranquilla convinzione di porre in essere un'attività lecita e di non esercitare abusivamente la professione di psicologo né l'attività di psicoterapeuta» da parte della psicoanalista, è interessante notare la sua buona fede culturale: ella in fondo non ha fatto altro che comportarsi coerentemente con quanto affermato da Freud stesso che si dichiarò sempre contrario a rendere la psicoanalisi una branca della medicina sottraendola così a una responsabilità terapeutica. (in Psichiatria e psicoterapia in Italia dall'unità a oggi, L’asino d’oro edizioni)

      2) La legge 56/89 non fa alcun riferimento ai DSA, semmai il disturbo dell’apprendimento rientra nel DSM (manuale diagnostico dei disturbi mentali).
      4, 5 e 6) L’opinione scientifica, se intesa come maggioranza, non ha alcuna validità scientifica. Le ho spiegato che in letteratura ci sono diverse versioni, nulla che possa definirsi scientifico più di altre, dato che i dati vengono continuamente confutati, e che lei può o no prendere in considerazione, ma non per questo lei può affermare che ciò che la maggioranza dichiara (molto spesso solo per interesse economico), sia vero. Se lei ha mai visto bambini e famiglie uscire da psicologi e logopedisti dopo un percorso di non saprei quale intervento, depressi e sconsolati, perché gli è stato detto che il proprio figlio ha quella o quell’altra patologia, e non può modificare le sue prestazioni scolastiche, allora avrà anche visto quanto danno ha fatto la diagnosi. La diagnosi, se fatta, indica che esiste una patologia e nella mente delle persone e nei racconti della collettività, le patologie restano tali, si accettano. Lei sa cosa significa doversi rassegnare a non essere come tutti gli altri bambini? A vedere i propri figli discriminati, emarginati, perché non sanno leggere o contare? Lo dovrebbe sapere, dovrebbe conoscere questa sofferenza.
      La ringrazio per quanto vede della mia passione attraverso le mie parole: il problema è quel che se ne fa della diffusione di certe difficoltà scolastiche. E la propaganda attuale è quella di passare il messaggio che per certe difficoltà non c’è soluzione e purtroppo (sicuramente non è il suo caso), molti suoi colleghi la pensano così e questo è il messaggio che diffondono con le certificazioni che consigliano allo studente di essere solo dispensato dall’attività stessa. Cioè gli stanno dicendo “poverino non puoi, quindi non fare questo, non fare quello, ti do più tempo, ti faccio usare la calcolatrice ecc.” Sa bene lei a quali risultati porta tutto questo. Se ha mai avuto a che fare con i bambini si sarà reso conto che se dice a loro di non fare qualcosa o se li aiuta più del necessario, diventano assolutamente pigri, si siedono su quel messaggio e non fanno più nulla. È questo che vogliamo per i nostri giovani? Li vogliamo rendere incapaci senza dar loro nemmeno la possibilità di provarci?

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    2. Continuo a sostenere che se io ottengo il risultato perché ho un equilibrato rapporto, una giusta didattica (che lei può definire, se le fa comodo, affermando che tocco le giuste corde di “connettività cerebrale”) tutto ciò non è indirizzabile verso la medicina, né la psicologia intesa come cura. Parlo piuttosto di equilibrio mentale dell’adulto che ponendosi nei giusti confronti del bambino in modo sano, senza isterismi, senza violenza, soprattutto psicologica, ottiene tutti i risultati che servono. Che adesso la scienza psicologica abbia compreso che l’aggressività danneggia lo sviluppo cognitivo ritardandolo, non significa che ci sia necessità della cura, ma di un giusto rapporto di relazione che permetta a quei bambini di “riprendersi” una realtà capace di aiutarli a sviluppare nei giusti tempi. Le faccio un esempio. Eldar Shafir (psicologo cognitivo) in Scarcity spiega molto chiaramente come molto rumore, quale può essere ad esempio, il passare di un treno sui binari, possa rallentare l’apprendimento dei bambini. «Per misurare l'impatto del rumore sull'attività didattica, due ricercatori hanno notato che solo un lato della scuola si trovava vicino ai binari, per cui gli studenti che frequentavano aule su quel lato erano particolarmente esposti al rumore, ma sotto ogni altro aspetto erano del tutto simili ai loro compagni. I ricercatori hanno rilevato un’impressionante differenza tra due lati della scuola. Gli studenti di prima media sul lato che dà sulla ferrovia erano indietro di un anno intero rispetto ai loro compagni del lato più tranquillo. Una prova ulteriore si è avuta quando il Comune, sollecitato da questo studio, ha installato pannelli antirumore. I ricercatori hanno riscontrato che l'intervento cancellava le differenze: gli studenti di entrambi i lati dell'edificio avevano un rendimento analogo. Molti studi successivi hanno provato che il rumore può danneggiare la concentrazione e il rendimento». E questo è solo uno dei tantissimi esempi che si possono fare per spiegare lentezze e difficoltà. Pertanto queste difficoltà, non sono insite nell’essere umano, ma sono solo la causa di specifici ostacoli ambientali che si potrebbe superare con un po’ di buon senso. Se però il messaggio che passiamo è che sono disfunzioni insite nel cervello (a livello neurologico, piuttosto che di connettività, piuttosto che di geni, piuttosto che infiammazioni ecc.) facciamo un gravissimo danno alle famiglie e ai bambini. La causa è l’ambiente (inteso come ciò che ci circonda di materiale e di relazioni). Troppo facile quindi puntare il dito sui bambini, cominciamo a cambiare noi e l’ambiente spesso squallido (in tutti i sensi) che ci circonda.
      7) Io non ho bisogno di strumenti per valutare l’apprendimento di un bambino o la sua poca autostima, o il suo isolamento sociale, il suo rifiuto scolastico, i suoi eventuali atteggiamenti oppositivi, in quanto li vivo sulla mia pelle. Per sapere tutto questo, mi basta la mia capacità pedagogica e didattica, la mia sensibilità, per sapere quali sono i suoi limiti, quali risultati ha raggiunto e dove posso farlo arrivare. Utilizzo il metodo deduttivo, del pensiero e della conoscenza della materia di mia competenza. Voi avete bisogno di strumenti, perché non avere competenza in materia di istruzione e didattica o semplicemente, posso azzardare l’affermazione che non siete in grado di sentire con la relazione, non avete sensibilità. Mi permetta: ma quando un bambino si rifiuta di fare un lavoro scolastico, ha bisogno di un test perché riconosca che si sta opponendo? Quando un bambino si isola in classe e non parla con i compagni, ha bisogno di un test per confermare che si isola? O piuttosto ha bisogno di una docente capace di farlo entrare in relazione con gli altri? Ha bisogno di metodo, per farlo avvicinare alla didattica? Oppure, e qui sta la mia profonda critica, tanto vale, dopo che il test vi ha detto quanto fosse già ovvio, dispensarlo dal fare… È questa la vostra cura? Per me è una condanna!
      Grazie ancora per il confronto,
      Cordiali saluti Tiziana Cristofari

