martedì 8 luglio 2014

Perché la scuola ha bisogno del pensiero non razionale

Nella nostra scuola, nella scuola che ha sempre contraddistinto la nostra civiltà occidentale, la dimensione non cosciente dell’uomo è stata sempre la grande assente. Eh sì, la scuola da quando è nata è stata, infatti, solo ed esclusivamente la scuola della ragione.
Allo stesso modo, la scienza che ha governato le attività educative della scuola, la pedagogia, è stata una disciplina della ragione.

È stata una pedagogia determinata da una ben precisa rappresentazione della realtà umana, dominata a sua volta da una “razionalità” pervasiva e plurale, in cui il modello educativo universale è divenuto l’homo sapiens cartesiano, l’uomo classico tutto logica e ragione, e di cui la “testa ben fatta” di Morin è l’espressione più recente e conclamata, e ahìnoi, più diffusa.
Questa pedagogia ha trascurato, negandola, una dimensione grande e importante, addirittura decisiva, della realtà umana, quella non cosciente, ovviamente non razionale. Ad affermare ciò ci portano anche l’acclarata incontrollabilità del processo formativo e l’inconoscibilità degli scarsi e contraddittori esiti educativi e scolastici che sono sotto gli occhi di tutti.
Così com’è avvenuto sempre nel passato, ora sfuggono ancor di più a ogni ragione analitica e oggettiva i risultati sempre più avvilenti dei processi di apprendimento condotti nelle scuole, le quali sono assolutamente impotenti a ripristinare l’efficacia di un sistema istituzionale e culturale.
L’insuccesso educativo, ieri come oggi, risiede invece nella “realtà negata” della struttura psichica, prevalentemente non cosciente e delle dinamiche psichiche delle personalità infantili e giovanili nella loro interazione con i contesti ambientali e umani, nonché nelle relazioni interpersonali a vario indice di affettività e umanità.
Risulta chiaro, quindi, che la pedagogia o meglio, tutte le pedagogie ispirate all’esistenzialismo, al marxismo, all’empirismo, al personalismo, al pragmatismo, al laicismo, al cattolicesimo, all’ermeneutica e così via, hanno seguito un approccio e un itinerario logico-razionale fondati su valutazioni parziali della realtà umana e, di conseguenza, su una gerarchizzazione tra razionale (conoscenza) e irrazionale (inteso semplicisticamente ora come emozione) con la “tragica” conseguenza di sottovalutare nell’intervento pedagogico l’integrazione con una “pedagogia dell’irrazionale” tesa a favorire nel soggetto in formazione la coscienza del proprio vissuto non cosciente, e di tutto ciò che da esso scaturisce, e l’acquisizione della dimensione non cosciente come luogo e strumento di conoscenza.
La pedagogia fondata sul feticismo della ragione ha impedito la conoscenza globale della realtà umana e ha prodotto un oscuramento cognitivo della dimensione non cosciente. Se così non fosse stato, se l’educazione pedagogizzata avesse considerato il non cosciente, il processo educativo e la scienza che di esso si occupa, avrebbero minato il loro carattere razionalistico, disintegrando la certezza ontologica della verità razionale e rischiato in ultimo di danneggiare con forza gli assetti ideologici delle società occidentali.
A recuperare la negazione pedagogica della dimensione inconscia e del “pensiero non cosciente” non sono bastati né l’ingenuo e scientificamente inconsistente tentativo dell’inconscio freudiano, quale universo della rimozione (del cosciente dimenticato), né il tentativo delle pedagogie d’ispirazione neuroscientifica che hanno razionalmente mentalizzato le emozioni ed emozionalizzato la mente.
A non essere stato mai pedagogicamente conosciuto e “controllato” è stato il “pensiero non razionale”, quella dimensione umana che ha realmente determinato, e sempre determina, la crescita e l’identità delle personalità, avendo creato e creando, così come insegna la storia dell’educazione, percorsi divergenti e alternativi rispetto alla direttività auspicata dalla ratio pedagogica ed educativa. In ragione di ciò, è lecito e doveroso ipotizzare e poi avere certezza scientifica e culturale del protagonismo decisivo del “pensiero non razionale” nella determinazione dei processi educativi e quindi dei destini delle personalità.
Con la consapevolezza che la pedagogia sia quella disciplina che più di altre debba contribuire all’elaborazione di nuove prospettive per formare all’adattabilità storica dell’uomo e all’arricchimento della sua creatività per


tutto l’arco della vita, si pone con urgenza di operare profondi e radicali rinnovamenti culturali. Partendo da una delle poche certezze storiche e scientifiche dell’umanità, e cioè quella che pone l’apprendimento e l’educazione come i processi fondamentali e strutturali della riproduzione e della valorizzazione della nostra specie, occorre ridare fiducia alla teoria e alla prassi di una pedagogia intesa come scienza dell’educazione e della formazione ricostituita nei suoi saperi e in grado di orientare la trasformabilità dello sviluppo delle personalità. Una scienza, quindi, che da un punto di vista epistemologico si fondi innanzitutto sulla concezione di una “natura” dell’uomo concepita in progressiva trasformazione e mai sempre uguale a se stessa. Affinché ciò avvenga, si rende indispensabile rifondare il tessuto teorico su una nuova episteme della realtà mentale dell’uomo e di qui dell’identità umana. In tale prospettiva, alla pedagogia serve una “rifondazione” cognitiva dei saperi neuro- psico-biologici che conduca a una nuova visione della realtà mentale e umana. Questa, finalmente, dovrà erigersi anche sull’insostituibile riconoscimento della reale esistenza e della reale funzionalità, entrambi imprescindibilmente vitali, del “pensiero non razionale”, del “pensiero senza coscienza”. Una tale prospettiva, per fortuna, viene auspicata da un numero crescente di operatori, a tal punto che prende sempre più corpo una domanda forte di puntare l’attenzione sui problemi educativi come problemi di conoscenza e trasformazione della realtà umana, della realtà mentale, della realtà psichica.
A dare risposte certe in tale direzione è questo snello e ponderoso romanzo, avvincente e avventuroso, Ore di straordinaria follia, che Tiziana Cristofari ha scritto per adolescenti e pedagogisti e per quanti avvertono l’odore di muffa e di inservibilità del sapere formativo che regna nelle nostre scuole. Romanzo “enciclopedico”, il suo, che ha come obiettivi principali quelli di rileggere le origini e la natura dei saperi dominanti, di rifondare il sapere sulla realtà umana e nel contempo di creazione di nuove relazioni educative. Finalità perseguibili, queste, solo in un ambiente scolastico realmente trasformato, ricco, vitale, creativo dal punto di vista umano e culturale, profondamente vocato all’acquisizione di quel sapere che permette il potenziamento e la trasformazione della conoscenza e al tempo stesso consente l’elevazione della coscienza di ogni individuo, nonché la valorizzazione di emancipate relazioni umane e sociali.
Gaetano Bonetta
Preside della Facoltà di Scienze della Formazione, Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara 

Brano tratto da “Ore di straordinaria follia” di Tiziana Cristofari 

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