giovedì 31 maggio 2018

Quando il docente proprio non vuol capire



Ci sono due situazioni apparentemente distantissime tra loro, ma che mi rendono estremamente sensibile e facilmente irritabile: la prima è quando un bambino non fa nulla a casa, né a scuola, fa un sacco di assenze, prende note tutti giorni e trova ogni volta una scusa per non farle leggere ai genitori, ma il docente continua a mettere note e a rimproverarlo. L’altra è quando nasce un fratellino o sorellina allo scolaro, il rendimento del bambino cala perché le attenzioni in famiglia cambiano, insieme alle abitudini che richiedono venga ristabilito un equilibrio, ma le insegnanti ignorano tutto questo e opprimono la famiglia con presunti problemi cognitivi.




Siamo oramai da decenni bombardati da siti, articoli e libri di psicologia che ci spiegano l’importanza della psiche, delle emozioni e anche del suo funzionamento. Considerato che gli insegnanti, come gli infermieri e i medici, o gli educatori hanno a che fare con persone, mi chiedo come sia possibile nel terzo millennio avere ancora il coraggio di ignorare quanto questa scienza ha più volte dichiarato. 
Come pedagogista, che ha tra i suoi studi anche la psicologia (perché fa parte delle materie umanistiche, ovvero legate allo sviluppo dell’essere umano), ho dovuto documentarmi in tal senso e tener conto di quanto questa scienza ci spiega per poter lavorare al meglio con i bambini, con i genitori e con chiunque abbia necessità di rivolgersi ad una professionista in scienze pedagogiche.


Mi chiedo pertanto come possono gli insegnanti - facendo riferimento a quel primo caso che ho raccontato (e che riesce enormemente ad irritarmi) -, a mettersi in conflittualità con questi bambini che hanno evidenti problemi in famiglia e per questo motivo non fanno mai nulla a casa, non fanno mai nulla a scuola, non fanno vedere le note alla famiglia e quando lo fanno è la famiglia stessa ad ignorarle. Mi domando che tipo di risultato sperano di ottenere gli insegnanti da questi bambini, continuando ad umiliarli con le note e con atteggiamenti di rifiuto in classe che li isolano anche dai compagni provocando ulteriori problemi al bambino. 
Con questi bambini, dove la famiglia è ovviamente assente, c’è solo una possibilità affinché i piccoli possano vivere una realtà diversa da quella che già propone la famiglia, e che è possibile solo con insegnanti che hanno voglia di vederli e capirli. Una possibilità estremamente importante affinché questi bambini non arrivino ad odiare la scuola! Ma ovviamente, se vengono denigrati con le note tutti i giorni, se vengono allontanati dai compagni perché l’insegnante li fa sentire dei diversi, quei bambini saranno veramente soli e sarà l’inizio di un percorso che li porterà inevitabilmente alla “dispersione scolastica”.


Il secondo punto descritto all’inizio è altrettanto orrendo, perché seppur può sembrare completamente diverso nella situazione, ne è molto simile nella sofferenza psichica e di relazione che dovrebbe instaurarsi in classe tra docente e alunno. È molto frequente che una studentessa, all’arrivo del fratellino o della sorellina cali di rendimento. Anche qui, come fanno i docenti a non considerare tale evento di portata straordinaria per quella bambina? Come si fa a opprimere la famiglia con la richiesta di valutazioni cognitive quando l’unica valutazione da fare dovrebbe essere quella dell’insegnante su se stess@ e partecipare con più tenerezza e comprensione alla situazione familiare della piccola? Perché fare laboratori per la comprensione dell’emozione, quando i docenti sono i primi a non capire nulla di cosa siano le emozioni? Noi non dobbiamo spiegare o “insegnare” ai bambini cosa sono le emozioni, perché loro le acquisiscono vivendole con gli altri, se ne hanno l’opportunità. Ma se l’adulto non è capace di comprenderle e sentire la vita dei bambini, come può pretendere di insegnarle? È ora di farla finita di scaricare sul bambino o sulla bambina ciò che noi adulti non abbiamo ancora imparato a fare.


Mi appello ovviamente al buon senso degli insegnanti, all’etica professionale e alla motivazione che li spinge a salire in cattedra tutte le mattine. E non sto chiedendo agli insegnanti di essere dei missionari o di essere dei santi. Lungi da me un tale pensiero dato che sono convintamente atea e che non insegno per missione, ma piuttosto per passione. Quello che sto chiedendo è uno sforzo di consultazione dei nuovi studi psicologici e pedagogici, che potrebbero far conoscere a certi docenti la sofferenza di questi bambini e di come (si spera) non diventarne complici spudoratamente autorizzati. 

Dr.ssa Tiziana Cristofari
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