sabato 29 agosto 2026

Roma brucia, l’Italia brucia: perché la politica continua a intervenire soltanto quando l’emergenza è già scoppiata?


LETTERA APERTA

Al Sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri

Al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca
Al Governo e alle forze politiche nazionali
Agli organi di informazione

Scrivo dopo avere assistito, nel quartiere della Magliana, a Roma, a un incendio di vastissime proporzioni sviluppatosi praticamente dall’altra parte della strada rispetto alla mia abitazione.

Le fiamme hanno lambito una stazione dei Carabinieri e si sono pericolosamente avvicinate a un distributore di carburante. Dalla finestra di casa ho guardato avanzare il fuoco con la paura concreta che potesse raggiungere quell’impianto, coinvolgere gli edifici circostanti e mettere in gravissimo pericolo la popolazione dell’intero quartiere.

Non si è trattato soltanto di un incendio impressionante, ma di una situazione che avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche.

Quello avvenuto alla Magliana, tuttavia, non è un episodio isolato e non rappresenta soltanto un problema di Roma Capitale. Gli incendi stanno diventando un’emergenza ricorrente su scala nazionale. Ogni estate vediamo bruciare periferie urbane, campagne, boschi, riserve naturali e territori vicinissimi alle abitazioni. Ogni estate assistiamo alle stesse immagini, alle stesse evacuazioni e agli stessi interventi disperati. E ogni estate il problema viene affrontato come se fosse improvviso, eccezionale e imprevedibile.

mercoledì 19 agosto 2026

Che cosa accade quando ci abituiamo a pensare soltanto alla nostra salvezza, al nostro successo e alla sicurezza del nostro gruppo?

 


Da Korczak a Sandel e Rovelli: la scuola come luogo in cui imparare a interessarsi agli altri

Che cosa significa educare una persona? Soltanto aiutarla ad acquisire conoscenze, ottenere buoni risultati e conquistare una posizione nella società? Oppure anche insegnarle che la propria vita è legata a quella degli altri?

Tre libri molto diversi — Io non mi salverò. La vita di Janusz Korczak di Monika Pelz, La tirannia del merito di Michael Sandel e La cattiva coscienza dei fisici di Carlo Rovelli — convergono sulla stessa domanda: possiamo considerarci veramente salvi, meritevoli o sicuri quando la nostra condizione è costruita sull’abbandono, sull’umiliazione o sulla sofferenza altrui?

Il primo racconta la scelta estrema di un educatore; il secondo analizza una società divisa tra vincitori e perdenti; il terzo riflette sulla guerra e sulla tendenza a considerare alcune vite più importanti di altre. In tutti ritorna lo stesso pericolo: credere che il nostro destino possa essere separato da quello della collettività.


Janusz Korczak: una salvezza che abbandona gli altri

Janusz Korczak, medico, scrittore ed educatore polacco di origine ebraica, dedicò la vita ai bambini più poveri e fondò a Varsavia la Casa degli Orfani. Qui i bambini non erano esseri incompleti da comandare, ma persone titolari di dignità e diritti. Partecipavano alla vita comune attraverso un parlamento, un tribunale dei ragazzi e momenti di confronto: non dovevano soltanto obbedire alle regole, ma comprenderle, discuterle e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Quando i nazisti deportarono i bambini a Treblinka, Korczak avrebbe potuto probabilmente salvarsi. Scelse invece di accompagnarli fino alla fine. La sua decisione non esalta il sacrificio o la morte: esprime il rifiuto di una salvezza personale ottenuta abbandonando proprio coloro dei quali si era assunto la responsabilità. Il titolo Io non mi salverò racchiude così una domanda universale: possiamo chiamare “salvezza” una condizione raggiunta voltando le spalle agli altri?

sabato 1 agosto 2026

La tirannia del merito entra in classe



Quando la scuola cresce vincitori e perdenti

Nel suo libro La tirannia del merito, Michael J. Sandel mette in discussione una delle convinzioni più radicate nelle società contemporanee: l’idea che ciascuno occupi il posto che merita e che il successo sia il risultato esclusivo del talento, dell’impegno e della volontà individuale.

A prima vista, il merito sembra un principio giusto. Premiare chi si impegna appare certamente preferibile rispetto a favorire qualcuno sulla base della nascita, della ricchezza o delle conoscenze familiari. Eppure Sandel mostra come la meritocrazia, quando diventa una visione complessiva della società, produca conseguenze profondamente ingiuste. Chi raggiunge il successo finisce per attribuirlo interamente a sé stesso; chi rimane indietro, invece, non sperimenta soltanto una sconfitta, ma viene portato a considerarsi responsabile e colpevole della propria condizione.

La società meritocratica non si limita dunque a distribuire in modo diseguale opportunità e riconoscimenti: attribuisce un diverso valore alle persone. Ai vincitori consegna l’orgoglio di sentirsi artefici del proprio destino; ai perdenti lascia l’umiliazione di pensare di non essere stati abbastanza capaci, abbastanza determinati o abbastanza meritevoli.

Questa stessa dinamica può entrare molto presto nella vita dei bambini. Può entrare proprio a scuola.