venerdì 1 dicembre 2017

L'aggressività rabbiosa sintomo delle nostre frustrazioni

Ieri ad una collega di lavoro che mi chiedeva come riuscissi a sopportare gli insulti sul web ho risposto che mi limito a non leggerli. E quando mi capita di farlo rispondo sempre con gentilezza perché credo sia fondamentale non scendere a certi livelli di conversazione, ma soprattutto perché se vogliamo migliorare la società dobbiamo partire dal nostro meraviglioso mestiere: quello di Pedagogiste. E credo proprio che i pedagogisti, per far crescere nel migliore dei modi le nuove generazioni hanno compreso, anche attraverso il percorso di studi, che il miglior metodo possibile per far sì che una persona diventi in un certo modo, è quello di essere ciò che si è e non ciò che si dice. Pertanto “noi non offendiamo!”
Forse però, avete ragione, non è così semplice.
Si sa che le persone sono diverse una dall’altra, hanno idee diverse, opinioni e gusti diversi. 
E così insegno ai miei bambini che bisogna accettare e rispettare la diversità; che deve essere lecito e legittimo pensarla diversamente e che in virtù di questo, nessuno deve farci coercizioni di sorta o pressioni affinché il nostro modo di pensare o di fare cambi se noi non lo vogliamo.


Eppure, nonostante molte persone sono rispettose delle altre, è sotto gli occhi di tutti (per merito soprattutto del web), che questa libertà e possibilità di essere diversi non sia accetta dai più. 
A modo mio anche io sono diversa nel pensiero, nel modo di fare. Lo siamo tutti. Ma quando sei anche una persona seguita e spesso stimata, hai una visibilità pubblica e le persone hanno interesse per ciò che dici, allora gli insulti piovono a secchiate. Lo hanno raccontato in tanti: attrici, politici, giornalisti, imprenditori, professionisti di tutte le categorie.


A me capita spesso di non essere in accordo con ciò che viene detto sul web, ma il più delle volte mi limito a “pensare” tra me e me a una frase che qualche giorno fa ha fatto ridere insistentemente un mio studente: mentre borbottavo con il computer perché non trovavo l’argomento che mi interessava, alla fine ho esclamato: “ma vattene a quel paese”! Il bimbo di 8 anni ha ripetutamente pronunciato quella mia frase ridendo, fino al punto che ho cominciato a sentire imbarazzo pensando che forse in sua presenza, fosse stata un po’ troppo forte. E pensare che non era nemmeno diretta a lui!


È chiaro, non tutti hanno la capacità di mettersi in discussione su quel che dicono, o la pensano come me o come Angela, o Lucia, Silvia, Michele, Antonio o Giovanni o chi volete voi sul rispetto che bisogna portare all’altro. I frequentatori del web (che poi sarebbero i frequentatori delle scuole, degli ospedali, dei supermercati e di tutti i posti pubblici, quindi non solo del web), signori e signore che spesso sono in disaccordo con ciò che diciamo, non si fanno scrupoli all’insulto diretto e sprezzante, tanto che personalmente, ho dovuto attivare sulle mie pagine social, i filtri al massimo dei livelli per bloccare la pubblicazione di oscenità. Ma è chiaro, non basta. Nonostante non legga, nonostante cerchi di essere gentile e garbata, dall’altra parte c’è chi con la vigliaccheria del meschino e dell’analfabeta… di ritorno?… fate voi, colpisce senza scrupoli. 


Penso che la libertà di parola sia di chiunque voglia offrire il proprio sapere o il proprio pensiero. Penso che la gente sia libera di accettare e cogliere quei contenuti esattamente come di rifiutarli senza dover scendere tanto in basso. Ma da qui a immaginare che ne avrebbero fatto addirittura il capro espiatorio delle loro frustrazioni no, proprio non ci avevo pensato. Eppure se ne parla oramai da tempo: le adolescenti si ammazzano, le persone si ammalano, la popolazione si odia sempre più perché il web permette loro di vomitare tutta quella rabbia, quell’odio e cattiveria su chi il più delle volte nemmeno si conosce. Andando a toccare con gli insulti la sfera più delicata, quella personale, e mostrando così la viltà, la volgarità, la grettezza di cui si è portatori spesso mascherati da agnellini. È chiaro che, come nella vita reale allontano una conoscente che non mi piace e mi fa star male, così, su quella virtuale, devo poter fare altrettanto. Ne va della nostra salute mentale e a volte anche della nostra vita. Ma sono certa che la maggioranza dei navigatori del web non sono così riprovevoli.


È per questo che invito tutti voi (che del web, per le diversità, ne avete fatto un uso pulito e rispettoso), a digitare sulla vostra pagina social la dicitura “Io non offendo!” sopra un giglio di qualunque colore perché questo fiore indica la nobiltà d’animo.

Dr.ssa Tiziana Cristofari



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