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  5. Gentile dottoressa, mi soffermo su pochi punti perchè, ahimè, non posso esimermi

    1) La sentenza del 2011 fa, appunto, solo riferimento all'attività psicoterapeutica, senza nessun riferimento alla questione diagnostica in sé. Tale sentenza è presente anche nella pagina del CNOP perchè rappresenta l'ennesima vittoria contro coloro che abusano della professione.
    E' ovvio che lo psicologo e/o psicoterapeuta non medico non può svolgere attività di competenza medica, che sono però da intendersi come prescrizione di farmaci, di diete particolari, esami del sangue o TC o fMRI, etc. Per la cura siamo d'accordo, sottolineo solo il fatto che lo psicologo non psicoterapeuta di fronte al disagio può intervenire nella misura e nei limiti delle sue competenze, e ad l'obbligo di inviare (qualora il quadro clinico fosse importante) agli specialisti psicoterapeuti per un tipo di intervento mirato e che si serve di strumenti per risolvere la sofferenza della persona (strumenti che il solo psicologo non ha e di cui non può servirsi). Ci sono sentenze di cassazione come quella citata dall'ordine sopra (che è del 2015, e lì è scritto nero su bianco) che conferma, come altre meno recenti, che la competenza diagnostica in tema di psicopatologia e/o disagio psicologico spetta allo psicologo. Questo però, ovviamente, non fa cura in sento stretto ma interviene in una certa misura come scritto sopra. Di seguito le allego i file e anche un parere di un avvocato che descrive nello specifico la legge 56/89 in merito alla competenza diagnostica. Mi scusi se insisto, però questo mi viene insegnato da anni, per questo anche vengo formato quotidianamente, e per questo svolgo tirocini presso i reparti ospedalieri psichiatrici non in qualità di futuro assistente ma come futuro psicologo (es. discussioni sui pazienti appena visitati, individuazione di aree sintomatiche, come individuare un disturbo, etc.). Allo psicologo spettano le funzioni di diagnosi (non a caso può somministrare i test, e non a caso la prova per l'esame di stato richiede un inquadramento diagnostico e una diagnosi differenziale del caso presentato, e una ipotesi di intervento), prevenzione (sui luoghi dove sono appena avvenute tragedie come i terremoti non ci vanno gli psichiatri, ma gli psicologi, e quell'intervento è proprio preventivo per il PTSD, disturbi d'ansia, etc.), somministrazione di test psicometrici, counseling, e interventi vari per la promozione del benessere, il miglioramento della qualità di vita, la gestione dello stress, etc.
    2) sulla questione dei DSA non intervengo ulteriormente, mi dispiace solo che lei abbia questa opinione della categoria e del lavoro che svolgiamo. Potrei risponderle a ogni punto ma non è questa la sede. Ma per quanto riguarda il contenuto (tralasciando che, ripeto, la questione della connettività riguarda solo ed esclusivamente l'eziopatogenesi, senza intervenire in merito alla possibilità di riabilitazione che è indiscutibile) sono pienamente d'accordo, e non a caso l'ho ringraziata, e la ringrazio nuovamente perchè non è frequente trovare una persona che mette questo forte impegno e amore nel lavoro e in particolare in questo.
    3) la legge 56/89 infatti non fa riferimento ai DSA, ma la diagnosi di DSA avviene in una equipe multiprofessionale dove c'è un neuropsichiatra, uno psicologo e un logopedista, e questo è quanto mi è sempre stato insegnato da neuropsichiatri infantili, e quanto stabilito dalla consensus conference.

    Le chiedo quindi cortesemente di modificare le informazioni sulla professione dello psicologo.

    -http://www.psicologiagiuridica.com/pub/docs/numero_14/articoli/ParereProVeritatePsicologi.pdf
    - sentenza n. 13020/2015 del TAR Lazio

    La ringrazio nuovamente per la sua disponibilità.

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    1. Gentilissimo, sono certa diventerà un bravo psicologo.
      Cordiali saluti

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